Territorio, Lavoro, Economia
di Nino Lisi
Bozza per la discussione del 31 marzo 2008
0. Dal momento che in prosieguo mi riferirò alla modernità con accenti critici, ad evitare fraintendimenti penso siano opportune in premessa alcune puntualizzazioni:
0.1. credo di essere perfettamente consapevole di quanto grandi siano i meriti della modernità e di quanto siamo tutti debitori ad essa per le grandi innovazioni prodotte. Penso però che non per questo si possano ignorare le proporzioni attuali della crisi della modernità e le sue gravi conseguenze;
0.2. so bene che nella critica alla modernità ci si trova specie oggi affiancati a censori a dir poco imbarazzanti e che quindi possono ingenerarsi confusioni pericolose;
0.3. penso che dalla crisi della modernità si può uscire in avanti o con regressioni. Le soluzioni proposte da alcuni sono fortemente regressive. E’ quindi necessario marcare le differenze di analisi e soprattutto di soluzioni;
0.4. sono infine consapevole di aver fatto ricorso a qualche semplificazione. L’ho fatto per non appesantire di più il ragionamento ed aumentare le dimensioni di questa bozza, sfidando maggiormente la pazienza di chi vorrà leggerla.
1. Il Territorio
La devastazione di cui in varie parti del mondo è oggetto il territorio va iscritta nell’elenco degli effetti nefasti prodotti dalla modernità nella fase calante della sua parabola, ovvero nella sua crisi.
La modernità è sorta come una ventata di libertà e di progresso.
(E. Scandurra 2007)
Detronizzato iddio dal seggio dell’onnipotenza, di questa non ha però abbattuto il mito ed i suoi attributi sono divenuti prerogative umane:
(P. Barcellona 2005)
Al mito dell’onnipotenza si accompagna quello del progresso: per mezzo della scienza l’umanità non solo avrebbe approfondito la conoscenza della natura ma l’avrebbe governata e dominata per finalizzarla ai propri intendimenti.
In tal modo la modernità pone l’essere umano al di fuori della natura, riallacciandosi ad un filone di pensiero antico:
(P. Barcellona 2005)
Anzi lo colloca in posizione sovrastante e sovraordinata ad essa. La Scienza è lo strumento eccelso, frutto dell’intelletto umano, con cui la superiorità della specie umana sul creato ed il suo dominio si affermano. La Scienza è dunque essenziale e, poco alla volta, è sua, nei fatti, la posizione centrale nella concezione e nella organizzazione della convivenza. Sino a quando essa stessa non viene a sua volta soppiantata dalla Tecnica:
(P. Barcellona 2005).
Ma nello sviluppo della modernità Scienza e Tecnica incontrano il Capitale, cioè l’Impresa.
(P.Barcellona) 2005.
E’ questo percorso che segna il destino del territorio.
Se ne perde via via la concezione di contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento. Si perde cioè l’idea che
(Magnaghi 200)
(E. Scandurra 2007)
Il territorio diviene dapprima uno dei tre fattori classici della produzione: la terra insieme al capitale ed al lavoro; poi è considerato come il contenitore dello sviluppo; infine semplicemente come una risorsa da sfruttare sino a consumarla.
Ciò che conta è produrre e progredire: produrre per progredire e progredire per produrre, secondo un’idea di progresso illimitato ed infinito, che accetta la distruttività creatrice come corollario. Ciò che era stato del resto previsto:
<…straordinaria ed in controtendenza fu l’intuizione di Benjamin che, attraverso l’angelo di Klee, rappresentò il Progresso come un’immane tempesta che trascina l’uomo sempre avanti, ma che al tempo stesso, semina rovine alle sue spalle> (E. Scandurra 2007).
Il problema dunque è di approccio. Cioè di cultura .
<….lo stravolgimento degli equilibri naturali a causa dell’esasperato produttivismo (denunciato con particolare efficacia da Carla Ravaioli) mostra che per risolvere la questione ecologica e per scongiurare il rischio del disastro non è sufficiente “un atteggiamento che si limiti al solo rispetto della natura, per il resto considerata come altro da noi”, ma si richiede “una diversa epistemologia dei nostri pensieri e del nostro agire”, l’accoglimento dell’invito rivoltoci da Bateson a correggere radicalmente “le idee sbagliate sulla natura dell’uomo e del suo rapporto con l’ambiente”, l’acquisizione definitive della consapevolezza che la creatura che si pone contro il proprio ambiente distrugge se stessa”> (M. Alcaro 2006).
Per porre fine alla devastazione non bastano dunque le leggi. Ed infatti le norme che pure sono state prodotte non sono valse a gran che. La soluzione non va trovata sul piano del diritto. Per lo meno non solo su di esso. Va riscoperto il senso delle cose e della vita.
<… nella tarda modernità, con la crisi dell’dea del progresso e del mito delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico e tecnologico, si comincia ad intravedere che la vita umana, privata del suo radicamento nel contesto naturale, perde ogni giustificazione. Non solo la vita, a dire il vero, ma anche la morte> (M. Alcaro 2006).
E dunque la devastazione del territorio terminerà se e quando l’uomo riscoprirà il suo essere parte della natura, non fuori da essa; quando ritornerà ad essere senso comune che il territorio è la casa dove alberga la vita in tutte le sue molteplici forme. E che la vita, come la materia, è una. Da quella vegetale a quella razionale. E si riscoprirà, per dirla con Barcellona, il senso del sacro. Sacro come limite. Non come irruzione del trascendente nella storia e nella vita delle singole persone; irruzione che avoca a sé ciò che consacra, lo separa dal resto rendendolo per questa via intangibile ed indisponibile; sacro, dunque,come estraniazione da sé. Ma invece sacro come dato ontologico, come qualità intrinseca che porta di per sé, per la sua essenza, ciò che è sacro al di fuori della portata di altri agenti, rendendolo quindi intangibile, indisponibile.[1] La devastazione cesserà quando diverrà senso comune che, nel significato appena precisato, la natura è sacra. Anche il territorio lo è.
Occorre dunque una rottura culturale. E quindi nuovi linguaggi che introducano logiche nuove. Rientra in questa prospettiva la mia proposta, avanzata alcuni anni fa, e che rilancio, di assumere come obiettivo dell’agire sul piano politico e dell’economia il miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali.
In questa espressione sono contenute alcune indicazioni:
§ Il territorio considerato come sistema
§ il cambiamento deglii obiettivi dalla quantità alla qualità (della vita, dell’ambiente, etc.),
§ il passaggio dall’accumulazione e dalla spasmodica fruizione soprattutto individuale di beni alla diffusione del benessere,
§ la valorizzazione della ricchezza dei vincoli di interdipendenza che legano tutte le componenti dei contesti territoriali ai diversi livelli,
§ la sperimentazione luogo per luogo delle soluzioni possibili.
2. Il Lavoro
Se si chiede a chiunque che lavoro fa, cosa fa nella vita, la risposta che si ottiene può essere indifferentemente formulata con il verbo fare o con il verbo essere: faccio l’operaio, l’idraulico, l’insegnante, la casalinga (difficilmente il casalingo), l’avvocato, l’ingegnere, etc., oppure sono operaio, idraulico, insegnante, casalinga (difficilmente casalingo), avvocato, ingegnere, etc.
Il lavoro dunque non è semplicemente il mezzo per procurarsi di che vivere, ma è una delle dimensioni essenziali su cui ciascuno costruisce la propria identità, l’dea che ha di sé e l’immagine che di sé presenta agli altri.
Solo nel caso di un/una disoccupato/a non si avrebbe per risposta faccio il/la disoccupato/a. In effetti chi è disoccupato/a non fa. E questo ha a che vedere direttamente con l’identità di chi non ha lavoro o la ha perso. Non solo non si ha o si è perso il mezzo di sostentamento, ma una dimensione importante dello sviluppo della personalità, un pezzo della propria identità. E’ ragionevole pensare che chi non ha lavoro entra in depressione non solo perché non ha di che vivere e far vivere la propria famiglia, ma anche perché non sa più chi è.
In ogni caso, mercificare il lavoro non vuol dire mercificare solo l’energia (intelligenza, attenzione, forza muscolare) spesa nel lavoro ed incorporata nel prodotto o in un pezzo di esso; non vuol dire mercificare soltanto il fare, ma l’essere; mercificare la persona.
E’ il paradosso della modernità, di questa modernità in cui Scienza e Tecnologia si sono sposati con il Capitale: l’essere umano mercificato. L’ essere libero ed onnipotente, posto al centro dell’attenzione e dell’universo per dominare la natura, cioè il mondo, ridotto a merce. Con un capovolgimento di ruoli nel passaggio dalla tecnica alla Tecnologia. I ritrovati tecnici costituivano un prolungamento ed un potenziamento delle capacità umane; gli apparati tecnologici sostituiscono l’uomo che ne diventa una sorta di accessorio essendo i suoi saperi, la sua intelligenza, espropriati ed assunti dalla tecnologia. E’ il passaggio dal lavoro vivo al lavoro morto con il predominio di questo.
Divenuti accessori di una macchina coloro che in un determinato contesto cedono la propria forza-lavoro costituiscono un capitale: il capitale umano. Come l’insieme dei macchinari ed attrezzature costituiscono il capitale tecnico o fisso e come l’insieme delle merci di magazzino e viaggianti, i crediti ed i debiti, il denaro depositato in banca o giacente in cassa costituisce il capitale circolante, così l’insieme delle persone che lavorano non costituisce né una comunità, né una collettività, ma il capitale umano.
Di conseguenze le singole persone non sono considerate tali, ma risorse, soggette al destino comune di tutte le risorse: essere consumate quando servono e, quando non servono più, espulse. Sono gli esuberi.
Da alcuni decenni è insorto anche per le risorse lavorative un fenomeno che prima era attinente solo ai macchinari: l’obsolescenza, cioè il non essere produttivamente utilizzabili ancorché dotati di capacità ancora integre. La cosiddetta obsolescenza dei quarantenni.
Eppoi la marginalità. La centralità del lavoro è scomparsa. Due fattori concomitanti hanno agito in tal senso: l’aumento del grado di elasticità degli investimenti e la sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto. Ambedue fattori sono strettamente connessi alle tecnologie innovative che da una parte consentono di governare da lontano (i tecnici dicono “da remoto”) l’organizzazione aziendale e l’andamento della produzione, aumentando grandemente la libertà di scelta delle localizzazioni, e dall’altra consentono di incentrare i cicli ed i processi produttivi non più sul “fattore umano” bensì sui ritrovati tecnologici. Ciò ha fatto del lavoro non più una risorsa pregiata e scarsa, ma una risorsa abbondante e quindi, come accade per qualsiasi merce largamente disponibile, svalorizzata. Non è che sono diminuiti coloro che vivono del proprio lavoro, ma non occupano più la posizione centrale nella organizzazione della produzione essendo stati soppiantati in questo ruolo dalla tecnologia.
Alla marginalità segue la flessibilità. L’Impresa, per aderire al meglio all'andamento del Mercato ed ottimizzare l'impiego dei fattori, anche grazie a soluzioni rese possibili da un particolare impiego delle ICT, ha reso flessibile la produzione. Di conseguenza anche il lavoro è divenuto flessibile. Ma quando vi è sproporzione tra domanda ed offerta, e se ne sono appena visti i motivi, la flessibilità del lavoro si traduce inevitabilmente in precarietà.
E se il ragionamento di poco fa è sensato, precario non è solo il lavoro ma precarie sono le persone, la loro vita.
Una grande mistificatrice menzogna è invalsa a questo proposito. La formazione lungo tutto l’arco della vita sarebbe il rimedio alla precarietà. Basta aggiornarsi, aumentare saperi e capacità e il gioco è fatto. Non è vero. Quand’anche tutti/e diventassero Leonardo da Vinci non per questo i “posti di lavoro” si moltiplicherebbero. Ci sarebbe un esercito di disoccupati altamente qualificati, ma sempre disoccupati resterebbero. L’idea che la formazione sarebbe un rimedio è invalsa perché l’individualismo spinto – che è uno dei portati ultimi della modernità (che può anche tradursi in ognuno per sé e chissà chi per tutti) – è percepito ormai comunemente come ovvio. Per questo viviamo in una società frantumata, come dice Tronti.
La mercificazione spinta, la marginalità e la precarietà del lavoro e cioè delle persone sono dunque dati strutturali del modello dell’attuale fase dell’evoluzione capitalistica che va sotto il nome di globalizzazione.
Questa costituisce la risposta del Capitale alla crisi, verificatasi negli anni settanta del secolo scorso, del modello fordista dell’ accumulazione. E poiché una delle cause della crisi fu rinvenuta nell’aumentato potere contrattuale dei sindacati dovuto sia a ragioni politiche (gli effetti dell’ondata del ’68) sia al fatto che, essendocisi avvicinati al pieno impiego, il prezzo della merce lavoro era aumentato ed il dominio su di essa del Capitale si era dovuto allentare.
Ed allora il Capitale con il soccorso della Tecnologia escogita la sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto.
La risposta, insieme a quant’altro ha determinato la transizione dalla globalizzazione, non è caduta dal cielo ma apprestata dalla Trilateral e realizzata dal Reganismo, dal Tacherismo e dai loro emuli (in Italia Guido Carli proclamò la necessità di liberare le imprese dai “lacci e laccioli”; Craxi contestò la centralità della classe operaia e sollevò per primo il problema della “governabilità”; De Michelis osannò ed avvio la “deregulation”). La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, modificando la loro costituzione materiale, sono state insieme al WTO le leve della grande strategia di restaurazione del dominio del Capitale.
In questo quadro l’addebito da farsi non è tanto alla Tecnologia e quindi alla Scienza che l’ha generata, ma al loro sposalizio con il Capitale. Se diversamente orientate, Scienza e Tecnologia avrebbero potuto offrire occasioni preziose per “liberare” il lavoro, ed invece , subordinate al Capitale, hanno approntato soluzioni che invece degli esseri umani hanno liberato l’Impresa dai condizionamenti che il lavoro con decenni di lotte e di sacrifici era riuscito ad imporre per allentare il peso dei vincoli che su di esso esercitava il Capitale.
Quei vincoli sono divenuti così più pesanti.
All’interno di questo modello liberare il lavoro appare ed è impossibile.
Per farlo occorrerebbe un modello economico diverso.
Una prospettiva del genere può apparire ai più come una folle scemenza o tutt’al più come un'utopia. Però non è così. Gli economisti più avvertiti ne sono coscienti. Lo testimonia l'ampia letteratura che tratta di un'economia diversa, di volta in volta chiamata del benessere, della felicità, dei beni relazionali. Bisognerebbe fare entrare anche nel senso comune che un'altra economia non solo è necessaria ma anche possibile, perché le condizioni ed i soggetti per costruirla esistono già.
Bisognerebbe rompere le chiusura individualistica che pervade la società.
Anche in questo caso occorre e una rottura culturale e nuovi linguaggi che introducano logiche nuove ed altri (forse antichi, ma non tanto) valori.
3. L’economia
3.1. Diamo uno sguardo aled altrove
3.1.1. Una veduta sconsolante
Rammentare cose già note a volte è utile,
· Per più di dieci anni, forse quindici, si è ripetuto che il 20% dell’umanità (gli abitanti del Nord) consumano l’80% delle risorse del pianeta. Ma non è più così. Apprendiamo ora che il 15% della popolazione mondiale consuma l’86% delle risorse della Terra e produce il 70% dell’anidride carbonica emessa ogni anno. [2]
· Per quel che riguarda l’Italia, pare che il 10% delle famiglie detenga il 50% della ricchezza nazionale e che molte famiglie non riescono con il proprio reddito a fronteggiare le spese della quarta settimana del mese.il 20% dell’umanità, la quota più ricca, guadagna 74 volte quel che guadagna il 20% più povero[3].
· Per consentire a tutti gli abitanti della Terra il medesimo livello di consumi di quel 15% di privilegiati occorrerebbero cinque pianeti da utilizzare come miniere, come foreste, come campi e come discariche.[4]
· Non essendo possibile, avviene che la mancanza di cibo, cioè la fame, sulla Terra è in aumento. L’incremento annuo secondo le stime della FAO è di 4 milioni. Ogni giorno ci sono quindi 10.959 affamati in più. E’ smentito così l’obiettivo di ridurne il numero a 400 milioni entro 2015. Questo impegno lo avevano preso nel 1996 i rappresentanti di 185 paesi, riuniti a Roma, confortati dalla diminuzione verificatasi tra il 1990-92 (823 milioni) e quell’anno (800 milioni) del numero di chi soffre di fame . L’assemblea della Fao del 30 ottobre dell 2006 ha dovuto constatare che gli affamati sono invece cresciuti ed hanno di nuovo raggiunto 820 milioni.[5]
· La povertà investe non solo i paesi poveri (quattro miliardi di persone vivono al di sotto del livello di povertà), ma anche i paesi in cui si concentra il 15% di privilegiati, anche l’Italia, ad esempio, dove – secondo l’Istat – 2,5 milioni di famiglie (l’11,1% del totale) erano nel 2005 al di sotto della soglia della povertà, con una forte concentrazione nel Mezzogiorno dove le famiglie “povere” costituivano il 24% del totale.[6]
· Tra il 1995 ed il 2005 – secondo l’ILO – il numero di giovani tra i 15 ed i 25 anni senza lavoro è passato da 74 ad 85 milioni. Nello stesso periodo il tasso di crescita della popolazione più giovane è stato del 13,2% mentre la disponibilità di posti di lavoro è cresciuta del 3,5%. Non è detto però che chi lavora si affranchi dalla povertà: 300 milioni di giovani lavorano con una retribuzione di 2 dollari al giorno[7].
Qualche notizia nuova però c’é. Il manifesto del 27 marzo 2008 riferisce in prima pagina, nel fondo di Edoardo Galeano, che la Banca Mondiale ha diffuso l’aggiornamento del suo International Comparison Program. Si apprende così che gli indigenti – i più poveri dei poveri – sono 500.000.000 in più di quanto le precedenti statistiche avevano rilelvto. Si erano sbagliati. Non i poveri, le statistiche .
3.1.2. Come può spiegarsi tutto ciò?
E’ avvenuto che:
· La produzione di beni e di servizi, finalizzata non ad appagare bisogni dell’umanità bensì alla crescita del capitale, non assorbe che in misura decrescente il “lavoro vivo” disponibile né appaga per intero la domanda di beni e servizi, ”tant’è che c’è ed è in crescita anche nei paesi “ricchi” una vastissima area di bisogni che restano insoddisfatti e si restringe l’area di chi è in grado di acquistare i beni necessari per appagare i propri bisogni.
· Per assicurare comunque al capitale un tasso di crescita sempre maggiore anche in presenza del restringimento dell’area dei consumatori in grado di acquistare prodotti al alto costo, si imprime alla produzione un’accelerazione incredibile: si aumentano i ritmi di produzione, si aumenta il ritmo di sostituzione dei beni (abbreviandone il periodo di vita o accelerandone l’obsolescenza) sino a realizzare prodotti monouso (il famoso “usa e getta”), ci si impadronisce gratis delle risorse che non transitano per il mercato, da quelle ambientali al lavoro implicito, ai lavori di cura.
· Si è aperta una corsa contro il tempo, tutto deve essere più veloce e tutto deve durare di meno: “non la distruzione, ma la conservazione appare come una rovina perché la durata degli oggetti conservati è il maggiore impedimento al processo di ricambio, la cui costante accelerazione è la sola costante che rimanga valida quando tale processo abbia luogo. In altre parole la nostra economia è divenuta un’economia di spreco, in cui le cose devono essere divorate ed eliminate con la stessa rapidità con cui sono state prodotte”.[8] Dall’abbondanza si è passati allo spreco, il consumo è divenuto un momento della produzione e la preoccupazione dell’impresa prima che di produrre beni o servizi è di “produrre” consumatori/distruttori che consumino/distruggano quei beni o servizi con lo stesso ritmo crescente impresso alla produzione. Le teorie del management parlano a questo proposito di “fabbrica dei clienti”. Siamo di fronte ad un capovolgimento radicale: non la produzione a servizio degli esseri umani ma il contrario: gli esseri umani a servizio della produzione. Si pensi all’enorme spreco dei materiali per l’imballo ed il confezionamento delle merci, allo straordinario volume di rifiuti generato, ma che potrebbe essere evitato con adeguati impegni di progettazione come sostengono i massimi esperti di questo campo, come si sta sperimentando in Nuova Zelanda e Canada. [ Ironia della sorte: la proposta di una legge concepita nella prospettiva di “rifiuti zero”, presentata al Parlamento italiano porta la firma come primo proponente di un senatore nato ed eletto a Napoli][9].
· Inoltre l’accumulazione del capitale non deriva più soltanto né prevalentemente dalla produzione di merci a mezzo di merci ma dal gioco dei flussi finanziari, che si sono autonomizzati dalla economia reale. Il danaro non è più solo un mezzo di pagamento per regolare le transazioni di merci, ma è divenuto anche una sorta di materia prima: produzione di danaro a mezzo di danaro.
· Comunque sia, in economia vale lo stesso detto che si riferisce alla natura: nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma; la cosiddetta creazione di ricchezza non consiste in altro che nel trasferimento di risorse da un soggetto ad un altro, da una classe ad un’altra, da un territorio ad un altro. Ricchezza e povertà sono il risultato congiunto di uno stesso processo: si “crea” – per così dire - ricchezza solo creando povertà.
3.2. Uno sguardo al modello
Alcuni scricchiolii si senteno. Potrebbero denunciare contraddizioni che cominciano ad incepparne il funzionamento. Provo a darne conto con i sette quadri e l’epilogo che seguono
Primo quadro: L'Italia che giubila
Un centinaio di scienziati riuniti a Parigi dopo che Blair aveva annunciato da Londra che i cambiamenti climatici potranno provocare danni valutabili in una misura che va dal 5 al 20 % del PIL, spiegano che il cataclisma è già iniziato, che l'equilibrio delle calotte polari è già fortemente compromesso, che nel giro di qualche decennio a causa dell'effetto serra il livello del mare si alzerà di almeno 50 centimetri.
In Italia, i governatori della megalopoli padana, che sversa nell'atmosfera 66 milioni di tonnellate all'anno di CO2, (con un aumento del 71% dal 1980 al 2000) ed ha il record di 585 vetture ogni 1000 abitanti, stanno studiando misure restrittive del traffico veicolare sulla intera rete stradale dell'area.
Contemporaneamente tutta l'Italia, giustamente secondo quanto affermava l’avv. Agnelli che ciò che è bene per la Fiat lo è anche per il paese, è in giubilo per i successi della Fiat che sta conseguendo eccellenti risultati economici grazie alla vendite in grande crescita che nel 1977 hanno sfondato il tetto dei 2.500.000 vetture vendute in Italia in un solo anno.
Secondo quadro. L'acqua è scarsa e l'azienda non galleggia
Il Governo italiano manifesta viva preoccupazione per la scarsità dell'acqua: c’è il crescente rischio che in estate sia insufficiente per coprire interamente i fabbisogni civili, quelli dell'agricoltura e quelli dell'industria.
I cittadini toscani, non so per questo o per qual altro motivo, hanno ridotto i propri consumi idrici. Ma non sono portati ad esempio. La società che gestisce gli acquedotti della regione aumenta il prezzo dell'acqua: in presenza di un minore consumo le tariffe vigenti non sono più remunerative, sicché, per far tornare i conti, se diminuisce la domanda deve aumentare il prezzo.
Contemporaneamente si apprende che l’amministratore delegato della società che gestisce gli acquedotti pugliesi avvertì Riccardo Petrella, quando ne era il presidente, che sarebbe stato passibile di “un’azione di responsabilità” da parte degli azionisti se avesse attuato il proposito di effettuare una campagna per il risparmio idrico, perché quale amministratore della società il suo compito era di fare aumentare le vendite e non di ridurle.
Terzo quadro. L'Italia in alternativa.
L'Unione Europea, sotto la presidenza tedesca, ha deciso di incrementare il ricorso alle energie alternative. Il governo italiano ha deciso di muoversi nella stessa direzione. Anzi il presidente Prodi, nell'annunciarlo, ha parlato addirittura di occasione per la riconversione dell'economia.
Guidati dallo stesso presidente del consiglio e dal presidente della confindustria un corteo di imprenditori italiani si è recato nei nuovi santuari dello sviluppo – la Cina e l'India, le cui economie come è noto non sono seconde a nessuno quanto ai danni ambientali che producono - non per proporre anche a loro la conversione ecologia dell'economia, ma semplicemente per intensificare i rapporti di affari. Non importa se le fonti di inquinamento aumentino da noi e da loro: gli affari sono affari e sugli affari si fonda lo sviluppo.
Quarto quadro. Muri etanolo e fame
Il forum mondiale per la sovranità alimentare svoltosi nel Mali ha reso evidente la stretta connessione tra la crisi delle agricolture del sud del mondo ed i flussi migratori verso il nord. Il presidente Bush, che costruisce muri ai confini degli USA per opporsi all'immigrazione negli stati della confederazione, ha avuto un’idea geniale, come gli è abituale. Nel suo tour nell'America Latina ha proposto di destinare le terre fertili di quei paesi a produzioni agricole da cui ricavare etanolo per la alimentazione delle auto. Meno cibo dunque per gli esseri umani ma più alimentazione per le vetture. L'inquinamento prodotto dal nord diminuirebbe ma nel sud la fame, le morti per denutrizione e l'esodo aumenterebbero. Pazienza: il livello di vita degli americani non si può toccare; è una priorità assoluta. Ma si è verificato un effetto collaterale: i prezzi dei cereali sono aumentati sui mercati internazionali ed i prezzi del pane e della pasta sono aumentati in Italia, dove la speculazione non si è fatta sfuggire l’occasione di fare altri danni.
Quinto quadro. Senza soldi non va avanti l’economia
Il carburante dell’economia è il denaro. Se non gira, l’economia si ferma. E’ necessario dunque che giri e se non lo fa, bisogna correre ai ripari incentivando in ogni modo i consumi ed introducendo il credito al consumo.
L’esempio lo abbiamo avuto in Italia.
Qualche anno fa gli schermi televisivi furono invasi da frotte di cretini. Uno girava con una borsa della spesa in mano sotto la sguardo plaudente di altri cretini e cretine: evviva ha speso! Tornato a casa lo riceveva a braccia aperte un’altra cretina – moglie o convivente non si sapeva, perché purché si spenda non importa se a letto ci si vada insieme con o senza timbri o benedizioni. “Caro, hai comprato il dentifricio, che bravo!”
Ma se soldi non ce ne sono perché il lavoro è complessivamente poco, precario e mal pagato, hai voglia di organizzare eserciti di cretini sugli schermi: i consumi ristagnano. Ed allora è intervenuto un genio della finanza creativa consigliando agli italiani, che come si sa sono un popolo di proprietari della propria abitazione: se avete terminato di pagare il mutuo per l’acquisto, ipotecate di nuovo la casa, fate un altro mutuo e spendete il ricavato. I soldi devono girare, perché l’Italia deve crescere-
Non disse però come avrebbero fatto quelli che non avevano soldi sufficienti per la spesa quotidiana a rimborsare il secondo mutuo, perché questo non era affare suo. Ma affari loro. Ed ognuno deve farsi i fatti propri. Ma gli italiani, anche se in buona parte votano per Berlusconi, cretini non sono. E il consiglio del genio creativo rimase inascoltato. Risultato: l’Italia non è cresciuta. Nessuno ha pensato all’altra ricetta possibile: aumentare i salari ed eliminare il precariato. Non ci si è pesato perché le compatibilità del sistema non lo consentiva.
Sesto quadro. Tutto il mondo è paese: anche negli USA i dollari non girano
Lì il rimedio ha funzionato, perché gli americani non sono un popolo nel quale l’80% delle famiglie è proprietario della propria abitazione. E quindi il consiglio di indebitarsi per comprarne una lo seguirono, anche perché le banche li aiutarono offrendo “mutui facili” i subprime,poi divenuti famosi. La fama è dovuta al fatto che quando i mutuatari non ce l’hanno fatta a pagare le rate il sistema bancario è andato in crisi. E poiché le crisi finanziarie si ripercuotono anche sull’economia reale è andato in crisi l’intero sistema economico. Risultato primo: gli Usa sono in recessione. Risultato secondo: poiché gli Usa hanno funzionato da locomotiva dell’economia mondiale - indebitandosi terribilmente con la Cina, fra gli altri – la crisi si sta propagando in tutto il mondo. E se la Cina vi vedesse il proprio tornaconto potrebbe far saltare il banco. Ma probabilmente non farà, perché – a quel che pare – anche l’ex celeste impero ha capito come si fanno gli affari.
Settimo quadro. Brescia o Cosenza
Nel Mezzogiorno d’Italia il 25% delle famiglie è al di sotto della linea di povertà contro il 4,5% nel nord; il tasso di povertà, che in Emilia Romagna è del 2,5% ed in Lombardia del 4%, in Campania è del 27% ed in Sicilia del 33%.
Quattro anni fa, promosso da Carta e da alcune componenti della CGIL calabrese, si svolse a Cosenza un Cantiere in cui si discusse del Mezzogiorno e delle sue prospettive. Tra gli altri intervenne Dino Greco, allora segretario della camera del lavoro di Brescia, che illustrò la situazione complessiva del bresciano, area con forte presenza di industrie metalmeccaniche, un alto tasso di occupazione ed un reddito pro-capite tra i più alti d’Italia.
Il giorno dopo il Cantiere proseguì per gruppi di lavoro. Nel mio prese subito la parola un giovane calabrese che rivolgendosi ai suoi conterranei disse: “Avete sentito ieri pomeriggio Dino Greco? Stiamoci attenti: potrebbe succedere anche da noi quel che è capitato a Brescia”. Non era, quel giovane, un ricco possidente, ma un disoccupato o tutt’al più un precario, uno dei tanti giovani di quella regione, costretti a vivere sulla “famiglia allungata”, per dirla con il Censis.
Epilogo. Quando si dice lo sviluppo.
Ciascuno dei sette quadri pone in luce una contraddizione, se non di più. Su di esse si potrebbe, si dovrebbe riflettere a lungo.
A me viene il dubbio che abbia ragione Latouche.
[10]. … La seconda implicazione è rappresentata dal processo di inserimento del ciclo vitale nella logica della mercificazione capitalista. Si rovescia così il rapporto tra le due sfere della produzione e riproduzione enunciato nella tradizionale visione marxiana [11] …. La sfera realmente “produttiva” di ricchezza e profitto sarebbe quella riproduttiva, il cui controllo sta diventando il campo di battaglia strategico delle grandi imprese. …>
Perciò la sfera riproduttiva può essere considerata il”. Infatti la logica mercificatoria investe
Di conseguenza un
“processo realmente rivoluzionario investe quindi il corpo femminile, che diviene una sorta di laboratorio vivente della trasformazione del capitalismo, orientata a sostituire la produzione di beni inanimati con la produzione di processi viventi”.
Lo scenario può apparire tendenziosamente arbitrario. Collima però con l’idea di Shumpeter secondo il quale ogni fase dell’espansione capitalistica si basa su di una tecnologia. La tecnologia della globalizzazione è stata l’ICT; per la prossima sono già pronte le biotecnologie. La valutazione di Barcellona forse non è azzardata.
3.3. Non parliamo di decrescita
Non parliamo di decrescita, perché c’è il rischio di non farsi comprendere e insinuare l’idea che si predichi il pauperismo o per lo meno l’impoverimento. Ma della necessità di un’altra economia si.
Se c’è un problema di rifiuti – il riferimento non è solo a Napoli che non fa testo, perché le cause del disastro sono molteplici – la prima misura da adottare è ridurre all’indispensabile gli imballaggi, riciclare la maggior parte di quelli non eliminabili ed eliminare la follia dell’usa e getta.
Se c’è un problema di congestione del traffico la misura ragionevole non è quella di aumentare la cementificazione del territorio costruendo nuove autostrade, ma modificare il modello dei trasporti: dalla strada al ferro, dai mezzi privati ai mezzi pubblici cioè dagli spostamenti individuali a quelli collettivi.
Se c’e un problema di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del terreno il rimedio sta nel ridurre drasticamente le fonti, il che vuol dire non solo qualificare produzioni e consumi ma anche ridurli.
Tutto ciò probabilmente non fa bene al PIL. Farebbe bene però all’ambiente (nell’ambiente, cioè nella natura, nella quale, per quel che dicevo all’inizio, comprendo anche gli uomini e le donne). A questo proposito un cosa va chiarita: c’è decrescita e decrescita. Quando è determinata dalla crisi dell’economia, da una recessione,la decrescita comporta impoverimento e sacrifici soprattutto per chi già povero è ed a scarificarsi è costretto tutti i giorni o quasi. Sicché crescerebbe il malessere. Quando si riducesse il Pil evitando sprechi e distruzione della natura a seguito di un diverso modo di produrre e di consumare il malessere diminuirebbe ed a crescere sarebbe il benessere. (Ed in tal caso l’indicatore da utilizzare non sarebbe più il PIL)
E poi vogliamo dirlo a chiare lettere che non è vero che se non c’è crescita (cioè se il PIL non aumenta) non c’è ricchezza da distribuire? Sembra vero, ma è una menzogna sostenuta da chi ha interesse a lasciare le cose come stanno.
Vogliamo dirlo che un’altra economia non solo è necessaria ma anche possibile? Che porsi nella prospettiva di una società non più soggetta alle compatibilità del sistema economico e di un'economia che non sia più l'asse intorno al quale l'intera società è organizzata, ma torni ad essere una sua funzione, importante ma non dominante, non è una follia, ma vuol dire tendere ad un'economia che miri a diffondere benessere in tutta la società e non a massimizzare i profitti?
Benessere, che pure poggiando su una basi materiali non si esaurisce in esse, ma si sostanzia soprattutto della ricchezza che sta nell’intreccio delle relazioni che ognuno/a ha con tutte/i gli altri e le altre e con l'ambiente, dell’equilibrio tra esigenze e bisogni differenti, dell’armonia con se stessi, della possibilità per ognuno/a di partecipare alle decisioni che più da vicino lo/a riguardano.
Un’economia del benessere, basata tra l’altro sull’uso sapiente dei beni comuni e su quelle che Lidia Menapace chiama le piccole virtù (l’ indicava almeno dieci anni fa), esser sobri e parchi, avere attenzione a sé e agli altri, farebbe star meglio e non peggio di come si sta ora ed eviterebbe l’avverarsi di scenari catastrofici.
Condizioni e soggetti per costruirla esistono già.
Non ci vuole molto a chiarirlo.
Quanto alle condizioni, è vero che la globalizzazione non è per ora arrestabile perché i rapporti di forza non lo consentono. Ma la globalizzazione non segna la fine della storia, non investe tutta l'economia e non coinvolge né tutte le aree territoriali né tutte le fasce sociali. Inoltre, mentre c'è una abbondanza eccessiva di prodotti che in parte non piccola vanno ad alimentare il fiume dei rifiuti, c'è una grande domanda non solo di servizi ma anche di beni, ed in particolare di beni relazionali, che resta inappagata, perché appagarla non darebbe profitti interessanti per chi si muove nella logica della massimazione del profitto. Infine, per quanto solido e capace ancora di lunga vita, il modello economico, come si è visto, nutre in sé contraddizioni insanabili che ormai stanno venendo alla luce.
Si tratta dunque di sfruttare queste opportunità, ovviamente non per soppiantare d’un tratto il modello economico dominante, ma per costruirne un altro che con esso coesista, competa e, occorrendo, confligga. Per poi, nel lungo periodo, sottrargli spazi con la tecnica del “cuci e scuci” che si adopera quando si vuole costruire un edificio senza abbatterlo: edificando un pezzo nuovo prima di tirare giù quello che va sostituito..
Quanto ai soggetti coinvolgibili in una operazione del genere, vi è una pluralità di forme nuove di intraprendere che vanno dalle imprese sociali ad esperienze di autogestione, ad attività di vicinato; tutte queste vanno ad aggiungersi ad una parte non trascurabile del mondo cooperativo e del settore no-profit e a quella moltitudine di imprese che secondo alcuni costituirebbero il “capitalismo molecolare” e che secondo Sergio Bologna di capitalistico hanno ben poco o nulla. E poi c'è l'arcipelago delle iniziative volte ad organizzare un consumo responsabile.
Portare a sistema questi soggetti, che ora operano il più delle volte ignorandosi e nemmeno avendo chiara la propria specificità, non è impossibile se si mettono in atto politiche di sostegno adeguate e soprattutto se si diffonde una cultura appropriata, della cooperazione, della solidarietà e del fare.
Ancora una volta la questione va affrontata sul piano culturale prima che politico.
L’intellettualità diffusa non si sente interpellata?
Roma 27 marzo 2008
il manifesto 11 aprile 2008
Maria Antonietta insegna
Marina Forti
I governanti di tutto il mondo lo sanno: il prezzo del pane (o del riso) può scatenare rivolte e perfino far cadere regimi. E dai tempi di Maria Antonietta hanno imparato che se il popolo ha fame è meglio intervenire.
Le cronache di questi primi mesi del 2008 ne forniscono una conferma. Negli ultimi giorni una rivolta contro l’aumento dei prezzi degli alimenti di base ha fatto quattro morti ad Haiti, nel fine settimana una protesta operaia e popolare contro i rincari è stata repressa con violenza in Egitto. Proteste surriscaldate sono avvenute in Camerun (40 morti in febbraio), Burkina Faso, Costa d’Avorio e altri paesi africani. Altrove non scoppiano proteste ma la tensione sale in proporzione ai prezzi dei generi alimentari - come in molti dei paesi asiatici più popolosi, dal Pakistan fino alle Filippine. Quasi ovunque sono rivolte urbane, e ovunque il motivo è che popolazioni già impoverite non riescono più a fare la spesa.
Il prezzo globale dei generi alimentari è aumentato in media del 45 per cento dalla scorsa estate, riassumeva ieri il segretario generale della Fao, Jacques Diouf; il riso è addirittura raddoppiato nei primi mesi di quest’anno «e c’è una grave penuria di riso, grano e mais». I prezzi salgono per una combinazione di motivi, tutti strutturali: l’espansione urbana e industriale sottrae terre all’agricoltura (vedi Cina e Sud-est asiatico); le variazioni del clima fanno aumentare alluvioni e siccità (vedi Australia o Bangladesh). Aumenta la domanda alimentare e soprattutto il consumo di carne e latticini in regioni diventate più benestanti (Cina, India), e poi lo sciagurato boom degli agrocarburanti «mangia» la produzione alimentare. Gli esperti dell’andamento dei mercati alimentari non sono più di tanto stupiti dai rincari di questi tempi: sanno ormai da qualche anno che la domanda globale aumenta più della produzione, e che gli stock calano.
Solo ora però la fiammata dei prezzi, e le proteste conseguenti, allarmano governi e grandi istituzioni finanziarie internazionali. Una dirigente del Programma alimentare mondiale denunciava giorni fa «un nuovo tipo di fame, urbana: vediamo cibo sugli scaffali e gente che non può comprarlo». E’ un tipo di fame che acuisce il senso di ingiustizia. I governanti dunque corrono ai ripari, e lo fanno sovvenzionando i prezzi in diversi modi: tagliano tariffe e tasse sulle importazioni di alimentari (come l’Egitto), comprano riso sul mercato internazionale per distribuirlo a prezzo calmierato (come le Filippine).
Le sovvenzioni però possono allentare la tensione nell’immediato, ma sono misure a corto termine. La settimana scorsa la presidente delle Filippine Gloria Arroyo ha annunciato investimenti per l’agricoltura. Se realizzerà la promessa resta da vedere, ma è meglio delle brioches di Maria Antonietta: credito agricolo, infrastrutture, irrigazione, mercati più equi per i piccoli agricoltori, rilancio delle piccole produzioni locali da cui di solito dipende gran parte della popolazione. Prima che la prossima crisi dei prezzi scateni una nuova ondata di rivolte del pane.
Il manifesto 12 aprile 2008
«Questo sviluppo affama» La Fao lancia l'allarme
La crisi alimentare imperversa. Secondo il rapporto Fao, la spesa per l'importazione di cereali crescerà del 56% per i paesi più poveri. Ma se il Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo andrà sempre peggio
Sara Farolfi
Il mondo ha fame. Disordini e rivolte dilagano in tutto il globo, da Haiti all'Indonesia, per la crisi alimentare. Ma le rivolte per il pane, causate dall'impennata dei prezzi, non si fermeranno «se i paesi ricchi non faranno un passo indietro di almeno vent'anni per correggere errate politiche di sviluppo». Non ha usato mezze parole ieri Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel presentare il rapporto sulle prospettive di produzione di cereali nel 2008. «L'inflazione globale non dipende solo da elementi contingenti, ma da fattori strutturali - ha concluso - E se il cosiddetto Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo, la bolletta per i cereali nei paesi poveri continuerà a crescere».
L'impennata dei prezzi delle derrate alimentari - l'altra faccia della crisi globale - affama le popolazioni dei paesi in via di sviluppo e di quelli dove lo sviluppo mai è iniziato. Paesi in gran parte importatori di derrate alimentari, e dove il cibo arriva ad assorbire fino all'80% dei consumi complessivi, (nei paesi industrializzati la spesa alimentare costituisce il 10-20% di quella complessiva). Il caro prezzi spinge alle stelle il costo delle importazioni di cereali nei paesi più poveri. Questo, secondo la Fao, crescerà del 56% nel biennio 2007/2008 (dopo l'incremento del 37% nel biennio precedente). In Africa l'incremento arriverà al 74%.
La situazione è critica. La domanda, trainata dalle economie emergenti, continua a crescere, mentre le scorte alimentari sono al livello più basso da venticinque anni a questa parte (dall'inizio dell'anno sono già il 5% in meno rispetto al 2007). Questo in parte spiega, dice il rapporto, l'ascesa impressionante dei prezzi negli ultimi due mesi. Nel giro di un anno, i prezzi di grano e riso sono raddoppiati, mentre quello del mais è cresciuto per più di un terzo. Secondo i dati resi noti dalla Banca mondiale, dal 2005 al 2007 il grano è aumentato del 70%, i cereali dell'80% e i prodotti caseari del 90%. Questa ascesa, suona l'allarme lanciato, rischia di far diventare ancora più poveri 100 milioni di persone e di aumentare di 3-5 punti percentuali il tasso di povertà della popolazione mondiale. Ma anche la World Bank, che richiama i governanti alla necessità di un new deal sulla politica alimentare globale, ha le sue responsabilità: la percentuale dei suoi prestiti all'agricoltura è scesa dal 30% del 1980 al 12% dell'anno scorso.
Secondo le previsioni della Fao, la produzione di cereali crescerà del 2,6% nel 2008, mediante un allargamento delle coltivazioni nei paesi produttori. Clima permettendo, naturalmente. Calamità naturali, in relazione al cambiamento climatico, hanno devastato raccolti in Australia e li hanno ridotti considerevolmente in molti altri paesi, anche in Europa. L'altra faccia del cambiamento climatico è costituita invece dalle politiche di sussidi pubblici alla produzione di etanolo e biocarburanti, che sottraggono terre agricole ad altri prodotti. Ma alla spirale inflazionistica ha contribuito anche l'ascesa del prezzo del petrolio: i costi energetici si sono scaricati e hanno fatto lievitare sensibilmente le spese agricole. Senza contare la modifica dei consumi alimentari in Cina.
A nulla sono servite le misure prese dai governi dei paesi importatori come anche di quelli esportatori - restrizioni alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi - per limitare l'impatto inflazionistico nel mercato domestico. E oggi la crisi si mostra in tutta la sua gravità. Le «rivolte per il pane» hanno messo in subbuglio Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, le Filippine e Haiti. In Pakistan e Thailandia è intervenuto l'esercito per scongiurare l'assalto a campi e magazzini alla ricerca di cibo. La crisi alimentare riguarda per ora 37 paesi nel mondo. La Fao ha annunciato ieri l'allocazione di 17 milioni di dollari per aiutare le produzioni locali dei paesi più poveri. Ma la questione «riguarda tutti noi», ha avvertito Diouf. E molto dice del nostro scellerato modello di sviluppo.
[1] Questo è uno dei temi critici, da usare con delicatezza, prudenza ed in modo appropriato per non creare rischiose confusioni, perché sta di fatto che il sacro quale derivazione del trascendente richiede che qualcuno se ne faccia interprete e mediatore. Intorno al sacro si organizza così un potere per gestirlo. Un potere più opprimente degli altri, perché sull’essere umano non agisce dall’esterno, ma ne investe la componente più intima, la coscienza.
<
di Nino Lisi
Bozza per la discussione del 31 marzo 2008
0. Dal momento che in prosieguo mi riferirò alla modernità con accenti critici, ad evitare fraintendimenti penso siano opportune in premessa alcune puntualizzazioni:
0.1. credo di essere perfettamente consapevole di quanto grandi siano i meriti della modernità e di quanto siamo tutti debitori ad essa per le grandi innovazioni prodotte. Penso però che non per questo si possano ignorare le proporzioni attuali della crisi della modernità e le sue gravi conseguenze;
0.2. so bene che nella critica alla modernità ci si trova specie oggi affiancati a censori a dir poco imbarazzanti e che quindi possono ingenerarsi confusioni pericolose;
0.3. penso che dalla crisi della modernità si può uscire in avanti o con regressioni. Le soluzioni proposte da alcuni sono fortemente regressive. E’ quindi necessario marcare le differenze di analisi e soprattutto di soluzioni;
0.4. sono infine consapevole di aver fatto ricorso a qualche semplificazione. L’ho fatto per non appesantire di più il ragionamento ed aumentare le dimensioni di questa bozza, sfidando maggiormente la pazienza di chi vorrà leggerla.
1. Il Territorio
La devastazione di cui in varie parti del mondo è oggetto il territorio va iscritta nell’elenco degli effetti nefasti prodotti dalla modernità nella fase calante della sua parabola, ovvero nella sua crisi.
La modernità è sorta come una ventata di libertà e di progresso.
Detronizzato iddio dal seggio dell’onnipotenza, di questa non ha però abbattuto il mito ed i suoi attributi sono divenuti prerogative umane:
Al mito dell’onnipotenza si accompagna quello del progresso: per mezzo della scienza l’umanità non solo avrebbe approfondito la conoscenza della natura ma l’avrebbe governata e dominata per finalizzarla ai propri intendimenti.
In tal modo la modernità pone l’essere umano al di fuori della natura, riallacciandosi ad un filone di pensiero antico:
Anzi lo colloca in posizione sovrastante e sovraordinata ad essa. La Scienza è lo strumento eccelso, frutto dell’intelletto umano, con cui la superiorità della specie umana sul creato ed il suo dominio si affermano. La Scienza è dunque essenziale e, poco alla volta, è sua, nei fatti, la posizione centrale nella concezione e nella organizzazione della convivenza. Sino a quando essa stessa non viene a sua volta soppiantata dalla Tecnica:
Ma nello sviluppo della modernità Scienza e Tecnica incontrano il Capitale, cioè l’Impresa.
E’ questo percorso che segna il destino del territorio.
Se ne perde via via la concezione di contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento. Si perde cioè l’idea che
Il territorio diviene dapprima uno dei tre fattori classici della produzione: la terra insieme al capitale ed al lavoro; poi è considerato come il contenitore dello sviluppo; infine semplicemente come una risorsa da sfruttare sino a consumarla.
Ciò che conta è produrre e progredire: produrre per progredire e progredire per produrre, secondo un’idea di progresso illimitato ed infinito, che accetta la distruttività creatrice come corollario. Ciò che era stato del resto previsto:
<…straordinaria ed in controtendenza fu l’intuizione di Benjamin che, attraverso l’angelo di Klee, rappresentò il Progresso come un’immane tempesta che trascina l’uomo sempre avanti, ma che al tempo stesso, semina rovine alle sue spalle> (E. Scandurra 2007).
Il problema dunque è di approccio. Cioè di cultura .
<….lo stravolgimento degli equilibri naturali a causa dell’esasperato produttivismo (denunciato con particolare efficacia da Carla Ravaioli) mostra che per risolvere la questione ecologica e per scongiurare il rischio del disastro non è sufficiente “un atteggiamento che si limiti al solo rispetto della natura, per il resto considerata come altro da noi”, ma si richiede “una diversa epistemologia dei nostri pensieri e del nostro agire”, l’accoglimento dell’invito rivoltoci da Bateson a correggere radicalmente “le idee sbagliate sulla natura dell’uomo e del suo rapporto con l’ambiente”, l’acquisizione definitive della consapevolezza che la creatura che si pone contro il proprio ambiente distrugge se stessa”> (M. Alcaro 2006).
Per porre fine alla devastazione non bastano dunque le leggi. Ed infatti le norme che pure sono state prodotte non sono valse a gran che. La soluzione non va trovata sul piano del diritto. Per lo meno non solo su di esso. Va riscoperto il senso delle cose e della vita.
<… nella tarda modernità, con la crisi dell’dea del progresso e del mito delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico e tecnologico, si comincia ad intravedere che la vita umana, privata del suo radicamento nel contesto naturale, perde ogni giustificazione. Non solo la vita, a dire il vero, ma anche la morte> (M. Alcaro 2006).
E dunque la devastazione del territorio terminerà se e quando l’uomo riscoprirà il suo essere parte della natura, non fuori da essa; quando ritornerà ad essere senso comune che il territorio è la casa dove alberga la vita in tutte le sue molteplici forme. E che la vita, come la materia, è una. Da quella vegetale a quella razionale. E si riscoprirà, per dirla con Barcellona, il senso del sacro. Sacro come limite. Non come irruzione del trascendente nella storia e nella vita delle singole persone; irruzione che avoca a sé ciò che consacra, lo separa dal resto rendendolo per questa via intangibile ed indisponibile; sacro, dunque,come estraniazione da sé. Ma invece sacro come dato ontologico, come qualità intrinseca che porta di per sé, per la sua essenza, ciò che è sacro al di fuori della portata di altri agenti, rendendolo quindi intangibile, indisponibile.[1] La devastazione cesserà quando diverrà senso comune che, nel significato appena precisato, la natura è sacra. Anche il territorio lo è.
Occorre dunque una rottura culturale. E quindi nuovi linguaggi che introducano logiche nuove. Rientra in questa prospettiva la mia proposta, avanzata alcuni anni fa, e che rilancio, di assumere come obiettivo dell’agire sul piano politico e dell’economia il miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali.
In questa espressione sono contenute alcune indicazioni:
§ Il territorio considerato come sistema
§ il cambiamento deglii obiettivi dalla quantità alla qualità (della vita, dell’ambiente, etc.),
§ il passaggio dall’accumulazione e dalla spasmodica fruizione soprattutto individuale di beni alla diffusione del benessere,
§ la valorizzazione della ricchezza dei vincoli di interdipendenza che legano tutte le componenti dei contesti territoriali ai diversi livelli,
§ la sperimentazione luogo per luogo delle soluzioni possibili.
2. Il Lavoro
Se si chiede a chiunque che lavoro fa, cosa fa nella vita, la risposta che si ottiene può essere indifferentemente formulata con il verbo fare o con il verbo essere: faccio l’operaio, l’idraulico, l’insegnante, la casalinga (difficilmente il casalingo), l’avvocato, l’ingegnere, etc., oppure sono operaio, idraulico, insegnante, casalinga (difficilmente casalingo), avvocato, ingegnere, etc.
Il lavoro dunque non è semplicemente il mezzo per procurarsi di che vivere, ma è una delle dimensioni essenziali su cui ciascuno costruisce la propria identità, l’dea che ha di sé e l’immagine che di sé presenta agli altri.
Solo nel caso di un/una disoccupato/a non si avrebbe per risposta faccio il/la disoccupato/a. In effetti chi è disoccupato/a non fa. E questo ha a che vedere direttamente con l’identità di chi non ha lavoro o la ha perso. Non solo non si ha o si è perso il mezzo di sostentamento, ma una dimensione importante dello sviluppo della personalità, un pezzo della propria identità. E’ ragionevole pensare che chi non ha lavoro entra in depressione non solo perché non ha di che vivere e far vivere la propria famiglia, ma anche perché non sa più chi è.
In ogni caso, mercificare il lavoro non vuol dire mercificare solo l’energia (intelligenza, attenzione, forza muscolare) spesa nel lavoro ed incorporata nel prodotto o in un pezzo di esso; non vuol dire mercificare soltanto il fare, ma l’essere; mercificare la persona.
E’ il paradosso della modernità, di questa modernità in cui Scienza e Tecnologia si sono sposati con il Capitale: l’essere umano mercificato. L’ essere libero ed onnipotente, posto al centro dell’attenzione e dell’universo per dominare la natura, cioè il mondo, ridotto a merce. Con un capovolgimento di ruoli nel passaggio dalla tecnica alla Tecnologia. I ritrovati tecnici costituivano un prolungamento ed un potenziamento delle capacità umane; gli apparati tecnologici sostituiscono l’uomo che ne diventa una sorta di accessorio essendo i suoi saperi, la sua intelligenza, espropriati ed assunti dalla tecnologia. E’ il passaggio dal lavoro vivo al lavoro morto con il predominio di questo.
Divenuti accessori di una macchina coloro che in un determinato contesto cedono la propria forza-lavoro costituiscono un capitale: il capitale umano. Come l’insieme dei macchinari ed attrezzature costituiscono il capitale tecnico o fisso e come l’insieme delle merci di magazzino e viaggianti, i crediti ed i debiti, il denaro depositato in banca o giacente in cassa costituisce il capitale circolante, così l’insieme delle persone che lavorano non costituisce né una comunità, né una collettività, ma il capitale umano.
Di conseguenze le singole persone non sono considerate tali, ma risorse, soggette al destino comune di tutte le risorse: essere consumate quando servono e, quando non servono più, espulse. Sono gli esuberi.
Da alcuni decenni è insorto anche per le risorse lavorative un fenomeno che prima era attinente solo ai macchinari: l’obsolescenza, cioè il non essere produttivamente utilizzabili ancorché dotati di capacità ancora integre. La cosiddetta obsolescenza dei quarantenni.
Eppoi la marginalità. La centralità del lavoro è scomparsa. Due fattori concomitanti hanno agito in tal senso: l’aumento del grado di elasticità degli investimenti e la sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto. Ambedue fattori sono strettamente connessi alle tecnologie innovative che da una parte consentono di governare da lontano (i tecnici dicono “da remoto”) l’organizzazione aziendale e l’andamento della produzione, aumentando grandemente la libertà di scelta delle localizzazioni, e dall’altra consentono di incentrare i cicli ed i processi produttivi non più sul “fattore umano” bensì sui ritrovati tecnologici. Ciò ha fatto del lavoro non più una risorsa pregiata e scarsa, ma una risorsa abbondante e quindi, come accade per qualsiasi merce largamente disponibile, svalorizzata. Non è che sono diminuiti coloro che vivono del proprio lavoro, ma non occupano più la posizione centrale nella organizzazione della produzione essendo stati soppiantati in questo ruolo dalla tecnologia.
Alla marginalità segue la flessibilità. L’Impresa, per aderire al meglio all'andamento del Mercato ed ottimizzare l'impiego dei fattori, anche grazie a soluzioni rese possibili da un particolare impiego delle ICT, ha reso flessibile la produzione. Di conseguenza anche il lavoro è divenuto flessibile. Ma quando vi è sproporzione tra domanda ed offerta, e se ne sono appena visti i motivi, la flessibilità del lavoro si traduce inevitabilmente in precarietà.
E se il ragionamento di poco fa è sensato, precario non è solo il lavoro ma precarie sono le persone, la loro vita.
Una grande mistificatrice menzogna è invalsa a questo proposito. La formazione lungo tutto l’arco della vita sarebbe il rimedio alla precarietà. Basta aggiornarsi, aumentare saperi e capacità e il gioco è fatto. Non è vero. Quand’anche tutti/e diventassero Leonardo da Vinci non per questo i “posti di lavoro” si moltiplicherebbero. Ci sarebbe un esercito di disoccupati altamente qualificati, ma sempre disoccupati resterebbero. L’idea che la formazione sarebbe un rimedio è invalsa perché l’individualismo spinto – che è uno dei portati ultimi della modernità (che può anche tradursi in ognuno per sé e chissà chi per tutti) – è percepito ormai comunemente come ovvio. Per questo viviamo in una società frantumata, come dice Tronti.
La mercificazione spinta, la marginalità e la precarietà del lavoro e cioè delle persone sono dunque dati strutturali del modello dell’attuale fase dell’evoluzione capitalistica che va sotto il nome di globalizzazione.
Questa costituisce la risposta del Capitale alla crisi, verificatasi negli anni settanta del secolo scorso, del modello fordista dell’ accumulazione. E poiché una delle cause della crisi fu rinvenuta nell’aumentato potere contrattuale dei sindacati dovuto sia a ragioni politiche (gli effetti dell’ondata del ’68) sia al fatto che, essendocisi avvicinati al pieno impiego, il prezzo della merce lavoro era aumentato ed il dominio su di essa del Capitale si era dovuto allentare.
Ed allora il Capitale con il soccorso della Tecnologia escogita la sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto.
La risposta, insieme a quant’altro ha determinato la transizione dalla globalizzazione, non è caduta dal cielo ma apprestata dalla Trilateral e realizzata dal Reganismo, dal Tacherismo e dai loro emuli (in Italia Guido Carli proclamò la necessità di liberare le imprese dai “lacci e laccioli”; Craxi contestò la centralità della classe operaia e sollevò per primo il problema della “governabilità”; De Michelis osannò ed avvio la “deregulation”). La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, modificando la loro costituzione materiale, sono state insieme al WTO le leve della grande strategia di restaurazione del dominio del Capitale.
In questo quadro l’addebito da farsi non è tanto alla Tecnologia e quindi alla Scienza che l’ha generata, ma al loro sposalizio con il Capitale. Se diversamente orientate, Scienza e Tecnologia avrebbero potuto offrire occasioni preziose per “liberare” il lavoro, ed invece , subordinate al Capitale, hanno approntato soluzioni che invece degli esseri umani hanno liberato l’Impresa dai condizionamenti che il lavoro con decenni di lotte e di sacrifici era riuscito ad imporre per allentare il peso dei vincoli che su di esso esercitava il Capitale.
Quei vincoli sono divenuti così più pesanti.
All’interno di questo modello liberare il lavoro appare ed è impossibile.
Per farlo occorrerebbe un modello economico diverso.
Una prospettiva del genere può apparire ai più come una folle scemenza o tutt’al più come un'utopia. Però non è così. Gli economisti più avvertiti ne sono coscienti. Lo testimonia l'ampia letteratura che tratta di un'economia diversa, di volta in volta chiamata del benessere, della felicità, dei beni relazionali. Bisognerebbe fare entrare anche nel senso comune che un'altra economia non solo è necessaria ma anche possibile, perché le condizioni ed i soggetti per costruirla esistono già.
Bisognerebbe rompere le chiusura individualistica che pervade la società.
Anche in questo caso occorre e una rottura culturale e nuovi linguaggi che introducano logiche nuove ed altri (forse antichi, ma non tanto) valori.
3. L’economia
3.1. Diamo uno sguardo al
3.1.1. Una veduta sconsolante
Rammentare cose già note a volte è utile,
· Per più di dieci anni, forse quindici, si è ripetuto che il 20% dell’umanità (gli abitanti del Nord) consumano l’80% delle risorse del pianeta. Ma non è più così. Apprendiamo ora che il 15% della popolazione mondiale consuma l’86% delle risorse della Terra e produce il 70% dell’anidride carbonica emessa ogni anno. [2]
· Per quel che riguarda l’Italia, pare che il 10% delle famiglie detenga il 50% della ricchezza nazionale e che molte famiglie non riescono con il proprio reddito a fronteggiare le spese della quarta settimana del mese.il 20% dell’umanità, la quota più ricca, guadagna 74 volte quel che guadagna il 20% più povero[3].
· Per consentire a tutti gli abitanti della Terra il medesimo livello di consumi di quel 15% di privilegiati occorrerebbero cinque pianeti da utilizzare come miniere, come foreste, come campi e come discariche.[4]
· Non essendo possibile, avviene che la mancanza di cibo, cioè la fame, sulla Terra è in aumento. L’incremento annuo secondo le stime della FAO è di 4 milioni. Ogni giorno ci sono quindi 10.959 affamati in più. E’ smentito così l’obiettivo di ridurne il numero a 400 milioni entro 2015. Questo impegno lo avevano preso nel 1996 i rappresentanti di 185 paesi, riuniti a Roma, confortati dalla diminuzione verificatasi tra il 1990-92 (823 milioni) e quell’anno (800 milioni) del numero di chi soffre di fame . L’assemblea della Fao del 30 ottobre dell 2006 ha dovuto constatare che gli affamati sono invece cresciuti ed hanno di nuovo raggiunto 820 milioni.[5]
· La povertà investe non solo i paesi poveri (quattro miliardi di persone vivono al di sotto del livello di povertà), ma anche i paesi in cui si concentra il 15% di privilegiati, anche l’Italia, ad esempio, dove – secondo l’Istat – 2,5 milioni di famiglie (l’11,1% del totale) erano nel 2005 al di sotto della soglia della povertà, con una forte concentrazione nel Mezzogiorno dove le famiglie “povere” costituivano il 24% del totale.[6]
· Tra il 1995 ed il 2005 – secondo l’ILO – il numero di giovani tra i 15 ed i 25 anni senza lavoro è passato da 74 ad 85 milioni. Nello stesso periodo il tasso di crescita della popolazione più giovane è stato del 13,2% mentre la disponibilità di posti di lavoro è cresciuta del 3,5%. Non è detto però che chi lavora si affranchi dalla povertà: 300 milioni di giovani lavorano con una retribuzione di 2 dollari al giorno[7].
Qualche notizia nuova però c’é. Il manifesto del 27 marzo 2008 riferisce in prima pagina, nel fondo di Edoardo Galeano, che la Banca Mondiale ha diffuso l’aggiornamento del suo International Comparison Program. Si apprende così che gli indigenti – i più poveri dei poveri – sono 500.000.000 in più di quanto le precedenti statistiche avevano rilelvto. Si erano sbagliati. Non i poveri, le statistiche .
3.1.2. Come può spiegarsi tutto ciò?
E’ avvenuto che:
· La produzione di beni e di servizi, finalizzata non ad appagare bisogni dell’umanità bensì alla crescita del capitale, non assorbe che in misura decrescente il “lavoro vivo” disponibile né appaga per intero la domanda di beni e servizi, ”tant’è che c’è ed è in crescita anche nei paesi “ricchi” una vastissima area di bisogni che restano insoddisfatti e si restringe l’area di chi è in grado di acquistare i beni necessari per appagare i propri bisogni.
· Per assicurare comunque al capitale un tasso di crescita sempre maggiore anche in presenza del restringimento dell’area dei consumatori in grado di acquistare prodotti al alto costo, si imprime alla produzione un’accelerazione incredibile: si aumentano i ritmi di produzione, si aumenta il ritmo di sostituzione dei beni (abbreviandone il periodo di vita o accelerandone l’obsolescenza) sino a realizzare prodotti monouso (il famoso “usa e getta”), ci si impadronisce gratis delle risorse che non transitano per il mercato, da quelle ambientali al lavoro implicito, ai lavori di cura.
· Si è aperta una corsa contro il tempo, tutto deve essere più veloce e tutto deve durare di meno: “non la distruzione, ma la conservazione appare come una rovina perché la durata degli oggetti conservati è il maggiore impedimento al processo di ricambio, la cui costante accelerazione è la sola costante che rimanga valida quando tale processo abbia luogo. In altre parole la nostra economia è divenuta un’economia di spreco, in cui le cose devono essere divorate ed eliminate con la stessa rapidità con cui sono state prodotte”.[8] Dall’abbondanza si è passati allo spreco, il consumo è divenuto un momento della produzione e la preoccupazione dell’impresa prima che di produrre beni o servizi è di “produrre” consumatori/distruttori che consumino/distruggano quei beni o servizi con lo stesso ritmo crescente impresso alla produzione. Le teorie del management parlano a questo proposito di “fabbrica dei clienti”. Siamo di fronte ad un capovolgimento radicale: non la produzione a servizio degli esseri umani ma il contrario: gli esseri umani a servizio della produzione. Si pensi all’enorme spreco dei materiali per l’imballo ed il confezionamento delle merci, allo straordinario volume di rifiuti generato, ma che potrebbe essere evitato con adeguati impegni di progettazione come sostengono i massimi esperti di questo campo, come si sta sperimentando in Nuova Zelanda e Canada. [ Ironia della sorte: la proposta di una legge concepita nella prospettiva di “rifiuti zero”, presentata al Parlamento italiano porta la firma come primo proponente di un senatore nato ed eletto a Napoli][9].
· Inoltre l’accumulazione del capitale non deriva più soltanto né prevalentemente dalla produzione di merci a mezzo di merci ma dal gioco dei flussi finanziari, che si sono autonomizzati dalla economia reale. Il danaro non è più solo un mezzo di pagamento per regolare le transazioni di merci, ma è divenuto anche una sorta di materia prima: produzione di danaro a mezzo di danaro.
· Comunque sia, in economia vale lo stesso detto che si riferisce alla natura: nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma; la cosiddetta creazione di ricchezza non consiste in altro che nel trasferimento di risorse da un soggetto ad un altro, da una classe ad un’altra, da un territorio ad un altro. Ricchezza e povertà sono il risultato congiunto di uno stesso processo: si “crea” – per così dire - ricchezza solo creando povertà.
3.2. Uno sguardo al modello
Alcuni scricchiolii si senteno. Potrebbero denunciare contraddizioni che cominciano ad incepparne il funzionamento. Provo a darne conto con i sette quadri e l’epilogo che seguono
Primo quadro: L'Italia che giubila
Un centinaio di scienziati riuniti a Parigi dopo che Blair aveva annunciato da Londra che i cambiamenti climatici potranno provocare danni valutabili in una misura che va dal 5 al 20 % del PIL, spiegano che il cataclisma è già iniziato, che l'equilibrio delle calotte polari è già fortemente compromesso, che nel giro di qualche decennio a causa dell'effetto serra il livello del mare si alzerà di almeno 50 centimetri.
In Italia, i governatori della megalopoli padana, che sversa nell'atmosfera 66 milioni di tonnellate all'anno di CO2, (con un aumento del 71% dal 1980 al 2000) ed ha il record di 585 vetture ogni 1000 abitanti, stanno studiando misure restrittive del traffico veicolare sulla intera rete stradale dell'area.
Contemporaneamente tutta l'Italia, giustamente secondo quanto affermava l’avv. Agnelli che ciò che è bene per la Fiat lo è anche per il paese, è in giubilo per i successi della Fiat che sta conseguendo eccellenti risultati economici grazie alla vendite in grande crescita che nel 1977 hanno sfondato il tetto dei 2.500.000 vetture vendute in Italia in un solo anno.
Secondo quadro. L'acqua è scarsa e l'azienda non galleggia
Il Governo italiano manifesta viva preoccupazione per la scarsità dell'acqua: c’è il crescente rischio che in estate sia insufficiente per coprire interamente i fabbisogni civili, quelli dell'agricoltura e quelli dell'industria.
I cittadini toscani, non so per questo o per qual altro motivo, hanno ridotto i propri consumi idrici. Ma non sono portati ad esempio. La società che gestisce gli acquedotti della regione aumenta il prezzo dell'acqua: in presenza di un minore consumo le tariffe vigenti non sono più remunerative, sicché, per far tornare i conti, se diminuisce la domanda deve aumentare il prezzo.
Contemporaneamente si apprende che l’amministratore delegato della società che gestisce gli acquedotti pugliesi avvertì Riccardo Petrella, quando ne era il presidente, che sarebbe stato passibile di “un’azione di responsabilità” da parte degli azionisti se avesse attuato il proposito di effettuare una campagna per il risparmio idrico, perché quale amministratore della società il suo compito era di fare aumentare le vendite e non di ridurle.
Terzo quadro. L'Italia in alternativa.
L'Unione Europea, sotto la presidenza tedesca, ha deciso di incrementare il ricorso alle energie alternative. Il governo italiano ha deciso di muoversi nella stessa direzione. Anzi il presidente Prodi, nell'annunciarlo, ha parlato addirittura di occasione per la riconversione dell'economia.
Guidati dallo stesso presidente del consiglio e dal presidente della confindustria un corteo di imprenditori italiani si è recato nei nuovi santuari dello sviluppo – la Cina e l'India, le cui economie come è noto non sono seconde a nessuno quanto ai danni ambientali che producono - non per proporre anche a loro la conversione ecologia dell'economia, ma semplicemente per intensificare i rapporti di affari. Non importa se le fonti di inquinamento aumentino da noi e da loro: gli affari sono affari e sugli affari si fonda lo sviluppo.
Quarto quadro. Muri etanolo e fame
Il forum mondiale per la sovranità alimentare svoltosi nel Mali ha reso evidente la stretta connessione tra la crisi delle agricolture del sud del mondo ed i flussi migratori verso il nord. Il presidente Bush, che costruisce muri ai confini degli USA per opporsi all'immigrazione negli stati della confederazione, ha avuto un’idea geniale, come gli è abituale. Nel suo tour nell'America Latina ha proposto di destinare le terre fertili di quei paesi a produzioni agricole da cui ricavare etanolo per la alimentazione delle auto. Meno cibo dunque per gli esseri umani ma più alimentazione per le vetture. L'inquinamento prodotto dal nord diminuirebbe ma nel sud la fame, le morti per denutrizione e l'esodo aumenterebbero. Pazienza: il livello di vita degli americani non si può toccare; è una priorità assoluta. Ma si è verificato un effetto collaterale: i prezzi dei cereali sono aumentati sui mercati internazionali ed i prezzi del pane e della pasta sono aumentati in Italia, dove la speculazione non si è fatta sfuggire l’occasione di fare altri danni.
Quinto quadro. Senza soldi non va avanti l’economia
Il carburante dell’economia è il denaro. Se non gira, l’economia si ferma. E’ necessario dunque che giri e se non lo fa, bisogna correre ai ripari incentivando in ogni modo i consumi ed introducendo il credito al consumo.
L’esempio lo abbiamo avuto in Italia.
Qualche anno fa gli schermi televisivi furono invasi da frotte di cretini. Uno girava con una borsa della spesa in mano sotto la sguardo plaudente di altri cretini e cretine: evviva ha speso! Tornato a casa lo riceveva a braccia aperte un’altra cretina – moglie o convivente non si sapeva, perché purché si spenda non importa se a letto ci si vada insieme con o senza timbri o benedizioni. “Caro, hai comprato il dentifricio, che bravo!”
Ma se soldi non ce ne sono perché il lavoro è complessivamente poco, precario e mal pagato, hai voglia di organizzare eserciti di cretini sugli schermi: i consumi ristagnano. Ed allora è intervenuto un genio della finanza creativa consigliando agli italiani, che come si sa sono un popolo di proprietari della propria abitazione: se avete terminato di pagare il mutuo per l’acquisto, ipotecate di nuovo la casa, fate un altro mutuo e spendete il ricavato. I soldi devono girare, perché l’Italia deve crescere-
Non disse però come avrebbero fatto quelli che non avevano soldi sufficienti per la spesa quotidiana a rimborsare il secondo mutuo, perché questo non era affare suo. Ma affari loro. Ed ognuno deve farsi i fatti propri. Ma gli italiani, anche se in buona parte votano per Berlusconi, cretini non sono. E il consiglio del genio creativo rimase inascoltato. Risultato: l’Italia non è cresciuta. Nessuno ha pensato all’altra ricetta possibile: aumentare i salari ed eliminare il precariato. Non ci si è pesato perché le compatibilità del sistema non lo consentiva.
Sesto quadro. Tutto il mondo è paese: anche negli USA i dollari non girano
Lì il rimedio ha funzionato, perché gli americani non sono un popolo nel quale l’80% delle famiglie è proprietario della propria abitazione. E quindi il consiglio di indebitarsi per comprarne una lo seguirono, anche perché le banche li aiutarono offrendo “mutui facili” i subprime,poi divenuti famosi. La fama è dovuta al fatto che quando i mutuatari non ce l’hanno fatta a pagare le rate il sistema bancario è andato in crisi. E poiché le crisi finanziarie si ripercuotono anche sull’economia reale è andato in crisi l’intero sistema economico. Risultato primo: gli Usa sono in recessione. Risultato secondo: poiché gli Usa hanno funzionato da locomotiva dell’economia mondiale - indebitandosi terribilmente con la Cina, fra gli altri – la crisi si sta propagando in tutto il mondo. E se la Cina vi vedesse il proprio tornaconto potrebbe far saltare il banco. Ma probabilmente non farà, perché – a quel che pare – anche l’ex celeste impero ha capito come si fanno gli affari.
Settimo quadro. Brescia o Cosenza
Nel Mezzogiorno d’Italia il 25% delle famiglie è al di sotto della linea di povertà contro il 4,5% nel nord; il tasso di povertà, che in Emilia Romagna è del 2,5% ed in Lombardia del 4%, in Campania è del 27% ed in Sicilia del 33%.
Quattro anni fa, promosso da Carta e da alcune componenti della CGIL calabrese, si svolse a Cosenza un Cantiere in cui si discusse del Mezzogiorno e delle sue prospettive. Tra gli altri intervenne Dino Greco, allora segretario della camera del lavoro di Brescia, che illustrò la situazione complessiva del bresciano, area con forte presenza di industrie metalmeccaniche, un alto tasso di occupazione ed un reddito pro-capite tra i più alti d’Italia.
Il giorno dopo il Cantiere proseguì per gruppi di lavoro. Nel mio prese subito la parola un giovane calabrese che rivolgendosi ai suoi conterranei disse: “Avete sentito ieri pomeriggio Dino Greco? Stiamoci attenti: potrebbe succedere anche da noi quel che è capitato a Brescia”. Non era, quel giovane, un ricco possidente, ma un disoccupato o tutt’al più un precario, uno dei tanti giovani di quella regione, costretti a vivere sulla “famiglia allungata”, per dirla con il Censis.
Epilogo. Quando si dice lo sviluppo.
Ciascuno dei sette quadri pone in luce una contraddizione, se non di più. Su di esse si potrebbe, si dovrebbe riflettere a lungo.
A me viene il dubbio che abbia ragione Latouche.
Perciò la sfera riproduttiva può essere considerata il
Di conseguenza un
“processo realmente rivoluzionario investe quindi il corpo femminile, che diviene una sorta di laboratorio vivente della trasformazione del capitalismo, orientata a sostituire la produzione di beni inanimati con la produzione di processi viventi”.
Lo scenario può apparire tendenziosamente arbitrario. Collima però con l’idea di Shumpeter secondo il quale ogni fase dell’espansione capitalistica si basa su di una tecnologia. La tecnologia della globalizzazione è stata l’ICT; per la prossima sono già pronte le biotecnologie. La valutazione di Barcellona forse non è azzardata.
3.3. Non parliamo di decrescita
Non parliamo di decrescita, perché c’è il rischio di non farsi comprendere e insinuare l’idea che si predichi il pauperismo o per lo meno l’impoverimento. Ma della necessità di un’altra economia si.
Se c’è un problema di rifiuti – il riferimento non è solo a Napoli che non fa testo, perché le cause del disastro sono molteplici – la prima misura da adottare è ridurre all’indispensabile gli imballaggi, riciclare la maggior parte di quelli non eliminabili ed eliminare la follia dell’usa e getta.
Se c’è un problema di congestione del traffico la misura ragionevole non è quella di aumentare la cementificazione del territorio costruendo nuove autostrade, ma modificare il modello dei trasporti: dalla strada al ferro, dai mezzi privati ai mezzi pubblici cioè dagli spostamenti individuali a quelli collettivi.
Se c’e un problema di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del terreno il rimedio sta nel ridurre drasticamente le fonti, il che vuol dire non solo qualificare produzioni e consumi ma anche ridurli.
Tutto ciò probabilmente non fa bene al PIL. Farebbe bene però all’ambiente (nell’ambiente, cioè nella natura, nella quale, per quel che dicevo all’inizio, comprendo anche gli uomini e le donne). A questo proposito un cosa va chiarita: c’è decrescita e decrescita. Quando è determinata dalla crisi dell’economia, da una recessione,la decrescita comporta impoverimento e sacrifici soprattutto per chi già povero è ed a scarificarsi è costretto tutti i giorni o quasi. Sicché crescerebbe il malessere. Quando si riducesse il Pil evitando sprechi e distruzione della natura a seguito di un diverso modo di produrre e di consumare il malessere diminuirebbe ed a crescere sarebbe il benessere. (Ed in tal caso l’indicatore da utilizzare non sarebbe più il PIL)
E poi vogliamo dirlo a chiare lettere che non è vero che se non c’è crescita (cioè se il PIL non aumenta) non c’è ricchezza da distribuire? Sembra vero, ma è una menzogna sostenuta da chi ha interesse a lasciare le cose come stanno.
Vogliamo dirlo che un’altra economia non solo è necessaria ma anche possibile? Che porsi nella prospettiva di una società non più soggetta alle compatibilità del sistema economico e di un'economia che non sia più l'asse intorno al quale l'intera società è organizzata, ma torni ad essere una sua funzione, importante ma non dominante, non è una follia, ma vuol dire tendere ad un'economia che miri a diffondere benessere in tutta la società e non a massimizzare i profitti?
Benessere, che pure poggiando su una basi materiali non si esaurisce in esse, ma si sostanzia soprattutto della ricchezza che sta nell’intreccio delle relazioni che ognuno/a ha con tutte/i gli altri e le altre e con l'ambiente, dell’equilibrio tra esigenze e bisogni differenti, dell’armonia con se stessi, della possibilità per ognuno/a di partecipare alle decisioni che più da vicino lo/a riguardano.
Un’economia del benessere, basata tra l’altro sull’uso sapiente dei beni comuni e su quelle che Lidia Menapace chiama le piccole virtù (l’ indicava almeno dieci anni fa), esser sobri e parchi, avere attenzione a sé e agli altri, farebbe star meglio e non peggio di come si sta ora ed eviterebbe l’avverarsi di scenari catastrofici.
Condizioni e soggetti per costruirla esistono già.
Non ci vuole molto a chiarirlo.
Quanto alle condizioni, è vero che la globalizzazione non è per ora arrestabile perché i rapporti di forza non lo consentono. Ma la globalizzazione non segna la fine della storia, non investe tutta l'economia e non coinvolge né tutte le aree territoriali né tutte le fasce sociali. Inoltre, mentre c'è una abbondanza eccessiva di prodotti che in parte non piccola vanno ad alimentare il fiume dei rifiuti, c'è una grande domanda non solo di servizi ma anche di beni, ed in particolare di beni relazionali, che resta inappagata, perché appagarla non darebbe profitti interessanti per chi si muove nella logica della massimazione del profitto. Infine, per quanto solido e capace ancora di lunga vita, il modello economico, come si è visto, nutre in sé contraddizioni insanabili che ormai stanno venendo alla luce.
Si tratta dunque di sfruttare queste opportunità, ovviamente non per soppiantare d’un tratto il modello economico dominante, ma per costruirne un altro che con esso coesista, competa e, occorrendo, confligga. Per poi, nel lungo periodo, sottrargli spazi con la tecnica del “cuci e scuci” che si adopera quando si vuole costruire un edificio senza abbatterlo: edificando un pezzo nuovo prima di tirare giù quello che va sostituito..
Quanto ai soggetti coinvolgibili in una operazione del genere, vi è una pluralità di forme nuove di intraprendere che vanno dalle imprese sociali ad esperienze di autogestione, ad attività di vicinato; tutte queste vanno ad aggiungersi ad una parte non trascurabile del mondo cooperativo e del settore no-profit e a quella moltitudine di imprese che secondo alcuni costituirebbero il “capitalismo molecolare” e che secondo Sergio Bologna di capitalistico hanno ben poco o nulla. E poi c'è l'arcipelago delle iniziative volte ad organizzare un consumo responsabile.
Portare a sistema questi soggetti, che ora operano il più delle volte ignorandosi e nemmeno avendo chiara la propria specificità, non è impossibile se si mettono in atto politiche di sostegno adeguate e soprattutto se si diffonde una cultura appropriata, della cooperazione, della solidarietà e del fare.
Ancora una volta la questione va affrontata sul piano culturale prima che politico.
L’intellettualità diffusa non si sente interpellata?
Roma 27 marzo 2008
il manifesto 11 aprile 2008
Maria Antonietta insegna
Marina Forti
I governanti di tutto il mondo lo sanno: il prezzo del pane (o del riso) può scatenare rivolte e perfino far cadere regimi. E dai tempi di Maria Antonietta hanno imparato che se il popolo ha fame è meglio intervenire.
Le cronache di questi primi mesi del 2008 ne forniscono una conferma. Negli ultimi giorni una rivolta contro l’aumento dei prezzi degli alimenti di base ha fatto quattro morti ad Haiti, nel fine settimana una protesta operaia e popolare contro i rincari è stata repressa con violenza in Egitto. Proteste surriscaldate sono avvenute in Camerun (40 morti in febbraio), Burkina Faso, Costa d’Avorio e altri paesi africani. Altrove non scoppiano proteste ma la tensione sale in proporzione ai prezzi dei generi alimentari - come in molti dei paesi asiatici più popolosi, dal Pakistan fino alle Filippine. Quasi ovunque sono rivolte urbane, e ovunque il motivo è che popolazioni già impoverite non riescono più a fare la spesa.
Il prezzo globale dei generi alimentari è aumentato in media del 45 per cento dalla scorsa estate, riassumeva ieri il segretario generale della Fao, Jacques Diouf; il riso è addirittura raddoppiato nei primi mesi di quest’anno «e c’è una grave penuria di riso, grano e mais». I prezzi salgono per una combinazione di motivi, tutti strutturali: l’espansione urbana e industriale sottrae terre all’agricoltura (vedi Cina e Sud-est asiatico); le variazioni del clima fanno aumentare alluvioni e siccità (vedi Australia o Bangladesh). Aumenta la domanda alimentare e soprattutto il consumo di carne e latticini in regioni diventate più benestanti (Cina, India), e poi lo sciagurato boom degli agrocarburanti «mangia» la produzione alimentare. Gli esperti dell’andamento dei mercati alimentari non sono più di tanto stupiti dai rincari di questi tempi: sanno ormai da qualche anno che la domanda globale aumenta più della produzione, e che gli stock calano.
Solo ora però la fiammata dei prezzi, e le proteste conseguenti, allarmano governi e grandi istituzioni finanziarie internazionali. Una dirigente del Programma alimentare mondiale denunciava giorni fa «un nuovo tipo di fame, urbana: vediamo cibo sugli scaffali e gente che non può comprarlo». E’ un tipo di fame che acuisce il senso di ingiustizia. I governanti dunque corrono ai ripari, e lo fanno sovvenzionando i prezzi in diversi modi: tagliano tariffe e tasse sulle importazioni di alimentari (come l’Egitto), comprano riso sul mercato internazionale per distribuirlo a prezzo calmierato (come le Filippine).
Le sovvenzioni però possono allentare la tensione nell’immediato, ma sono misure a corto termine. La settimana scorsa la presidente delle Filippine Gloria Arroyo ha annunciato investimenti per l’agricoltura. Se realizzerà la promessa resta da vedere, ma è meglio delle brioches di Maria Antonietta: credito agricolo, infrastrutture, irrigazione, mercati più equi per i piccoli agricoltori, rilancio delle piccole produzioni locali da cui di solito dipende gran parte della popolazione. Prima che la prossima crisi dei prezzi scateni una nuova ondata di rivolte del pane.
Il manifesto 12 aprile 2008
«Questo sviluppo affama» La Fao lancia l'allarme
La crisi alimentare imperversa. Secondo il rapporto Fao, la spesa per l'importazione di cereali crescerà del 56% per i paesi più poveri. Ma se il Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo andrà sempre peggio
Sara Farolfi
Il mondo ha fame. Disordini e rivolte dilagano in tutto il globo, da Haiti all'Indonesia, per la crisi alimentare. Ma le rivolte per il pane, causate dall'impennata dei prezzi, non si fermeranno «se i paesi ricchi non faranno un passo indietro di almeno vent'anni per correggere errate politiche di sviluppo». Non ha usato mezze parole ieri Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel presentare il rapporto sulle prospettive di produzione di cereali nel 2008. «L'inflazione globale non dipende solo da elementi contingenti, ma da fattori strutturali - ha concluso - E se il cosiddetto Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo, la bolletta per i cereali nei paesi poveri continuerà a crescere».
L'impennata dei prezzi delle derrate alimentari - l'altra faccia della crisi globale - affama le popolazioni dei paesi in via di sviluppo e di quelli dove lo sviluppo mai è iniziato. Paesi in gran parte importatori di derrate alimentari, e dove il cibo arriva ad assorbire fino all'80% dei consumi complessivi, (nei paesi industrializzati la spesa alimentare costituisce il 10-20% di quella complessiva). Il caro prezzi spinge alle stelle il costo delle importazioni di cereali nei paesi più poveri. Questo, secondo la Fao, crescerà del 56% nel biennio 2007/2008 (dopo l'incremento del 37% nel biennio precedente). In Africa l'incremento arriverà al 74%.
La situazione è critica. La domanda, trainata dalle economie emergenti, continua a crescere, mentre le scorte alimentari sono al livello più basso da venticinque anni a questa parte (dall'inizio dell'anno sono già il 5% in meno rispetto al 2007). Questo in parte spiega, dice il rapporto, l'ascesa impressionante dei prezzi negli ultimi due mesi. Nel giro di un anno, i prezzi di grano e riso sono raddoppiati, mentre quello del mais è cresciuto per più di un terzo. Secondo i dati resi noti dalla Banca mondiale, dal 2005 al 2007 il grano è aumentato del 70%, i cereali dell'80% e i prodotti caseari del 90%. Questa ascesa, suona l'allarme lanciato, rischia di far diventare ancora più poveri 100 milioni di persone e di aumentare di 3-5 punti percentuali il tasso di povertà della popolazione mondiale. Ma anche la World Bank, che richiama i governanti alla necessità di un new deal sulla politica alimentare globale, ha le sue responsabilità: la percentuale dei suoi prestiti all'agricoltura è scesa dal 30% del 1980 al 12% dell'anno scorso.
Secondo le previsioni della Fao, la produzione di cereali crescerà del 2,6% nel 2008, mediante un allargamento delle coltivazioni nei paesi produttori. Clima permettendo, naturalmente. Calamità naturali, in relazione al cambiamento climatico, hanno devastato raccolti in Australia e li hanno ridotti considerevolmente in molti altri paesi, anche in Europa. L'altra faccia del cambiamento climatico è costituita invece dalle politiche di sussidi pubblici alla produzione di etanolo e biocarburanti, che sottraggono terre agricole ad altri prodotti. Ma alla spirale inflazionistica ha contribuito anche l'ascesa del prezzo del petrolio: i costi energetici si sono scaricati e hanno fatto lievitare sensibilmente le spese agricole. Senza contare la modifica dei consumi alimentari in Cina.
A nulla sono servite le misure prese dai governi dei paesi importatori come anche di quelli esportatori - restrizioni alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi - per limitare l'impatto inflazionistico nel mercato domestico. E oggi la crisi si mostra in tutta la sua gravità. Le «rivolte per il pane» hanno messo in subbuglio Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, le Filippine e Haiti. In Pakistan e Thailandia è intervenuto l'esercito per scongiurare l'assalto a campi e magazzini alla ricerca di cibo. La crisi alimentare riguarda per ora 37 paesi nel mondo. La Fao ha annunciato ieri l'allocazione di 17 milioni di dollari per aiutare le produzioni locali dei paesi più poveri. Ma la questione «riguarda tutti noi», ha avvertito Diouf. E molto dice del nostro scellerato modello di sviluppo.
[1] Questo è uno dei temi critici, da usare con delicatezza, prudenza ed in modo appropriato per non creare rischiose confusioni, perché sta di fatto che il sacro quale derivazione del trascendente richiede che qualcuno se ne faccia interprete e mediatore. Intorno al sacro si organizza così un potere per gestirlo. Un potere più opprimente degli altri, perché sull’essere umano non agisce dall’esterno, ma ne investe la componente più intima, la coscienza.
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