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martedì 19 agosto 2008

Il piano della lobby degli inceneritori

Ma perché mai tutto l’arco parlamentare è d’accordo nel non vedere che c’è dietro i rifiuti? Collusi o ciechi?
di Guido Viale
da il manifesto del 12 agosto 2008

«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme
alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale
imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il
suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170
mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80,
oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci,centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non
cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i
ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne
della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato
malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a
bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di
infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai
quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di
produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata.
Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via
incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle
imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma ttuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.

sabato 12 luglio 2008

RIFIUTI. IL CASSONETTO DEGLI ECCESSI

Nei rifiuti che potremmo non produrre c'è l'equivalente di reddito che aiuterebbe ad arrivare a fine mese”.
di Guido Viale
da il manifesto del 9 luglio

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengonor accolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli
avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo.
Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in
prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo
mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura
diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra
cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.

Postilla di Eddyburg
Imporre la riduzione degli imballaggi all’origine: questo sarebbe un argomento politico in una società nella quale la politica non fosse serva dell’economia e la guidasse. Ma ne siamo molto lontani. Ancora più lontana una società nella quale l’economia non avesse nella ricerca affannosa del massimo profitto l’unbico suo motore.

giovedì 3 luglio 2008

RIFIUTI

Gli affari dell'inceneritore

di Guido Viale


Il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti urbani (Mbt) opera sulla frazione talquale che residua da una raccolta differenziata (Rd): separando la parte umida, sfuggita alla raccolta dell'organico, da quella secca (la carta e soprattutto la plastica che non costituisce imballaggio e che non è oggetto di Rd) ed entrambe dal «sottovaglio», frammenti che cadono dai setacci attraverso cui passa il materiale conferito all'impianto. La parte umida viene sottoposta a un processo di stabilizzazione analogo al compostaggio, ma più rapido, e dopo la raffinazione che ne elimina le impurità, produce la frazione organica stabilizzata (Fos) usata per coprire discariche e cave dismesse o per risanare suoli contaminati. Le caratteristiche dei due processi sono uguali: se aumenta la Rd dell'organico, una parte crescente dell'impianto Mbt può essere adibita alla produzione di compost di qualità.
La parte secca, dopo averne sottratto i materiali non combustibili, viene imballata per alimentare gli inceneritori; oppure, addizionata con materiali con maggiore potere calorifico inferiore (Pci), soprattutto pneumatici fuori uso, diventa Cdr, che vuol dire combustibile derivato dai rifiuti, che può in parte sostituire carbone e petrolio in impianti dotati di adeguati filtri delle emissioni (cementifici, centrali termoelettriche, fornaci, impianti siderurgici); oppure può venir gassificato e sostituire il gas naturale in centrali a turbogas; o addirittura venir utilizzato come combustibile nelle navi. L'aumento del prezzo del petrolio ha reso questo combustibile molto attraente. In discarica finisce solo il sottovaglio.
Gli impianti Mbt recuperano pertanto sia l'energia dei materiali (che l'inceneritore sfrutta solo al 20%), sia quella impiegata per produrli che l'inceneritore invece distrugge. Ma si può ancora estrarre dalla frazione secca molta carta e plastica riciclabile. Impianti particolarmente innovativi, come quello di Vedelago (Tv), consentono un recupero integrale di tutta la frazione indifferenziata: l'ultimo residuo, adeguatamente trattato, viene infatti utilizzato come carica inerte nella produzione di manufatti in cemento.
In Italia gli impianti Mbt sono numerosi. Ma nessuna regione ne ha una dotazione paragonabile a quella della Campania. I cosiddetti Cdr sono infatti impianti Mbt concepiti per lavorare rifiuto talquale ai due stadi iniziali: stabilizzazione dell'umido e imballaggio del residuo combustibile; ma potrebbero facilmente essere potenziati per portare a termine il recupero «a freddo» (cioè senza combustione) di tutti i rifiuti conferiti. I Cdr campani sono sette, con una capacità complessiva di oltre 8.000 tonnellate al giorno: quanto basta per «lavorare» tutti i rifiuti indifferenziati della regione (che sono 6.500 tonnellate al giorno) con abbondante capacità residua per coprire rotture e manutenzioni.
Sono di costruzione recente; sono costati 270 milioni di euro e, a differenza dell'inceneritore di Acerra, che è un progetto di quarant'anni fa ancora fermo per difetti di progettazione, i Cdr sono impianti moderni. Impiegavano - il Dl 90 ne decreta la dismissione - 550 lavoratori metalmeccanici, tutti dotati di alta professionalità acquisita soprattutto on the job: tanto che sono stati in grado di mandare avanti gli impianti anche in assenza dei loro sette direttori, arrestati insieme ai vertici della Protezione civile.
Ma allora, se i Cdr campani sono sostanzialmente «buoni»; in grado di lavorare tutti i rifiuti urbani della regione, se per i materiali che escono dagli impianti esistono sbocchi commerciali convenienti, in termini sia economici (frazione secca) che ambientali (Fos), a che cosa mai è dovuto il disastro della Campania? All'inceneritore.Nei piani del gruppo Fibe-Impregilo, che li ha gestiti fino al 2006 e li ha ancora adesso in carico, i Cdr non servivano a trasformare i rifiuti in materiali da vendere o riutilizzare, ma a produrre combustibile per l'inceneritore di Acerra (e per gli altri a venire). Perché, grazie all'incentivo cosiddetto Cip6, che consente di vendere l'energia elettrica prodotta bruciando rifiuti a un prezzo triplo del suo costo di produzione di un impianto termoelettrico (incentivo abolito, ma reintrodotto da Prodi per l'inceneritore di Acerra ed esteso da un emendamento del Pd a tutti i futuri inceneritori campani, in barba ai divieti dell'Unione Europea), quegli inceneritori trasformano la merda in oro: quanta più merda, tanto più oro.
Per questo in Campania non c'era e non c'è convenienza a fare Rd, che sottrae materiale all'inceneritore; né a far lavorare bene i Cdr, che fin dall'inizio sono stati spinti al massimo raddoppiando addirittura i volumi trattati: tanto tutto sarebbe finito in mano a Re Mida l'Inceneritore e, in attesa che entrasse in funzione, sono stati accumulati milioni di «ecoballe» maleodoranti, come fossero tanti barili di petrolio: tanto da usarle come garanzia bancaria dei crediti concessi a Fibe; senza Cip6, quelle ecoballe non sarebbero che mutui subprime. Per questo con l'apertura dei Cdr erano state chiuse tutte le discariche, perché niente sfuggisse alla voracità dell'inceneritore e la frazione umida, che non brucia, è stata abbandonata a marcire nei capannoni di lavorazione, infestati da puzza, ratti e insetti con cui gli operai devono lavorare gomito a gomito.
Ma il vero disastro è arrivato quando alla gestione Fibe è subentrata quella diretta dei commissari. La Fibe sottoponeva i Cdr a una pressione insostenibile per «produrre di più», anche se sempre peggio, ma non dimenticava che gli impianti industriali hanno bisogno di manutenzione e, quindi, di pause, fermo macchine, riparazioni, pezzi di ricambio, imprese esterne specializzate, ecc. I commissari no: per loro i Cdr erano solo discariche per produrre «merdaccia», come emerge dalle intercettazioni dei vertici della Protezione civile. Tanto entrava, tanto doveva uscire nel più breve tempo possibile; con gli operai costretti a lavorare in condizioni di pericolo continuo per lo sforzo a cui venivano sottoposti uomini e macchine, per l'incuria che ha accentuato il degrado degli impianti: ugelli ostruiti dalla sporcizia; impianti di aspirazione guasti; nastri trasportatori che si spezzano e «saltano» in faccia agli operatori; gruisti a contatto diretto con i rifiuti per la rottura delle schermature, ecc.
Insomma, se l'emergenza rifiuti è il frutto avvelenato dell'inerzia iniziale delle Giunte campane, i cui presidenti sono peraltro stati commissari, il suo aggravamento è effetto, e non causa, della perpetuazione del commissariamento e di chi ne ha preso il posto.
Così, chiusi per decreto governativo in attesa degli inceneritori dove bruciare tutto, ecoballe e rifiuti tossici compresi, i Cdr, che insieme alla raccolta differenziata e alle politiche di riduzione, rappresentano la soluzione industriale moderna nella gestione dei rifiuti, si torna alla discarica; anzi alle undici discariche in cui il Dl 90 intende stipare per parecchi anni a venire tutto quello che non si è saputo e voluto sottoporre a trattamento meccanico biologico, pur avendo a disposizione una impiantistica straordinaria per farlo.