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domenica 19 ottobre 2008

SULLA QUESTIONE NAPOLETANA

E teniamoci la camorra
di Nino Lisi
Per esprimere solidarietà ed amicizia a Roberto Saviano non è bastato che scrivesse Gomorra, e vivesse sotto scorta per alcuni anni.. Ci è voluto che fosse costretto a fuggire dall’Italia per sfuggire al rischio di saltare in aria come Falcone e Borsellino.
Per dichiararci amici, che so, di Sergio Nazzaro, che ha scritto Per fortuna io c’ho la camorra, di Maurizio Bracci e di Giovanni Zoppo, autori di Napoli comincia a Scampia, di Rosario Esposito La Rosa che, frequentando ancora il liceo di Scampia, l’anno scorso ha pubblicato Al di là della neve, dove neve sta per cocaina; o anche di Mirella Pignataro che sempre a Scampia anima il GRIDAS, acronimo di Gruppo di Risveglio dal Sonno, o del circolo di Lega Ambiente di Scampia, La Gru, o della Scuola di Pace che il 18 ottobre dell’anno di grazia 2008 inizia a via Foria un ennesimo “anno scolastico”, quello 2008-2009, cosa aspettiamo? Che siano costretti ad andarsene anche loro?
E quando ci dichiareremo amici delle centinaia di piccole associazioni e gruppi e singoli più o meno anonimi che a Napoli lavorano tutti i giorni per aggregare giovani e non giovani e farli pensare nei “quartieri”, alla”sanità” a “fuorigrotta” e nelle tante zone dove il degrado è maggiore, mettendo oscuramente a repentaglio la pelle? Forse mai, perché lavorano e lottano nel quasi anonimato, sicché se dovessero essere costretti a smettere o ad andarsene anche loro la cosa non farebbe neppure notizia. Solo la loro morte cruenta farebbe notizia. Per poco. E troppo tardi. C’è da augurarsi quindi che non facciano notizia mai, che per sempre nessuno si occupi di loro.
Eppoi, che significa dichiararsi amici?
Cos’è la solidarietà se non poggia su solide basi materiali, se non ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a lavorare e lottare con loro quando ancora sono in condizioni di farlo, se non si fatica (e forse non occorrerebbe neppure una grande fatica) per scoprire i legami della camorra con la politica e denunciarli a gran voce. Per questo sì che ci vorrebbe una voce grande ed un coraggio ancora più grande. E chi ce li dà?
Però non limitiamoci a pensare e a dire che il nodo da spezzare sia solo quello dei rapporti tra camorra e politica. Perché se nella politica trova supporti e complicità e nell’ignoranza e nella fame del sottoproletariato trova la sua manovalanza, è nella connivenza palese ed in quella occulta della borghesia napoletana che la camorra trova l’habitat per espandersi.
Connivenza palese che sta nei collegamenti e nei supporti professionali che la camorra vi trova per i suoi traffici. Connivenza occulta che sta in quelle che Michele Prisco nel febbraio del 1990 descriveva cosi: .
.
Si tratta dunque di una realtà complessa ed intricata come mai.
Sì, per cercare di contenere o per lo meno per contrastare la camorra, la magistratura e le forze dell’ordine, ci vogliono (i militari un po’ meno). E’ vero: per ostacolare il ricambio della manovalanza camorristica occorre creare un’altra alternativa ad una povertà che diventa miseria d’animo.
Ma non è solo così che si può sradicare il fenomeno; la soluzione sta altrove.
Va apprestata sul piano della cultura diffusa, per modificare la “particolare filosofia che è alla base del temperamento dei napoletani”, affinché non continui a perpetuare l’endemica inclinazione al malgoverno amministrativo e la carenza di senso civico. Ma chi può farlo? Chi può entrare in gioco mettendo in circuito valori, comportamenti, sensibilità e stili nuovi? .
A Napoli ci sono “casi esemplari”: l’Istituto di Studi Filosofici, il Suor Orsola Benincasa, Napoli 99, ad esempio per ricordare soltanto gli stessi che citava Prisco. Ma sono isole. Felici, ma isole che non incidono sulla “filosofia” di vita dei napoletani, non rompono la incredibile assuefazione della borghesia a tenere insieme arte, filosofia, bellezza, camorra e “munnezza”, non mettono in crisi la sua rassegnata accettazione (che è poi un alibi) dell’esistenza di due città contrapposte, non usano , per dirla con Attilio Wanderlingh, l’editore di Intra Moenia. Il quale aggiunge, e sono pienamente d’accordo, .
Ed allora? Allora occorrerebbe una mobilitazione grande dell’intellettualità diffusa che, con significative ma poche eccezioni, è però generalmente è assente dal problema, inerte. Altrimenti? Altrimenti Napoli resta come è; e se c’abbiamo la camorra ce la teniamo.


martedì 19 agosto 2008

NU ZI' NISCIUNO SI OPPONE A STIGLIZ

PIU' SINISTRE CI VOGLIONO PER IMBOCCARE LE STRADE DI UN'ALTRA ECONOMIA
di Nino Lisi

Stigliz insegna alla Columbia ed è Premio Nobel: insomma è un economista di tutto rispetto. Invece io sono, come si dice a Napoli "nu zi' nisciuno". Nondimeno ardisco contraddirlo. (vedi il suo articolo qui sotto) Più sinistra, anzi moltissima sinistra ci vuole ma non per crescere, bensì per passare ad un'. La ragione del disaccordo è semplice: una crescita sostenibile non è possibile, non esiste.
In economia come in natura nulla si crea e nulla si distrugge. La cosiddetta creazione di ricchezza, nel che consisterebbe la crescita, in realtà è semplicemente un trasferimento di risorse, cioè la sottrazione di risorse ad alcuni (lavoratori, ambiente, paesi produttori di materie prime, di solito poveri,) e la loro concentrazione in altri (capitalisti e paesi cosiddetti avanzati). Il meccanismo dell'accumulazione funziona così.
L'espressione "creare ricchezza" è una fandonia" e quella "crescita sostenibile" è un osimoro. Ed oggi, nella fase della globalizzazione, è un ossimoro anche l'espressione "crescita inclusiva", perché al contrario di quanto avveniva nella fase fordista, l'accumulazione procede per esclusione.
E' vero, come afferma Stigliz, che il disastro economico di cui stiamo pagando le conseguenza a livello planetario è frutto delle dissennate politiche delle destre, in primis di quella statunitense, ma anche le sinistre ci hanno messo il loro zampino, avendo scoperto anch'esse le virtù taumaturgiche del mercato, come anche in Italia è avvenuto.
Per porre rimedio al disastro occorre cambiare strada, imboccare quella di un'altra economia, che non abbia l'assillo della crescita, cioè non punti ad arricchire pochi a danno dei più.
Per questo occorrerebbe molta sinistra, anzi molte più sinistre, non contaminate, però, dall'abbaglio dello sviluppo, della crescita e delle virtù del mercato.
Ma esistono sul piano politico sinistre siffatte? Io non ne vedo. Probabilmente vanno cercate ed organizzate nella società.

domenica 22 giugno 2008

Abecedario

Resoconto della riunione del 16 giugno 2008
Discussione sul "focus” dell’abecedario
di Nino Lisi

Lunedì 16 giugno, ci siamo riuniti come da programma.
Eravamo presenti (in ordine di come eravamo seduti) Guido, Enzo, Felicio, Maria, Nino, Sergio, Laura, Gabriele.
Si è discusso sul come proseguire nella costruzione dell’abecedario: su quale debba cioè essere il punto di riferimento da assumere come elemento unificante, l’angolo di osservazione da cui porsi per lo sviluppo dei vari lemmi, il terreno di verifica delle diverse elaborazioni.
Guido, anche in base alle discussioni sviluppatesi sui primi lemmi discussi ed ai testi pubblicati sul blog di La Capria e Capobianco, ha proposto di scegliere tra: la crisi della modernità o la questione napoletana., sottolineando per altro le relazioni tra di esse intercorrenti.
Nel corso della discussione è prevalso l’orientamento di scegliere come focus delle nostre riflessioni la “questione napoletana”, essendosi ritenuto che in presenza della situazione della città non ci potessimo sottrarre all’onere non solo di esaminarla nei suoi vari aspetti, ma soprattutto di risalire ai fattori ed alle dinamiche che l’hanno determinata .
A questa conclusione si è giunti partendo dalla considerazione che in questi giorni è impossibile pensare a Napoli e parlarne eludendo la emergenza rifiuti.. Ma come è ormai è largamente riconosciuto essa ha portato allo scoperto uno stato di crisi generale. L’emergenza napoletana altro non è che l’anticipazione di situazioni di crisi che stanno covando altrove e di cui si avvertono le avvisaglie, come a Roma ad esempio dove sta giungendo a saturazione la discarica di Malagrotta, la più grande di Europa. Ci si è chiesti però del perché la crisi si sia manifestata a Napoli prima che altrove; prima che nelle aree nelle quali la produzione di rifiuti è ben maggiore. Si è ritenuto che la risposta stia nel fatto che Napoli è il punto più debole del sistema italiano, anche sotto questo profilo. Ed allora è parso indispensabile porsi l’interrogativo del perché Napoli sia il punto più debole del sistema, quali siano le dinamiche ed i fattori che hanno giocato in tal senso. E si è rilevato che, a differenza della crisi di altre aree, tra i fattori all’origine della “debolezza” di Napoli non può annoverarsi la globalizzazione, sia perché essa è ben anteriore al fenomeno che va sotto questo nome, sia perché quest’ultima lambisce Napoli solo tangenzialmente (e solo per alcuni dei suoi effetti peggiori): a livello strutturale con il proliferare dei centri commerciali e, a livello sovrastrutturale, con l’influenza che il “pensiero unico” anche qui esercita sul senso comune. Non è mancata la sottolineatura di quanto i centri commerciali concorrano alla produzione in continuo aumento dei rifiuti, di come le soluzioni in voga siano tanto inefficienti quanto deleterie, e di come la stessa composizione dei rifiuti prodotti in loco costituiscano la spia di quanto le condizioni di vita della popolazione napoletana siano inferiori a quelle delle popolazioni settentrionali.
Gli ambiti nei quali collocare lo sviluppo dei diversi lemmi sono stati individuati così su proposta di Guido.
1.territorio e produzione
2. politica e società
3. l’onda lunga della storia
4. cultura e potere
5. post-modernità e modello emergenziale
6. proposte e buone pratiche
In questi ambiti con riferimento alla “questione napoletana” dovranno collocarsi i diversi contributi I due già prodotti in prima approssimazione, e discussi, dovranno quindi in occasione del loro completamento essere riferiti alla questione napoletana e quelli in via di predisposizione dovranno tener conto del taglio deciso.

giovedì 12 giugno 2008

ABECEDARIO


Resoconto della riunione del 28 aprile 2008
Discussione sul contributo di Aldo Vella
“Memoria e territorio
lunedì scorso, 28 aprile, ci siamo riuniti come da programma.
Eravamo presenti (in ordine di come eravamo seduti) Sergio Vellante, Gabreiele Di Stefano, Antonietta Selvaggio, Annamaria Valentino, io, Aldo Vella, Vincenzo Falco, Guido D'Agostino. Avevano comunicato preventivamente l'impossibilità ad essere presenti, Maria Paradiso, Carla Maiorano, Nicola Sorbo, Felicio Corvese.
Prima di discutere di Memoria e Terriorio, il tema curato da Aldo, abbiamo letto la "lettera collettiva" pubblicata sull'ultimo numero del settimanale Carta, della quale allego il testo, sia per chi non era presente, sia perché penso sia utile averla sotto mano. Ne abbiamo discusso, condividendone largamente il contenuto e la proposta, non senza sottolineare l'importanza e la criticità del nodo, che va comunque sciolto,di un tramite efficace tra società ed istituzioni, cioè: da un lato, modalità nuove di partecipazione che non disperdano ma nemmeno reprimano l'autonoma capacità di iniziativa della società e, dall'altro, il recupero della funzione politica di comporre la frantumazione e la contrapposizione degli interessi particolari. Alla fine si è deciso di aderire come Associazione Rete Meridione alla lettera collettiva di Carta, che come è detto nella sua presentazione, "vuole essere un lavoro aperto, la cui scrittura è collettiva e perciò progressiva, a cui tutti possono contribuire sia scrivendo a carta.org, che partecipando agli incontri".
Quindi abbiamo affrontato il tema Memoria e Territorio con una discussione che mi è parsa molto stimolante. Provo a sintetizzarla sperando - ma non essendone sicuro - di non tradire il pensiero degli intervenuti , che riferirò perciò senza citarli per non attribuire loro eventuali mie inesattezze e fraintendimenti. Prego a questo proposito tutte e tutti di voler sia correggere che integrare il mio resoconto, perché costruire di volta in volta una sintesi fedele di ciò che si dice nei nostri incontri potrebbe costituire una modalità appropriata per fare dell'abecedario il prodotto di un lavoro collettivo.
Aldo ha richiamato i passaggi salienti del documento che aveva diramato in precedenza sulla memoria (che, come ha scritto Maria Paradiso in una e-mail, è bellissimo), anticipando verbalmente i primi risultati della riflessione ancora in atto sul "territorio". L'etimologia del termine può fornire indicazioni utili per avvicinarsi a definire il significato del lemma. Con il suffisso orio si indica uno spazio o comunque un'entità destinata ad un'azione umana (oratorio, laboratorio, ambulatorio,etc.) Territorio dunque come spazio antropizzato, relazioni con la comunità che gli appartiene.
E' stato osservato come l'approccio etimologico porta a leggere il territorio come sistema complesso. Si è quindi discusso della memoria individuale come filo rosso della identità personale, con numerosi spunti di approfondimento, e della memoria collettiva che può evolversi ma anche andare dispersa o addirittura negata a seguito di eventi.
E' emerso che l'intreccio tra memoria collettiva, memoria storica, memoria che il territorio conserva, genius loci, potrebbe costituire una pista di riflessione interessante e promettente
E' stato inoltre osservato che mentre nell'interpretazione del processo di formazione e di evoluzione della memoria individuale si utilizza una chiave complessa, per così dire organicista, basata sul vissuto (emozioni, percezioni, sensibilità, etc.) per interpretare il processo di formazione della memoria storica si utilizza invece una chiave razionale. Ma forse non necessariamente deve essere così. Sono stati poi portati esempi di una memoria scomparsa e di una memoria presente. Il primo ha riguardato il caso di Sarno, la cui frana fu letta come effetto del disboscamento, quando invece è stata causata dal collasso dello strato di piroclastite (coaugulo di cenere e pomice) sovrastante la roccia carbonatica. Collasso dovuto alla instabilità della piroclastite che, superato un certo tasso di umidità, si scioglie. Fenomeno ben noto in epoca borbonica che veniva fronteggiato o almeno ritardato con la rete dei Reggi Lagni. Di quella sapienza si è persa memoria ed i lagni sono stati cementificati. Ed è emblematico che a Sarno in concomitanza con il verificarsi della frana , un lagno che scorreva sotto il manto stradale "è esploso" generando una sorta di gaiser.
L'esempio di memoria conservata la si è rintracciata invece nell'esperienza del distretto della lana di Prato e nel cosiddetto distretto del divano in Basilicata, le cui organizzazioni funzionali ricalcano nel primo casa la logica dei rapporti di mezzadria e nel secondo quella della colonia parziaria. La riscoperta della memoria del territorio, il recupero della memoria collettiva e della memoria storica oltre ad essere alla base di qualsiasi azione volta ad innescare processi di sviluppo locale (che sapete io preferisco chiamare di miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriale), possono servire per evitare l'omologazione nel pensiero unico e di essere travolti negli effetti della globalizzazione capitalistica, ad esempio rifiutando ipermercati e centri commerciali, produttori di obesità e rifiuti. Si è infine rilevato che per connettere la riflessione su memoria e territorio al punto di vista specifico di Meridione, quello del Mezzogiorno d'Italia e dei Sud del mondo, bisognerà chiedersi qual è la memoria dei territori meridionali e quali le memorie collettive delle sue popolazioni.

Nino Lisi

Per la lettera di Carta citata sopra si veda “lettera collettiva”

ABECEDARIO

Resoconto della riunione del 31 marzo 2008
Discussione sul contributo di Nino Lisi
“Territorio, Lavoro, Economia”

Cari Amici e Care Amiche,
qualche assenza ha tolto qualcosa alla nostra ultima riunione, ma sicuramente di più a chi non vi ha partecipato! Eravamo comunque in buon numero e si è lavorato con profitto: Nino ha relazionato sul suo intervento-contributo (che peraltro aveva mandato a tutti in anteprima) e vi sono stati diversi spunti di discussione (che proseguirà).
In particolare, sono venute fuori nuove proposte di lemmi dell’abecedario, come natura (M.A. Selvaggio), auto-organizzazione (Falco), o proposte già avanzate ma ribadite o limate da parte di Paradiso (internet), De Stefano (sviluppo), Valentino (laboratorio). Con una certa insistenza, è stato individuato un punto cruciale, che percorre e pervade un po’ tutti i discorsi: la crisi della modernità.
Insomma, c’è materia e voglia di fare, mi sembra; ci incontreremo lunedì 28 aprile, ore 16:30, nel mio studio all’Università. A ben rivedervi tutti.

Guido D’Agostino

Care amiche e cari amici ,
faccio seguito con po' di ritardo - del quale mi scuso - al messaggio di Guido, per riferirvi sinteticamente della riunione di lunedì 31 marzo, i9n modo da rendere possibile anche a coloro che non hanno partecipato all'incontro di venire a conoscenza dei “nuovi spunti di riflessione”che a me è sembrato essere emersi durante la discussione della bozza di documento su "Territorio, Lavoro, Economia". Eravamo presenti (elencati per come eravamo seduti): Guido D'Agostino, Maria Paradiso, Gabriele Di Stefano, Maria Antonietta Selvaggio, Ugo Leone, Enzo Falco, Anna Maria Velentino, Nino Lisi, Felicio Corvese. Dopo una breve illustrazione del documento che avevo inviato, hanno preso la parola:
Gabriele che si è soffermato sul concetto di entropia, chiarendo come può esso può assumersi come chiave interpretativa di quanto sta avvenendo con la globalizzazione: la crescita comporta una paurosa produzione di entropia, il disfacimento dei sistemi (naturali e sociali come politici) sono fenomeni entropici. Decrescere significa ridurre l'entropia dei sistemi. A me è venuto in mente che potrebbe essere interessante applicare il concetto di entropia per interpretare la crisi della modernità in chiave di entropia. Chissà se Gabriele ci voglia provare,
Maria Antonietta, che, a proposito della modernità, ha ricordato come alla sua origine d ci sia stato un forte dibattito circa il paradigma fondativo: da un lato i sostenitori di una visione meccanicistica della natura (Bacone, ad esempio) e dall'altro i fautori di una visione organicista (G. Bruno, sempre ad esempio). Prevalse la visione meccanicistica. A me è venuto in mente che quel dibattito ebbe quali protagonisti pensatori del Mezzogiorno d'Italia, perché tra i fautori ella visione organicista c'erano Telesio e Campanella, oltre Bruno, esponenti del "naturalismo mediterraneo".Inoltre ha sostenuto Maria Antonietta che sarebbe preferibile (o più prudente) arlare di "modernità riflessiva" cioè di una fase in cui la modernità deve riflettere su se stessa, piuttosto che di crisi della modernità. Ha poi fatto cenno ad un testo su democrazia e lobalizzazione, che le abbiamo chiesto di diramare,
Ugo che non potendosi trattenere ha preannunciato alcune sue riflessioni sul documento in iscussione, che avrebbe diramato per posta elettronica;
Enzo, che, dichiaratosi in via di massima d'accordo con le tesi esposte nel documento, ha dichiarato la propria intenzione a elaborare un testo sull'impatto che crisi della modernità e globalizzazione hanno sulla politica ed particolare sull'atteggiamento dei giovani nei confronti della politica, Anna Maria, che a proposito delle tecnologie informatiche e telematiche (portato della modernità) si è proposta per indagare il loro impatto a livello di società e di giovani, su come esse possono stimolare soggettività nuove e tipi nuovi di relazioni anche in territori considerati meno "avanzati" di altri e suscitare forme di aggregazione e di esperienze "alternative".
Maria Antonietta ha accennato a questo riguardo a esperienze che si stanno ealizzando in Marocco,
Felicio, anch'egli consenziente in sostanza con il documento, che si è soffermato su come il Mezzogiorno sta reagendo o non sta reagendo a quanto sta accadendo, sulla cultura asfittica che caratterizza quello che ha chiamato il "ceto civile angusto" del Mezzogiorno. Si è proposto di indagare su questo tema.
Guido, che ha svolto il suo ruolo di moderatore intrecciando di volta in volta il suo intervento con quello di chi interveniva, sia per mettere a fuoco i lemmi dell'abecedario sia per richiamare il punto di vista che dovrebbe in qualche modo collegarli, che è quello del Mezzogiorno, o meglio dei termini in cui oggi si presenta la questione meridionale.
Personalmente ho trovato l'incontro molto interessante e stimolante ed ho tratto il convincimento di dover completare il mio documento con due paragrafi, uno per spiegare in cosa e come centri il Mezzogiorno nella riflessione che ho tentato di sviluppare e l'altro per argomentare il motivo per il quale ho scelto come punto di osservazione la "crisi della modernità". Inutile dire che spero di non aver travisato il pensiero di alcuno e che sarebbero in ogni caso utili correzioni ed integrazioni. Profitto per segnalare che nella rete dei destinatari dei nostri messaggi figurano due nuovi indirizzi (di cui non disponevo prima) segnalatimi da Guido, di amici interessati all'iniziativa dell'abecedario: Nicola Sorbo e Sergio Vellante.
Un saluto cordiale.
NinoLisi

ABECEDAIO


Resoconto della riunione del 12 febbraio 2008
martedì scorso abbiamo tenuto la riunione che vi avevo annunciato con un precedente messaggio. Non eravamo molti. Alcuni avevano comunicato l'impossibilità di parteciparvi segnalando però l'interesse a coinvolgersi nelle attività preparatorie dell'abbecedario. Altri non lo hanno fatto. Nella riunione si sono individuati altri lemmi che sono andati ad aggiungersi a quelli individuati nella precedente riunione della quale vi ho già dato conto- e si è cominciato ad affiancare ad alcuni di essi il nome o i nomi delle persone che guiderà/guideranno la riflessione e quindi la stesura dei testi. Si è discusso del metodo e delle modalità del lavoro e si è iniziato a puntualizzare l'angolazione da dare alla comune riflessione. L'intento è di rendere disponibili con l'abbecedario una serie di chiavi di lettura critica della realtà, costruite dal punto di vista del Sud d'Italia e/o dei Sud del mondo. Si è anche pensato ad un primo incontro da tenersi non al di là di un mese e mezzo, per mettere a confronto i sommari di alcuni primi lemmi ed avviare la discussione. Di tutto ciò una lettera di Guido D'Agostino fornirà gli approfondimenti opportuni ed anche maggiori indicazioni di carattere operativo. Prego vivamente coloro che non lo avessero già fatto di comunicarmi se sono o meno interessati a seguire e contribuire allo sviluppo di questa iniziativa. Risparmierò a chi non fosse interessato il fastidio di ricevere altri messaggi da parte mia.
Nino Lisi

ABECADARIO

Resoconto della riunione del 4 febbraio 2008 n. 2 e invito alla riunione del 12
da poco è uscito il numero di Meridione - la rivista diretta da Guido D'Agostino che ha sempre pubblicato gli atti dei seminari della Rete Meridione - che contiene gli ultimi elaborati della nostra associazione. Bisogna mettere in cantiere il nuovo numero che ospiterà le nostre riflessioni. Si è svolto un primo incontro lunedì scorso della quale non vi ho potuto informare perché non avevo i vostri indirizzi (Isabella era all'estero). Per rimediare vi rimetto in calce un breve resoconto dell'incontro. Ci incontreremo nuovamente *martedì prossimo 12 febbraio alle ore 16,30 presso lo studio di Guido all'Università - Via Marina 33 9° piano*. Vi prego vivamente anche da parte di Guido di parteciparvi. Ed ecco il riepilogo di quanto discusso lunedì scorso. Si è discusso del tema del numero monotematico di Meridione. E' stato individuato su proposta di Guido, condivisa convintamente da tutti i presenti, in un abecedario che raccolga alcune parole sulle quali, per la criticità dei concetti che evocano, può essere utile e stimolante incentrare una riflessione, quali ad esempio: legalità, etica, povertà, lavoro, territorio, inquinamento, rifiuti, crescita, sviluppo, solidarietà, equità, etc.. Si dovrà organizzare in costellazioni i termini che sceglieremo, in modo da mettere più facilmente in luce le correlazioni tra di essi. Si è auspicato che in questa riflessione si coinvolgano tutti i soci e le socie della Rete Meridione . Si è anche deciso di coinvolgere un'area più vasta - quella dell'indirizzario che conta un paio di centinaia di indirizzi - durante il percorso di elaborazione, proponendo alcuni momenti di confronto/dibattito e l'utilizzo di un istituendo blog. In esso verranno pubblicati sia i materiali grezzi che via via sortiranno dal processo di elaborazione, sia altri materiali che gli/le appartenenti alla Rete producessero nel corso della propria attività e ritenessero utile socializzare. Il blog, rendendo possibile a chiunque di pubblicare "commenti" ai testi inseriti dagli/dalle appartenenti alla Associazione, offrirà la possibilità di un confronto aperto e dinamico.Di tutto ciò con apposita lettera verrà data notizia all' dell'indirizzario . La riunione di martedì prossimo è destinata a configurare più compiutamente la proposta discussa lunedì scorso Sarebbe assai utile che ciascuno/a confermasse la sua partecipazione o, nell'impossibilità di farlo, comunicasse l'interesse o meno alla iniziativa proposta.
Nino Lisi

ABECEDARIO

Resoconto della riunione del 4 FEBBRAIO 2008
la riunione è stata aggiornata a martedì prossimo 12 febbraio alle ore 16,30 presso lo studio di Guido all'Università (via Marina 33 - 9° piano) per definire nei dettagli la ripresa dell'attività dell'Associazione.
Un breve riepilogo delle conclusioni della riunione di ieri: si è deciso di riprendere l'attività finalizzandola, come si era deciso già un anno e più fa, alla pubblicazione di un numero monotematico di Meridione. Il tema - in luogo di quello individuato l'anno scorso che come ricorderete era "Il paese deve crescere: per che, per chi?" - è stato individuato su proposta di Guido, condivisa convintamente da tutti i presenti, in un abecedario che raccolga alcune parole sulle quali, per la criticità dei concetti che evocano, può essere utile e stimolante incentrare una riflessione, quali ad esempio: legalità, etica, povertà, lavoro, territorio, inquinamento, rifiuti, crescita, sviluppo, solidarietà, equità, etc.. Si dovrà organizzare in costellazioni i termini che sceglieremo, in modo da mettere più facilmente in luce le correlazioni tra di essi.
Si è anche deciso di coinvolgere in questa riflessione tutti i soci e le socie della Rete Meridione inviando loro una lettera non appena la proposta sarà sufficientemente strutturata, per invitarli ad un primo incontro nel quale concordare le modalità del lavoro. Si è anche deciso di coinvolgere un'area più vasta - quella dell'indirizzario che conta un paio di centinaia di indirizzi - durante il percorso di elaborazione, proponendo alcuni momenti di confronto/dibattito e l'utilizzo di un istituendo blog. In esso verranno pubblicati sia i materiali grezzi che via via sortiranno dal processo di elaborazione, sia altri materiali che gli/le appartenenti alla Rete producessero nel corso della propria attività e ritenessero utile socializzare. Il blog, rendendo possibile a chiunque di pubblicare "commenti" ai testi inseriti dagli/dalle appartenenti alla Associazione, offrirà la possibilità di un confronto aperto e dinamico.Di tutto ciò con apposita lettera verrà data notizia all' dell'indirizzario.
Il blog è stato proposto da Carla che ha anche indicato in me chi dovrà istituirlo e manutenerlo.
La riunione di martedì prossimo è destinata a configurare più compiutamente quanto deciso ieri.
Nino Lisi

domenica 8 giugno 2008

Questione rifiuti e Questione napoletana

di Nino Lisi da Arcipelago Napoli del 13 gennaio 2008

La questione dei rifiuti di Napoli c’è chi la chiama tragedia. Per altro la dimensione tragica, chissà perché - è presente frequentemente nella vita di Napoli e dei napoletani, quando non scade a tragicommedia.A ben guardare, essa – la questione dei rifiuti - è paradigmatica della questione napoletana e più in generale delle questione meridionale. Ve ne sono infatti tutti gli ingredienti: in primo luogo il connubio perverso di interessi tra ambienti del nord (in questo caso gli industriali che hanno trovato un espediente per smaltire a buon mercato i rifiuti speciali – speciali perché particolarmente pericolosi) e ristretti ambienti napoletani e campani (in questo caso i clan camorristici); l’insipienza quando non la connivenza e la complicità del ceto politico e non solo di questo, ma di buona parte della classe dirigente napoletana; l’astuzia del capitalismo settentrionale (nel caso di specie la società Impregillo) che profitta della debolezza del sistema locale; la latitanza dal problema – tranne qualche rara ed inascoltata eccezione – della intellettualità partenopea; l’ignavia della borghesia cittadina; la rassegnata abulia del resto della popolazione.Certo: se tanti sono i fattori in gioco, svaniscono le singole responsabilità. E questo bisogna assolutamente evitarlo. Epperò bisogna evitare anche l’ opposto: semplificare le cose e ridursi a considerare uno solo degli agenti in campo, quello più evidente e che meglio si presta al ruolo di capro espiatorio. Se ciò accadesse – e purtroppo non è improbabile che accada - sotto un’apparente e superficiale risanamento della situazione, nel fondo tutto resterebbe inalterato. E sarebbe un disastro, perché, non cogliendosi la complessità dei fattori in gioco ed il loro intreccio, sarebbe impossibile sradicare le cause dell’accaduto e quindi gli effetti si riprodurrebbero.Ed allora bisogna distinguere, secernere, scavare.E’ quanto auspicabilmente dovrà fare il Cantiere su Napoli, non semplicemente a proposito della questione rifiuti, ma della questione napoletana.Ci sono molti aspetti che dovremo affrontare. E molti interrogativi dovremo porci.Enrica Morlicchio e Sergio D’Angelo nel loro articolo sul n. 5 del 2007 di Carta mensile – quello dedicato appunto a Napoli per la promozione del Cantiere – accennano al tema “della ricerca di un ceto politico amministrativo ed imprenditoriale capace di porsi alla guida di un progetto di cambiamento. Un questione che in Campania e a Napoli resta in buona parte irrisolta”.A mio avviso il problema è proprio questo, ed è del tutto irrisolto. Quello della classe dirigente. E’ da esso – io credo - che dobbiamo partire per la nostra analisi.Un ceto politico “chiuso come un bunker” impermeabile a qualsiasi spinta proveniente dall’ esterno del suo “sistema”. Una intellettualità, tranne rare eccezioni, o cinicamente distaccata e passiva nei confronti del potere politico, oppure succube e connivente con esso, comunque lontana dall’altra città, dalla “città di sotto”, quella del popolo basso - come si diceva un tempo - o del popolino – come diceva Sereni - o del sottoproletariato - come si dice oggi. Per non dire del ceto imprenditoriale, nelle sue varie articolazioni e sfaccettature, e delle diverse categorie professionali: cioè della borghesia napoletana. E’ in essa che ha la sua tana il blocco sociale della conservazione perpetua, che replica ad ogni occasione quella che Croce ha chiamato le “eterna rapina”, per la quale gli investimenti pubblici si risolvono puntualmente nell’arricchimento di pochi senza produrre i risultati voluti. E’ qui, nel blocco sociale responsabile del mantenimento dello status quo, che si annida la “questione morale”, radice dei mali di Napoli. Essa viene da molto lontano. Già nel settecento ne parlavano Filangieri e Pagano ed è giunta ai giorni nostri. Nel 1990 Pasquale Saraceno la descriveva così: “la convivenza di modernizzazione apparente e di residui socioculturali del passato è il terreno comune di coltura dell’assistenzialismo della corruzione e della piccola e grande criminalità”. Nel 2006 Pietro Greco ha scritto pagine chiarissime su questo tema in La Città della Scienza.La questione morale si intreccia strettamente alla questione economica, anzi è alla sua base. La inaudita sproporzione tra le fonti distribuite di reddito e le dimensioni demografiche della città caratterizza la situazione di Napoli da circa quattro secoli. Gran parte della popolazione che via via si è addensata nella ed intorno alla “capitale del Mezzogiorno” è stata (ed è) costretta a vivere di espedienti, sicché la illegalità, la piccola illegalità, è stata la struttura portante dell’economia di sopravvivenza. E quando ai tempi delle “mani sulla città” alla piccola illegalità degli strati subalterni si è aggiunta, eretta a sistema, la grande illegalità della borghesia la situazione è esplosa.Gli interrogativi da porsi sono dunque molti.Com’è che la classe dirigente napoletana è riuscita sinora a perpetuare se stessa, neutralizzando i tentativi di rinnovamento, che pure ci sono stati? Qual è il meccanismo di questa perpetuazione secolare ? Perché il collante culturale da cui trae linfa l’intreccio tra politica, affari, e criminalità che strangola la città non è mai stato scalfito?Si assume che sul medesimo territorio coesistano - e forse senza convivere - due diverse città. Una città doppia, dunque. Ma perché non si riesce a mettere in comunicazione reale le due città o le “diverse anime” della città”? Da cosa trae origine questa doppiezza e quando è sorta? Non è che a essere “doppi” siamo noi napoletani, cioè che sia doppia la nostra cultura, la nostra mentalità che permette alle “ persone per bene” di acconciarsi a convivere con il malcostume, la sopraffazione, il clientelismo, come se fosse normale, senza ribellarsi nei confronti delle istituzioni, adattandosi a coniugare arte, scienza , filosofia, bellezza e “munnezza”? Ed infine: noi che intendiamo dibattere ed affrontare questi temi siamo parte di questa classe dirigente o ci chiamiamo fuori? Siamo del tutto immuni da questa cultura della doppiezza?Insisto su questo punto, perché sono d’accordo con quanto ha scritto Attilio Wanderlingh, sul numero di Carta che ho già ricordato. La questione napoletana va affrontata sul piano culturale e “non c’è destino per questa città, se la cultura non parte dalla loro condizione, (quella del “popolo borderline” ndr) non dalla nostra”. Occorrerebbe dunque mettere mano alla rigenerazione della struttura sociale della città, luogo per luogo, mediante una intelligente "gestione del quartiere" , vale a dire integrando gli interventi sulla "città fisica"e sulla "città sociale" come Serena Sorrentino ha spiegato nel numero di Carta che ho citato. Ed in questa ottica potrebbe/dovrebbe affrontarsi anche il problema del lavoro, legando al recupero di culture, saperi e tradizioni la creazione di occasioni di lavoro che dando riposte appropriate ai bisogni effettivi della popolazione sottraggano l’ economia della sopravvivenza al condizionamento della piccola illegalità. Da qui si dovrebbe partire per animare una “economia altra”, basata su di un forte legame con il territorio e capace di proiettarsi all’esterno.Il ragionamento ritorna così al suo punto di partenza, al tema posto da Enrica Mordicchio e Sergio D’Angelo: quello del soggetto “capace di porsi alla guida di un progetto di cambiamento”. C’è? E se no, si può promuoverlo e come?
La foresta vergine

di Nino Lisi da Arcipelago Napoli 4 giugno 2008

Raffaele La Capria, scrittore che per altro amo molto, chiede: ”Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie”.Ed ha ragione. Ma il suo interrogativo ne richiama altri: ma è solo il governo centrale a dover essere chiamato in causa, o devono esserlo anche i governi locali, la classe dirigente locale – ceto politico, ceto imprenditoriale, professionisti eccellenti, la stessa intellettualità napoletana, per non dire dell'alto clero? O sono vittime anche loro del governo centrale? Insomma noi napoletani – non tutti, certo, non gli indigenti, i senza potere, ma gli altri, quelli che almeno il potere della parola l'abbiamo – siamo esenti da ogni responsabilità? La Capria afferma ”che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, (un gruppo di ottimi scrittori, ndr) come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel mistero nascosto cui lei stessa aveva accennato”.Giusto. Ma questo mistero vogliamo provare a svelarlo e contrastarlo? Di esso lo stesso La Capria ha scritto in un romanzo indimenticabile, Ferito a morte, cinquant'anni fa, paragonandolo ad una foresta vergine che avvolgeva, macerava, distruggeva poco alla volta l'intera città. Dopo cinquant'anni la foresta vergine è ancora qui, continua a divorare, a soffocare la città. Per arrestarla nel suo implabile incedere, non possiamo continuare a prendercela solo con il governo centrale. Le radici sono anche qui in mezzo a noi. O la tagliamo noi o non lo farà alcuno.

domenica 1 giugno 2008

Il Progetto Mediterraneo


Come si legge a pagina 283, “il VII Rapporto sul Mediterraneo intende segnare l’inizio del trasferimento dei risultati delle analisi e degli approfondimenti teorici sul terreno della sperimentazione”. Nell’ultimo Capitolo si delinea a livello preliminare l’dea progettuale e la metodologia dell’intervento di un Progetto di Co-Sviluppo nel Mediterraneo. Ed è questo che sono chiamato a presentare.
Il significato dei termini
Per descrivere il Progetto Mediterraneo, mi sembra necessario premettere due puntualizzazioni.
Le parole, si sa, sono come il denaro. Se circolano troppo si inflazionano, perdono di valore, impoveriscono il loro significato. Di due espressioni mi sembra opportuno richiamare i significati originari, attinenti al Progetto Mediterraneo: valore aggiunto e sviluppo locale.
Valore aggiunto
Nell’uso corrente per valore aggiunto si intende qualsiasi apporto in qualunque forma recato a qualcosa da chicchessia. Si dice ad esempio:”questo è il mio valore aggiunto”, per dire questo è il mio contributo, ciò che apporto. Valore aggiunto in termini tecnici è invece il risultato di un processo; esattamente di un processo di trasformazione. Nel caso di un’azienda è il valore che le risorse interne, cioè il lavoro nelle diverse sue configurazioni (lavoro vivo o presente, lavoro morto o passato, esecutivo, dirigenziale, etc. e quindi lavoratori, macchinari, tecnologie e know how) conferiscono, trasformandole, alle risorse che l’azienda acquisisce dall’esterno (materie prime, energia, mezzi finanziari, etc.) per poi riportarle sul mercato. La differenza tra il valore delle risorse acquistate all’esterno ed il valore dei beni e servizi prodotti e venduti sul mercato costituisce il valore aggiunto. Che, sia chiaro, può essere anche negativo se il processo di trasformazione invece che aggiungere valore distrugge risorse. (Quanto questo concetto sia mistificatorio come notoriamente è il PIL non è questa la sede per discuterlo).
Sviluppo locale
Anche l’utilizzo corrente dell’espressione sviluppo locale è improprio. Si dice che si fa sviluppo locale quando in un luogo si realizzano singole iniziative produttive che tengono in conto bisogni e risorse dell’area in cui si insediano, hanno cura dell’ambiente, rispetto per le persone. Cose commendevoli, certamente; un approccio senza dubbio da raccomandare. Ma lo sviluppo locale è cosa diversa e assai più complessa. E’ un processo. Un processo che si svolge in un determinato territorio.
IL miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali
E territorio richiama uno dei tratti essenziali che caratterizzano un processo , per le ragioni che dirò dopo, propongo di denominare “miglioramento della qualità sociale dei servizi territoriali” invece che sviluppo locale.
L’approccio al territorio.
Nell’ottica di quello che va sotto il nome di sviluppo locale, il territorio non è considerato e trattato né come risorsa, cioè come mero fattore produttivo, qualcosa da sfruttare e consumare, né come il contenitore dello sviluppo. Neppure come semplice spazio antropizzato. Ma come organismo. E’ questo che segna un salto di qualità. culturale che si riverbera direttamente sul modello economico. Seguendo la lezione di Magnaghi il territorio è riconosciuto come
(Magnaghi 2000)
Ed i luoghi come afferma Scandurra vanno
<> (E. Scandurra 2007).
Mi sembra evidente che dietro queste affermazioni c’è una visione del mondo e della vita radicalmente divergenti da quella corrente. Questa pone l’essere umano in posizione sovrastante e sovraordinata alla natura per dominarla, onde finalizzarla a produrre: produrre per progredire e progredire per produrre, secondo un’idea di progresso illimitato ed infinito, che accetta la distruttività creatrice come corollario.
La visione invece che accomuna Magnaghi e Scandurra – e mi riferisco a loro soltanto perché solo loro ho citato - e che è alla base del concetto di sviluppo locale, colloca l’essere umano, la vita umana, che in ciò trova la sua ragion d’essere, non fuori ma dentro la natura. Perché, lo ha spiegato bene Mario Alcaro in un suo splendido recente libro:
(Alcaro 2006).
Non sfuggirà che ciò che è messo radicalmente in discussione è dunque il paradigma corrente di modernità.
Potrebbe apparire che io stia azzardando una fuga nella filosofia. Ed invece no. Sto parlando di economia. Perché i modelli economici non cadono dal cielo ma sorgono dalla terra, sono frutto della cultura di un tempo e di un paese; con essa interagiscono, ne sono improntati e la modificano. E poiché la cultura si tramuta in senso comune e questo ispira i comportamenti e gli stili di vita, è per questa via che i modelli economici inducono nella società comportamenti e stili di vita con sé consonanti.
Dal momento che il rapporto tra cultura e modelli economici è così basilare,. affinché si dia luogo a processi di sviluppo locale è necessario che nell’area di intervento, sia pure progressivamente, diventi senso comune che il territorio è la casa dove alberga la vita in tutte le sue molteplici forme, è il contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento. E’, come si diceva prima, un organismo e cioè un sistema complesso.
Il territorio come sistema complesso
Come tale il territorio si compone di sub sistemi, ciascuno dei quali, a sua volta può essere composto di sistemi d’ordine inferiore. Ognuno entro certi limiti autonomo, ma tutti interconnessi. Perché si attivi ed alla lunga si autoalimenti un processo di sviluppo locale occorre che i principali sub-sistemi siano prima o poi tutti coinvolti. Sicché tutti vanno considerati.
Il sistema ambientale che essendo quello che genera e custodisce la vita va preservato nelle proprie specificità, che variano da luogo a luogo. Sono le sue specificità, o varietà, che concorrono a connotare un luogo.. Hanno parte nel formare la memoria del luogo. Vanno individuate, protette, tramandate
Il sistema sociale,che, nonostante il rullo compressore della omologazione, mantiene sempre tracce consistenti delle sue peculiarità. Non si tratta soltanto di esaminarne l’articolazione, valutare peso e ruolo delle sue componenti, ma anche il tipo e l’intensità delle relazioni. Vanno indagate, inoltre, le modalità di trasferimento dei saperi e delle conoscenze, ciò che non avviene soltanto per il tramite di forme istituzionalizzate.
Per fare intendere ciò a cui mi riferisco, riporto quanto ho sentito recentemente da Sergio Vellante, economista agrario, a proposito del distretto laniero di Prato e dell’area lucana del divano: la organizzazione del primo si rifà all’impianto dei rapporti di mezzadria, quella della seconda al tipo di rapporti della colonia parziaria. La sedimentazione delle relazioni scaturite dai patti agrari costituisce ancora in quei territori la trama dei rapporti sociali. E’ qualcosa di simile a quel che sostiene Amoroso quando parla del legame tra colture e culture
I sistemi produttivi. Anche in questo caso bisogna saperne cogliere i tratti caratteristici, non soltanto rispetto ai prodotti ma anche alle forme organizzative. Non soltanto di quelle strutturate e formalizzate ma anche di quelle che rientrano nella categoria dell’ economia informale. Anche di queste si devono cogliere ruolo e potenzialità. Non tutti i soggetti né tutte le formazioni produttive sono però adatte a fare sviluppo locale. Bisogna distinguere. Lo sono quelle radicate fortemente nel territorio ed orientate a realizzare valore aggiunto, ma non votate al profitto ad ogni costo. Di soggetti adatti ce ne sono di vari tipi e dimensioni: cooperative (ovviamente quelle vere, non quelle posticce) , imprese sociali, imprese artigiane, piccole imprese e quello cha Sergio Bologna chiama “il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione…. milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche … e che i corifei della confindustria chiamano ”. Eppoi vanno contate le svariate attività dell’economia informale, difficilmente riducibili a categorie.
Infine, il sistema istituzionale. Anche a questo riguardo c’è bisogno di molto discernimento. Spesso le logiche e gli interessi istituzionali collidono con la logica dello sviluppo locale. Quando però sono convergenti diventano un supporto straordinario. Comunque il sistema istituzionale non può essere ignorato, perché oltre a non poterne fare a meno per motivi giuridici ed amministrativi, può divenire un ostacolo pressoché insormontabile.
Il rapporto società-economia
Un secondo tratto che distingue quello che chiamiamo sviluppo locale è il ribaltamento del rapporto società-economia. O meglio il ripristino di un rapporto corretto tra la società e l’ economia.
Nell’area del capitalismo, l’economia è divenuta la funzione predominante delle convivenze umane. Intorno ad essa si organizza l’intera società. Tutte le altre funzioni sono finalizzate ad essa, dalla istruzione alla informazione, dalla ricerca scientifica, allen applicazioni tecnologiche. Certo non in misura assoluta, ma sicuramente prevalente. Anche l’impiego del tempo, la distinzione cioè tra tempi di vita e di lavoro, è deciso in rapporto alle esigenze delle imprese. Anche i ritmi di vita sono fortemente influenzati da quelli della produzione. Da alcuni lustri, in dipendenza dall’enorme accelerazione dei ritmi di produzione, distribuzione e consumo dell’economia globalizzata, i ritmi di vita sono stati oggetto di una accelerazione tanto grande da provocare il proliferare di malattie psichiche prima rare o sconosciute e la diffusione generalizzata di stati d’ansia1.
Pure la configurazione delle città si rifà agli assetti produttivi. In epoca fordista, nota Domenico De Masi, le metropoli si sono organizzate per funzioni secondo il modello aziendale: i quartieri come reparti di un’impresa.
Con la globalizzazione lo scenario si è modificato. Ciò che conta è soprattutto il cosiddetto “effetto città”, cioè la capacità di aggregare alcune funzioni di carattere superiore creando un clima favorevole alla elaborazione di decisioni. Ed inoltre la città diventa essa stessa un apparato che produce una merce che è la città stessa che si mette in vendita. La città non più quindi luogo di vita, dove si nasce e si muore, si ama ,si fanno figli e li si sostiene perché diventino adulti, dove prevalgono il lavoro di cura e di riproduzione, fruibile in primo luogo per chi vi abita. Ma uno spazio fruibile soprattutto per chi, di passaggio, l’acquista. E dove si consuma, si consuma, si consuma. Ovviamente da chi può.
Nello sviluppo locale le parti si rovesciano. E’ la società che dà forma all’economia, la finalizza ai propri bisogni, ne scandisce i ritmi, ne fissa la finalità. Non la massimazione del profitto è l’obiettivo dell’economia, ma la diffusione del benessere. Benessere che, pure poggiando su basi materiali, non si esaurisce in esse ma si sostanzia soprattutto della ricchezza che sta nell’intreccio delle relazioni che ognuno/a ha con tutte/i gli altri e le altre e con l'ambiente, dell’equilibrio tra esigenze e possibilità, dell’armonia con se stessi, della possibilità per ognuno/a di partecipare alle decisioni che più da vicino lo/a riguardano.
Un’altra economia
Parlando di sviluppo locale ci si accorge di star parlando di un’altra economia, di modello economico del tutto diverso da quello in cui siamo immersi.
Se è così, mi sembra necessario che si cambi linguaggio, che si adoperino espressioni che indichino con chiarezza che stiamo parlando d’altro. Al posto di sviluppo locale proporrei di usare un’espressione più lunga ma che a mio avviso rende bene l’idea di ciò di cui si parla: miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali. Ci liberiamo così di due termini assillanti e mistificatori come sviluppo e PIL, ed indichiamo:
il mutamento degli obiettivi: dalla quantità alla qualità (della vita, dell’ambiente, etc.),
il passaggio dall’accumulazione e dalla spasmodica fruizione soprattutto individuale di beni, alla diffusione di un benessere fondato sull’uso sapiente dei beni comuni,
la valorizzazione della ricchezza dei vincoli di interdipendenza che legano tutte le componenti dei contesti territoriali ai diversi livelli,
la sperimentazione luogo per luogo delle soluzioni possibili.
Le leve del processo
Le leve per attivare il processo sono essenzialmente tre.
La Comunità.
Fare comunità vuol dire rinsaldare - se ci sono – o ricostruire i legami di solidarietà, e farne una rete di relazioni forti. E’ un’operazione complicata e difficile, perché la solidarietà non è una disposizione d’animo, una inclinazione di anime belle, ma sorge e si sviluppa a due condizioni: che si scopra o si costruisca una comunanza di interessi e di obiettivi e ci si ritrovi in una identità comune. Si badi, a proposito della identità, che non si tratta di trarre fuori dal sarcofago della memoria vestigia mummificate del passato, ma di riallacciare i fili della storia per proiettarle in avanti, per continuare la storia nel futuro. Può venire in soccorso a questo riguardo la memoria del territorio, la rivisitazione di ciò che la storia ha depositato su di esso in termini architettonici, paesaggistici, artistici, comprese le testimonianze dell’arte povera. Per “fare comunità” va scavato nella storia del luogo e recuperate la memoria di eventi significativi, le tradizioni, le usanze, i saperi, tutto ciò che, ricordato, suscita o rinvigorisce il senso di appartenenza per andare avanti: in termini propositivi, dunque, e non commemorativi.
Ma ancora una volta bisogna discernere.
Ci sono comunità e comunità. Ci sono comunità fortemente gerarchizzate il cui nesso è l’obbedienza, comunità patriarcali il cui nesso è la sottomissione, comunità omologanti nelle quali non c’è spazio per le differenze e le individualità sono soffocate, comunità ripiegate su stesse che, chiuse in difesa, escludono e respingono l’estraneo e per le quali lo straniero è nemico.
Per fare da leva di un processo di miglioramento della qualità sociale di un territorio occorre al contrario una comunità dinamica, accogliente, capace di valorizzare le diversità al proprio interno, di creare spazi di libertà e non di chiuderli, dove ciascuno ha il proprio spazio e conta, il cui stile di vita è la coralità. Una comunità inoltre aperta verso l’esterno che non teme ma cerca il confronto e lo scambio con “lo straniero” e con altre comunità, capace di contaminarsi senza per questo tradirsi.
La concertazione.
Concertazione non vuol dire riunire intorno ad un tavolo alcuni “rappresentanti”, ma, attivare una interazione non sporadica tra tutti i soggetti attivi presenti ed operanti nei diversi subsistemi territoriali, andando al di là delle rappresentanze formalizzate ed avendo cura di coinvolgere anche le energie della società che il sistema della rappresentanza formale esclude o tiene ai margini dei percorsi decisionali. In definitiva si tratta di far interagire i processi reali non semplicemente quelli formali. Di conseguenza la concertazione è la sede del confronto, quella in cui i conflitti e le contrapposizioni devono emergere ed esprimersi apertamente per essere gestiti collettivamente nella ricerca dell’orizzonte più alto e più ampio sul quale le soluzioni divengono possibili. Il metodo del consenso è quello al quale ordinariamente la concertazione si rifà. Funziona via via che finalità ed obiettivi vengono individuati e condivisi.
La cooperazione.
Cooperare non è una opzione etica, o perlomeno non è soltanto ciò. E’ un metodo che consiste nel valorizzare la complementarietà delle differenze, sicché agli obiettivi si arriva collaborando e non competendo, lavorando insieme e non ciascun per proprio conto, sviluppando relazioni sinergiche e non rivalità. Con la cooperazione, efficacia ed efficienza non sono il frutto di una selezione di tipo darviniana, nella quale il più debole soccombe ed è escluso, con la distruzione di risorse e di ricchezza di vita che ciò comporta, ma facendo squadra. E’ un cambio di paradigma, che per noi occidentali comporta un ribaltamento culturale.
I passi per avviare il processo
I passi da compiere per attivare il processo sono i seguenti;
la “lettura del territorio”
In primo luogo nei vari subsistemi va condotta la ricognizione delle risorse, delle potenzialità, delle opportunità, dei bisogni, dei vincoli. E’ un processo iterativo, che procede per accumulazioni secondo un procedimento a spirale per il quale ogni nuova acquisizione ricompone e ridisegna l’intero insieme delle conoscenze. Non va svolto dagli “esperti”, ma dalla comunità locale. E’ il modo per “fare comunità”. Gli esperti hanno solo il compito di facilitare lo svolgimento del processo proponendo le metodologie adatte.
L’individuazione delle azioni
Sono da individuare le azioni che progressivamente portino alla configurazione di un programma che definisca obiettivi e strategie. Per quel che riguarda la dimensione economica l’attenzione va posta in primo luogo su produzioni volte al soddisfacimento della domanda dei mercati interni e sulla messa in valore delle risorse umane e materiali locali, fondando su ciò i successivi passi a livelli più alti e a scale più ampie di cooperazione.
I progetti e i soggetti
Il terzo passo consiste nella elaborazione di progetti che rientrino nel quadro programmatico e nella costituzione del soggetto realizzatore. Costituzione del soggetto e predisposizione del progetto devono procedere di pari passo. Il soggetto nasce intorno ad un’idea progettuale e cresce con la sua trasformazione in progetto e con la sua realizzazione. Ancora una volta la cultura è chiamata in campo: la cultura del fare, cioè la capacità di tradurre la conoscenza in saperi, i saperi in competenze, le competenze in progetti ed azioni.
Il Progetto: un’ area di benessere condiviso nel Bacino del Mediterraneo
Precisato cosa si intende nel VII Rapporto per processi di miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali, presentare il Progetto cui è dedicato l’ultimo capitolo del Rapporto è ormai semplice.
Obiettivo del Progetto
Obiettivo del Progetto Mediterraneo è di sperimentare su scala ridotta le modalità per fare del Bacino del Mediterraneo un’area di benessere condiviso, ovvero promuovere la formazione dal basso di uno spazio economico, sociale ed istituzionale che miri alla costruzione di una Mesoregione Mediterranea.
Andando al concreto: intendiamo provare a porre in relazione “territori” posti sulle diverse sponde del Mediterraneo nei quali siano in atto “processi di miglioramento della qualità sociale”, attivando scambi di esperienze, di beni e di servizi, ferme restando le identità e le specificità di ciascuno.
Il percorso
Per l’avvio del Progetto i passi previsti sono i seguenti:
individuazione dei territori e dei possibili partenariati per ciascuno di essi . Si può pervenire per una triplice via:
analizzare i progetti di “sviluppo locale “ variamenti finanziati, che hanno attivato qualche dinamica nel territorio,
analizzare singoli interventi suscettibili se non di attivarli almeno di convergere in processi di miglioramento della qualità sociale dei territori,
analizzare i flussi interaziendali:
nord - sud
sud – sud,
identificare i potenziali partenariati locali e prendere contatti con essi,
discutere e ridefinire collegialmente l’idea progettuale, le sue opzioni di base e le linee di intervento ipotizzate,
facilitare l’attivazione dei processi o la loro prosecuzione nei diversi territori,
attivare le relazioni di scambio tra i territori interessati dal Progetto.
Il soggetto
Il soggetto che promuove e realizza il Progetto non può essere che costituito dall’insieme dei partenariati locali. La sua costituzione è strettamente legato al metodo con il quale si passerà dalla verifica e sviluppo dell’idea progettuali alle varie fasi della progettazione, alla realizzazione delle varie parti del Progetto. Anche in questo caso (vedasi paragrafo 2.4.1) dovrà seguirsi un processo iterativo ed un procedimento a spirale: l’ingresso nella compagine collettiva di un nuovo partenariato ed ogni nuova conoscenza porterà a riconsiderare il percorso sino a quel momento effettuato ed a ricomporre il quadro delle conoscenze costruito sino ad allora.
Le opzioni di base
Le opzioni che si propone di porre a base del progetto sono:
la valorizzazione dell’esistente è condizione imprescindibile di ogni intervento, in modo che ciascun territorio conservi la pienezza della propria identità e si affermino quindi modelli diversificati di modernizzazione, che non annullino, ma diano spazio alle differenti strutture di valori, tradizioni e culture, senza creare contraddizioni tra la dimensione economica, l’organizzazione sociale e le “strutture della vita materiale”2,
la cooperazione tra le diverse sponde del bacino è volta a ridurre i differenziali tra le economie dei diversi sistemi territoriali,
la utilizzazione delle CIT (Communication & Information Technologies) va finalizzata ad:
offrire anche alle piccole imprese accomunate da convergenza di interessi e di strategie la possibilità di interagire tra loro, pure se localizzate a grandi distanze,
estendere ed intensificare i livelli di integrazione tra imprese e territori.
Le linee di intervento nel campo dei sistemi produttivi
E’ verosimile che in tutti i settori dell’attività economica, le linee di intervento possano riguardare:
le piccole imprese
l’artigianato di mestiere
l’economia informale.
Considerazioni finali
Siamo consapevoli che l’operazione che il VII Rapporto propone non è semplice, né di breve durata essendo orientata secondo indirizzi del tutto contrari a quelli dominanti; è in contraddizione con le politiche nazionali e con quelle della Unione Europea. Riteniamo pero che per quanto ardua sia nondimeno possibile.
Io non sono così ottimista come Immanuel Wallerstein, analista politico, sociologo ed economista, che interrogato al “controvertice dei popoli “ svoltosi a Lima ha affermato: “Fra dieci anni non ci ricorderemo più la parola «globalizzazione», sarà una retorica che ha avuto il suo momento (storico)” Convengo però che il sistema del capitalismo globale manifesti qualche scricchiolio sicché la necessità di preparare il dopo comincia ad essere riconosciuta. Il dopo come sostiene Wallerstein, “ dipenderà molto da quello che sapremo costruire oggi.”
In questa prospettiva si inquadra il Progetto Mediterraneo.
Se l’VIII Rapporto vorrà essere di supporto ed accompagnamento di promuovere la formazione di un’area di benessere condiviso nel Bacino del Mediterraneo, spero che per quanto ho esposto sinora siano chiare le ragioni per le quali il filo rosso che dovrebbe tenere insieme i contributi che raccoglierà sia una riflessione approfondita sulla crisi del paradigma occidentale della modernità e su di una configurazione dell’Unione Europea vista dal Mediterraneo.
Lamezia Terme 23 maggio 2008
1 Insorgono nuove forme di sofferenza psichica, un “vero e proprio cambiamento qualitativo” del malessere psichico che si dichiarano “impreparati ad affrontare non solo per l’ampiezza, ma forse soprattutto per il suo contenuto” , in quanto “il fatto di vivere con un sentimento (quasi ) permanente di insicurezza , di precarietà e di crisi produce conflitti e sofferenze psicologiche, ma ciò non significa che l’origine del problema sia psicologica”,( M: BenasaYag, G. Schmit L’epoca delle passioni tristi Feltrinelli)
2 Rifacendosi a Fernand Braudel, Bruno Amoroso così definisce le strutture della vita materiale: “ Oltre alla vita familiare e delle comunità, appartengono alla importanti funzioni economiche: il dono, il baratto, l’economia naturale e mercantile semplice. Pur essendo il settore più importante, la base di ogni società esistente, ancora è considerato dagli economisti e dai politici come settore residuale.....Tuttavia deve prendersi atto della constatazione che esso è il solo settore basato sull’autosufficienza e sullo sviluppo policentrico, e quindi che esso costituisce l’indispensabile culla per la nascita e la permanente protezione della società civile.” B. Amoroso. Della globalizzazione. Edizioni La Meridiana - Molfetta 1996, pag. 24.