sabato 8 novembre 2008

ANCORA SUI RIFIUTI


NAPOLI: IMMONDIZIA ED OBESITÀ DUE FACCE DELLA SUA MODERNITA’
di Sergio Vellante

La febbre, in questo caldo sabato di fine settembre, non mi ha permesso di andare alla manifestazione di Chiaiano contro l’apertura della discarica, ma mi sta dando l’occasione di metteremano a questo articolo per Decanter. Purtroppo mentre scrivo, giungono notizie di scontri di piazza che diffuse in modo “falsamente asettico” fanno apparire i manifestanti una banda di scalmanati. Iquali vogliono mettere in discussione “il miracolo” dello smaltimento dei rifiuti fatto a Napoli da Berlusconi-Bertolaso e avviato da Prodi-DiGennaro-Bassolino. Miracolo di cui, a “Porta a Porta” ed in altre trasmissioni tv, tutti ne rivendicano i meriti. Una rappresentazione efficace del detto napoletano che troppi “galli cantano ncoppa a munnezza”, nascosta ma non eliminata. Intanto si riproduce quella dura realtà che mette in discussione il diritto alla vita dei cittadini napoletani sospinti nelle aree periferiche come Chiaiano. Altro che questione ambientale! Ci si trova di fronte ai nuovi e violenti termini di una “Questione Meridionale”, riguardante tutti i “Mezzogiorni” d’Europa, e su cui la quasi totalità delle forze della cultura e delle classi dirigenti non indaga e non elabora più autonomamente rendendosi succube di un’egemonia culturale – gramscianamente intesa – nata, cresciuta e pasciuta altrove, dettata da potentati economici, ma perfettamente incompatibile con la società ed il territorio del Mezzogiorno. Un’incompatibilità che, come sottolineato in un precedente contributo, risiede in quel modello di produzione e di consumo, ad altissima entropia e di inconcepibile spreco energetico. Un modello che sta scardinando l’equilibrio territorio-produzione maturato nella storia del rapporto uomo-natura a livello planetario. E che contemporaneamente alimenta quelle pesanti contraddizioni tra cambiamenti climatici e distruzione delle risorse naturali, tra insalubrità da iperalimentazione ed espansione della fame nel mondo, ed infine tra efficienti tecnologie distruttive della natura ed inefficienti tecnologie poste a difesa dell’umanità dalle reazioni della natura stessa (l’avanzatissimo armamentario bellico degli USA nulla ha potuto contro la distruzione di New Orleans determinata dall’uragano Katerina potenziato dall’indotto dissesto ambientale).
Uno scardinamento dell’equilibrio territorio produzione che: innanzitutto nelle aree deboli
ed interne si manifesta con quel continuo dissesto idrogeologico generatore perenne di frane
riparate curando gli effetti, ma non rimuovendone l’origine; in secondo luogo nelle aree forti si
concretizza in un’erosione delle biodiversità e dei patrimoni genetici combinata con una crescita di processi produttivi, prevalentemente internazionalizzati e ad alta intensità industriale. Processi che generano un forte impatto ambientale, uno scarso assorbimento occupazionale, se non addirittura la diffusione di disoccupazione, ed una quasi distruzione di quel sistema di piccole e medie imprese legato alle variegate risorse del territorio. Si diffonde, così, a livello globale un modo di produzione e di consumo permeato sia dalla cosi detta macdonaldizzazione1 dell’alimentazione domestica e collettiva che dalla cosi detta carrefourizzazione2 della distribuzione dei beni di primaria necessità.
1 << Ho usato il termine "macdonaldizzazione"dice George Ritzer: (Il mondo alla Mcdonald's, il Mulino, 1997.) per descrivere il processo con cui tali princìpi si sono diffusi in tutta l'industria del fast food, in altri settori della società americana e in misura crescente in altre società del mondo. L'enorme popolarità di questo modello riflette il fatto che ha molto da offrire, ma comporta anche una serie di problemi, tra cui l'eccessiva importanza data alla velocità e alla quantità a scapito della qualità, lo scarso o nullo interesse per beni e servizi unici e la riduzione, fino all'eliminazione,
della manodopera specializzata. Implicazioni di espressioni quali "fast food" e "cibo spazzatura", sono solitamente associati a tale processo>>. Nei fatti si tratta di strategie aziendali che, dando per scontato la saturazione alimentare e l’opulenza degli stili di vita delle popolazioni dei paesi del primo mondo, offrono a prezzi più che accessibili il cibo - standardizzato, sempre più artificializzazato (modifica fisico chimica dei componenti originari) ed energeticamente
eccedente i fabbisogni nutrizionali (insalubrità del sicuro alimento) - ed altri consumi primari.
2 Il modello MacDonald, di ristorazione collettiva ha pervaso anche i consumi alimentari domestici che si fanno pervenire sul tavolo della gran parte dei consumatori attraverso la GDO (grande distribuzione organizzata) in cui domina, a livello europeo, il gruppo francese della Carrefour. Di qui il termine di carrefourizzazione che è relativo alla distribuzione effettuata su larga scala ed a prezzi contenuti ed accessibili alle classi di reddito più basse. Il che comporta
l’uso di imballaggi (shit packging) che curano solo gli aspetti estetici del marketing ma di scarsa qualità rispetto alla
Un perverso meccanismo che genera quell’ossimoro dell’infelice benessere economico
contrassegnato dalla forte diffusione dell’obesità, delle spazzature e delle perenni emergenze
territoriali.
Da questo punto di vista Napoli, capitale virtuale dei Mezzogiorni Europei nonché luogo
dove si concentrano tutti i nuovi termini di una “Questione EuroMeridionale” (inclusiva di quella
Settentrionale?), è la città emblema: investita in modo relativamente maggiore, rispetto alle altre
metropoli europee, dai fenomeni di macdonaldizzazione e carrefourizzazione realizza il triste
primato non solo per la produzione di rifiuti solidi urbani, ma soprattutto per la diffusione
dell’obesità dei bambini e degli adolescenti. Due tragedie che hanno tra di loro un forte
concatenamento e di cui non si cerca d’individuarne le cause e rimuoverle, ma semplicemente di
gestire gli incurabili effetti per consolidare interessi leciti ed illeciti. Ciò per incentivare, attraverso il degrado ambientale e sociale del Mezzogiorno, una crescita economica ed un’espansione del PIL che come ammoniva Giorgio Amendola trentatre anni fa (in una lucida intervista sull’antifascismo, ripubblicata in questi giorni dall’Editore Laterza) non è “sviluppo”. Questa forte consapevolezza meridionalistica che permeava allora il Partito Comunista Italiano e le altre forze socialiste e democratiche del Mezzogiorno, è stata oggi colpevolmente abbandonata a favore di un riduzionismo culturale “ incapace d’intendere e di volere con la propria testa”. Per tale ragione la risoluzione dello smaltimento dei rifiuti in Campania non può venire: né da chi punta sull’incenerimento e lo stoccaggio in CDR non ritenendo sempre necessarie le fasi di
differenziazione e riciclaggio (vari commissari e vari governi); ne tanto meno da chi punta a
realizzare un piano industriale importabile dal nord Italia ed incentrato sulla differenziazione, il
riciclaggio e la riutilizzazione (l’attuale Assessore all’Ambiente della Regione Campania Ganapini
e l’economista ambientale Guido Viale) riducendo l’incenerimento e lo stoccaggio. I motivi di
questa improbabile risoluzione del problema, tralasciando quelli di natura teorica volti ad ipotizzare un impossibile azzeramento dei rifiuti, risiedono in un deficit analitico riguardante l’evoluzione dei consumi di primaria necessità nel Mezzogiorno a partire dagli inizi degli anni ’80. Infatti in questi anni giungono a maturazione gli effetti delle politiche keynesiane di sostegno alle fasi storiche della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, e del miracolo economico che avevano ridotto le distanze economiche (abbattimento delle gabbie salariali) tra Nord e Sud del Paese. Una riduzione di distanze concretizzatasi nel fatto che, pur persistendo una differenza nei redditi medi pro-capite tra i cittadini meridionali e quelli del resto del paese, era stata raggiunta una “saturazione alimentare e primaria” nel senso che non si moriva più di fame ed era garantito il consumo dei beni di primaria necessità. Consumi e bisogni che erano soddisfatti da un tessuto produttivo e da un sistema distributivo prevalentemente di origine locale ma che non ha retto alla concorrenza internazionale delle grandi multinazionali che iniziavano a generare i fenomeni di macdonaldizzazione e carrefourizzazione prima richiamati. Non va inoltre trascurato che in quell’epoca l’affermazione delle politiche neoliberiste (o Thatcheriane) in Italia si concretizza con l’abolizione della scala mobile sui salari dei lavoratori. E ciò riporta le distanze di reddito tra Nord e Sud ai valori precedenti al 1980 che tuttavia persistono anche ai giorni nostri pur essendo cresciuta la ricchezza del paese.
Tale persistente distanza fra i redditi, come dimostrano studi che sto ultimando, ha generato,
a Napoli, più grande sistema metropolitano del Mezzogiorno, e sta generando, nei grandi sistemi
urbani di Palermo e Catania, una composizione dei consumi primari foriera di un tasso di crescita
dell’obesità e del volume dei rifiuti solidi urbani quasi doppio rispetto a quello di Milano e
Bologna.
Tali studi fanno, infatti emergere, che nel 1980 la saturazione alimentare era garantita, in
termini di kilocalorie, da una reintegrazione energetica di 2000 unità (ad es. 500 gr. polpette) e da un spreco in rifiuti di 200 unità (carta oleata come contenitore). Fornivano tali energie cibi più
genuini, non elaborati chimicamente ed ottenuti in gran parte dai sistemi produttivi locali e che non biodegradabilità, il riuso, il riciclaggio e perfino l’incenerimento dei rifiuti. Tutto ciò si manifesta in modo più accentuato dove dominano – come nel Mezzogiorno – redditi pro-capite più bassi rispetto alla media europea.
ponevano complessi problemi di tracciabilità rispetto alla provenienza aziendale e territoriale.
Notevolmente differente è tale situazione ai giorni nostri, quando la reintegrazione energetica si
attesta in media sulle 2400 kilocalorie (ad es. 500 gr di hamburger: junk food emblema della
macdonaldizzazione) grazie all’uso di quei cibi ipercalorici, ed artificializzati prima richiamati. In
pratica in questi quasi 30 anni i consumi calorici di base hanno subito un incremento del 20%
creando quel fenomeno di un’obesità sociale per cui si mangia, ci si gonfia ma non ci si nutre. Più
grave è tuttavia la situazione riguardante le chilocalorie destinate allo spreco (es. contenitori degli
hamburger in polistirolo espanso: lo shit packging emblema della carrefourizzazione) ed alla
produzione di rifiuti. Infatti se nel 1980 lo spreco di calorie era soltanto il 10% rispetto a quelle
utili, oggi tale percentuale sale al 300% creando la condizione che per ogni unità calorica utile se ne sprecano 3 in termini di energie non rinnovabili. Quindi data una parità dei prezzi impliciti relativi del 1980 con quelli di oggi, attualmente la spesa per i beni di primaria necessità (pari ad un totale di 9600 chilocalorie contro un totale di 2200 nel 1980) si sostanzia per i ¾ nell’acquisto di merci destinate allo spreco e per ¼ nell’acquisto di quelle utili. Con l’aggravante che queste ultime, non più di provenienza locale ma dalle zone del mondo in cui si realizzano costi del lavoro più bassi e profitti più alti, pongono seri problemi di tracciabilità aziendale e territoriale. Merci che, certificate di qualità standard da apparati tecnico-scientifici legati agli interessi dei produttori e non dei consumatori, abbinano alla diffusione cronica dell’obesità lo scoppio di gravi malattie come la BSE o “mucca pazza”, la peste suina e l’aviaria per restare a quelle più di moda.
Questi sin qui presentati sono dei dati strutturali connessi a situazione estreme tipiche dei
sistemi produttivi e distributivi dell’impresa manifatturiera internazionalizzata e della GDO (Grande distribuzione organizzata). Tali strutture tuttavia operano competitivamente sul mercato e raggiungono con prezzi accessibili anche quei segmenti dove viene espressa la domanda di beni di primaria necessità dalle classi di reddito più basse. E qui offrono quel junk food e shit packging approfittando del fatto che operano in una condizione di quasi oligopolio. Ciò determina una composizione dei consumi molto differente da quella realizzata nelle aree ricche. Dove, esistendo una maggiore competitività da parte di piccole e medie imprese che producono maggiore qualità, la GDO non gode dei vantaggi competitivi come nell’altro caso.
In questi dati di fatto prosperano l’emergenze (ma sono tali o un dato strutturale della
realtà?) rifiuti ed obesità a Napoli. Qui in media ogni cittadino dispone di circa 500 € al mese per i consumi primari, differentemente dal milanese che né ha 900. Così più dell’80% della spesa a
Napoli e nel Mezzogiorno viene realizzata, per la maggiore accessibilità dei prezzi, presso la GDO,
mentre molto meno del 45% a Milano. Quindi Napoli si avvicina sempre di più al limite di quelle
9600 chilocalorie che per il 75% generano rifiuti dopo il consumo mentre Milano se ne distanzia in basso. Infatti le stime dicono che quando un consumatore napoletano ritorna a casa dopo la spesa il suo sacchetto di 10 litri contiene in media circa 4 Kg di merci, mentre quello del milanese ne contiene tra i 7 e gli 8. Tali stime elaborate al momento della spesa e prima della produzione di
rifiuti, sono state sottoposte ad una verifica empirica, fatta pesando i sacchetti di spazzatura
prelevati a campione dalle strade di Napoli e Caserta. I risultati di tale verifica, hanno addirittura
fatto emerger che ogni 10 litri di spazzatura pesano meno dei 4 kg. stimati. Un ulteriore conferma che, in Campania e nel Mezzogiorno, quando tecnicamente si affronta il problema dello
smaltimento dei rifiuti non bisogna ragionare in termini di peso ma di volumi. E bisogna essere
altresì consapevoli che ogni cittadino campano pur producendo, secondo i dati del Commissariato,
485 kg. pro-capite per anno riversa nei contenitori 1213 litri mentre quello lombardo producendone di più per un valore di 503 kg. pro-capite riversa nei contenitori solo 628 litri che ne è circa la metà.
Un dato strutturale quest’ultimo che rende arduo, se non impossibile e forse incompatibile,
l’applicazione di modelli di smaltimento di rifiuti che hanno avuto successo al Nord. Ciò tanto per
quelli ad alta entropia ed alto impatto ambientale che puntano sull’incenerimento e lo stoccaggio,
quanto per quelli di più bassa entropia che puntano sulla differenziazione, il riciclaggio, il riuso ed il compostaggio. Due modi di smaltire i rifiuti apparentemente alternativi ma che sostanzialmente si muovono nell’ottica dell’ulteriore sfruttamento delle risorse naturali ed umane al di fuori dei luoghi di lavoro per garantire ricchezza aggiuntiva a chi lecitamente (determinate imprese e determinati professionisti) ed illecitamente (camorra e mafia) gestisce questo modo di produzione che attacca tutte le forme di vita del pianeta. Un attacco che nel Mezzogiorno assume i drammatici connotati di queste strutturali emergenze non recepite pienamente da chi non lo vive. E che sostanzialmente non è in grado di verificare quanto sia difficile differenziare il 60 o 70 % del volume dei rifiuti.
Un dramma questo dei rifiuti che è un aspetto non irrilevante della Questione Meridionale
dei nostri tempi e che utopisticamente è di facile risoluzione. Basterebbe un decreto legge che
proibisse l’uso di contenitori non riutilizzabili (addio allo shit packging) e nell’area metropolitana di Napoli scomparirebbe come d’incanto più del 70% della monnezza. Si creerebbe inoltre una virtuale barriera all’entrata ai cibi obesizzanti (junk food) che necessitano dello shit packging per essere spostati da una parte all’altra del mondo. Si darebbe cosi spazio al rilancio delle produzioni di origine locali che innovate, con l’inclusione delle culture tecnologiche maturate nella storia dei
luoghi, potrebbero riequilibrare il rapporto territorio produzione prima della distruzione definitiva dell’ambiente. Un’utopia che comporterebbe innanzitutto la dissoluzione di quel “blocco storico” tra industria del nord e camorra, cementato dallo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania e descritto magistralmente da Roberto Saviano in Gomorra ed evidenziato efficacemente nell’omonimo film di Garrone. Un’utopia che il Meridionalismo Socialista e Democratico deve raccogliere a piene mani e liberarsi da incompatibili egemonie culturali esogene se vuole che il Mezzogiorno partecipi al processo di unificazione europea con le sue peculiarità storiche, sociali ed ambientali.

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