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lunedì 20 ottobre 2008

LETTERA APERTA A ROBERTO SAVIANO

IO SONO SAVIANO
di Rosanna Camerlingo*

Caro Roberto
è appena stata resa pubblica la smentita di Schiavone in relazione alle minacce alla tua vita. Gli credi? Gli “uomini di niente” non hanno onore, né umanità. Io non ti conosco personalmente, ma ti conosco attraverso il tuo libro, i tuoi articoli, lo spettacolo teatrale e il film. Io non ti conosco personalmente, ma il tuo urlo è risuonato e risuona dentro di me. Sono nata e vivo in Campania, nella provincia martoriata di Napoli, in quella chiaiano-marano in cui si vuole fare una discarica in pieno centro abitato. Caro Roberto come fare a dirti resta? Infatti ti dico parti, vai lontano da Napoli, dall’Italia, vai e riprenditi la tua vita. Troppo dolore, troppa sofferenza, tutta la negatività che ci hai raccontato è stata aumentata in modo esponenziale dall’indifferenza, dalle difficoltà che hanno blindato la tua esistenza. Vai Roberto, parti, vai lontano da un paese che ha bisogno di eroi, magari morti, da incensare, da santificare, ma quando quegli uomini sono vivi danno fastidio. Danno fastidio alle piccole meschine umanità che sopravvivono a se stessi, agli squali che navigano a vista, agli “uomini di niente” che vogliono farti la pelle. Il sistema si compatta per liberarsi in un modo o nell’altro di un alieno che rischia di far inceppare qualche ingranaggio. Caro Roberto resisti nella forza della vita, parti e sorridi, incontra chi vuoi, come vuoi e quando vuoi, torna a scrivere stando dentro la vita e non guardandola scorrere davanti a te.
Caro Roberto so che sai che tante persone ti vogliono bene come ad un amico intimo, un fratello, un figlio, e chi ti vuole bene non può dirti resta, so anche che siamo con te, che porti dentro la tua terra, che scriverai ancora e scriverai inevitabilmente di te, di noi, della nostra martoriata terra. Forse potrai aiutarci ancora di più o forse no, ma è la tua vita che deve riprendere. Ricorda che sparsi per questa “povera Patria” ci sono tanti “io sono Saviano”e vogliamo urlare insieme a te basta. Solo questo,vogliamo urlare insieme a te perché questa coltre collosa di menzogne e di malaffare possa prima sbrindellarsi, poi dissolversi alla luce della verità.
A noi italiani e campani resta il senso di vergogna per non essere stati in grado di garantire a te e alla tua famiglia un’esistenza normale, mentre gli “uomini di niente” dormono e mangiano spesso nelle loro case, con le loro famiglie e festeggiano i propri compleanni con gli amici. Caro Roberto sogno il momento in cui la gente prenderà coscienza e una grande ondata di indignazione cancellerà “gli uomini di niente” ovunque essi siano, intanto resistiamo e sappiamo che ovunque tu sarai,noi saremo con te, e la nostra terra sarà dentro di te, perché “io sono saviano”.

*insegnante, sociologa e psicologa da Chiaiano-Marano

domenica 19 ottobre 2008

SULLA QUESTIONE NAPOLETANA

E teniamoci la camorra
di Nino Lisi
Per esprimere solidarietà ed amicizia a Roberto Saviano non è bastato che scrivesse Gomorra, e vivesse sotto scorta per alcuni anni.. Ci è voluto che fosse costretto a fuggire dall’Italia per sfuggire al rischio di saltare in aria come Falcone e Borsellino.
Per dichiararci amici, che so, di Sergio Nazzaro, che ha scritto Per fortuna io c’ho la camorra, di Maurizio Bracci e di Giovanni Zoppo, autori di Napoli comincia a Scampia, di Rosario Esposito La Rosa che, frequentando ancora il liceo di Scampia, l’anno scorso ha pubblicato Al di là della neve, dove neve sta per cocaina; o anche di Mirella Pignataro che sempre a Scampia anima il GRIDAS, acronimo di Gruppo di Risveglio dal Sonno, o del circolo di Lega Ambiente di Scampia, La Gru, o della Scuola di Pace che il 18 ottobre dell’anno di grazia 2008 inizia a via Foria un ennesimo “anno scolastico”, quello 2008-2009, cosa aspettiamo? Che siano costretti ad andarsene anche loro?
E quando ci dichiareremo amici delle centinaia di piccole associazioni e gruppi e singoli più o meno anonimi che a Napoli lavorano tutti i giorni per aggregare giovani e non giovani e farli pensare nei “quartieri”, alla”sanità” a “fuorigrotta” e nelle tante zone dove il degrado è maggiore, mettendo oscuramente a repentaglio la pelle? Forse mai, perché lavorano e lottano nel quasi anonimato, sicché se dovessero essere costretti a smettere o ad andarsene anche loro la cosa non farebbe neppure notizia. Solo la loro morte cruenta farebbe notizia. Per poco. E troppo tardi. C’è da augurarsi quindi che non facciano notizia mai, che per sempre nessuno si occupi di loro.
Eppoi, che significa dichiararsi amici?
Cos’è la solidarietà se non poggia su solide basi materiali, se non ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a lavorare e lottare con loro quando ancora sono in condizioni di farlo, se non si fatica (e forse non occorrerebbe neppure una grande fatica) per scoprire i legami della camorra con la politica e denunciarli a gran voce. Per questo sì che ci vorrebbe una voce grande ed un coraggio ancora più grande. E chi ce li dà?
Però non limitiamoci a pensare e a dire che il nodo da spezzare sia solo quello dei rapporti tra camorra e politica. Perché se nella politica trova supporti e complicità e nell’ignoranza e nella fame del sottoproletariato trova la sua manovalanza, è nella connivenza palese ed in quella occulta della borghesia napoletana che la camorra trova l’habitat per espandersi.
Connivenza palese che sta nei collegamenti e nei supporti professionali che la camorra vi trova per i suoi traffici. Connivenza occulta che sta in quelle che Michele Prisco nel febbraio del 1990 descriveva cosi: .
.
Si tratta dunque di una realtà complessa ed intricata come mai.
Sì, per cercare di contenere o per lo meno per contrastare la camorra, la magistratura e le forze dell’ordine, ci vogliono (i militari un po’ meno). E’ vero: per ostacolare il ricambio della manovalanza camorristica occorre creare un’altra alternativa ad una povertà che diventa miseria d’animo.
Ma non è solo così che si può sradicare il fenomeno; la soluzione sta altrove.
Va apprestata sul piano della cultura diffusa, per modificare la “particolare filosofia che è alla base del temperamento dei napoletani”, affinché non continui a perpetuare l’endemica inclinazione al malgoverno amministrativo e la carenza di senso civico. Ma chi può farlo? Chi può entrare in gioco mettendo in circuito valori, comportamenti, sensibilità e stili nuovi? .
A Napoli ci sono “casi esemplari”: l’Istituto di Studi Filosofici, il Suor Orsola Benincasa, Napoli 99, ad esempio per ricordare soltanto gli stessi che citava Prisco. Ma sono isole. Felici, ma isole che non incidono sulla “filosofia” di vita dei napoletani, non rompono la incredibile assuefazione della borghesia a tenere insieme arte, filosofia, bellezza, camorra e “munnezza”, non mettono in crisi la sua rassegnata accettazione (che è poi un alibi) dell’esistenza di due città contrapposte, non usano , per dirla con Attilio Wanderlingh, l’editore di Intra Moenia. Il quale aggiunge, e sono pienamente d’accordo, .
Ed allora? Allora occorrerebbe una mobilitazione grande dell’intellettualità diffusa che, con significative ma poche eccezioni, è però generalmente è assente dal problema, inerte. Altrimenti? Altrimenti Napoli resta come è; e se c’abbiamo la camorra ce la teniamo.


giovedì 16 ottobre 2008

Questione napoletana


«Orrorosi» napoletani
Ponticelli e Castelvolturno, i «casalesi» e Saviano, e il «precedente» del 1799.
Intervista di Angelo Mastrandrea ad
Ermanno Rea
da il manifesto del 15 ottobre 2008
Ermanno Rea è «più che preoccupato» dagli ultimi eventi che riguardano Napoli, la città che ha raccontato in buona parte della sua produzione letteraria. Ultimo l'attentato che i Casalesi starebbero preparando entro Natale a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, «che dimostra quanto sia grave questa malattia» che si chiama camorra, una malapianta che «non si combatte con mitragliette e pattuglie» ma «andando alla radice del problema e proponendo un modello di società diversa». Ma per parlare di quella che è diventata oggi la sua città e la sua regione preferisce proiettare lo sguardo oltre, all'indietro. Per questo Rea ci aspetta nella sua abitazione romana con una vecchia edizione di un libro di una certa consistenza (in pagine) tra le mani. Leggiamo insieme: «E' degno di esser notato che fu veduta ieri una cosa orrorosa a dirsi, ma che fa conoscere che cosa sia l'uomo. Essendosi bruciati i corpi di due giacobini, il popolo furioso e sdegnato ne staccava i pezzi di carne abbrustolita e li mangiava, offrendoseli l'un l'altro fino i ragazzi. Eccoci in mezzo ad una città di cannibali antropofagi che mangiano i loro nemici». Il racconto è di un avvocato partenopeo del quale oltre al nome, Carlo de Nicola, non si è tramandato assolutamente nulla se non un dettagliatissimo «Diario napoletano» della rivoluzione del 1799.

Di cose «orrorose» la città di Napoli continua a offrirne ripetutamente: la strage di Castelvolturno, i roghi dei campi rom di Ponticelli, l'attentato a Saviano se fosse stato compiuto. Spesso dietro c'è la camorra. E i «casalesi».
Tutti questi fatti che hai elencato mi preoccupano molto e dimostrano quanto sia grave la malattia che affligge Napoli e il suo hinterland. L'origine della camorra sta in un modello di società sbagliato. Ed è soprattutto la politica che va messa sotto accusa perché finora l'ha fatta prosperare. Ci sarebbe bisogno di più fatti e meno parole. Invece la saga dei casalesi viene ormai trattata dai media come una soap opera, quando per combatterla servirebbe affrontare la questione del sottosviluppo napoletano.

Che non produce solo camorra, ma negli ultimi tempi ha alimentato anche più di un episodio di razzismo.
Ogni volta che avviene un caso come quelli di Pianura o Ponticelli in molti mi pongono la seguente domanda: com'è possibile che i napoletani, con la fama che hanno di popolo mite e tollerante, riconosciuta dal mondo intero, fanno questo? Io rifletto e mi dico che sono domande che non necessitano di una risposta rassicurante, del tipo «per carità, i napoletani sono brava gente». Al contrario, non esiste una bonomia innata, intangibile, a prova di bomba.

Cos'è dunque che sta intaccando questa bonomia?
La tolleranza è figlia di un clima sociale, politico, istituzionale. Così come la violenza e il razzismo sono figli di un clima imbarbarito. Per questo non bisogna meravigliarsi se accadono fatti come quelli di Ponticelli o Pianura. Eppure Napoli, pur nell'imbarbarimento generale, continua a rappresentare un'anomalia in Italia. Il degrado che c'è qui non esiste in nessun'altra parte del Paese. Nelle campagne del casertano c'è uno sfruttamento della manodopera immigrata che non credo ci fosse nemmeno negli Usa de «La capanna dello zio Tom». Altro che razzismo, questo è schiavismo. Ma attenzione: Saviano ha raccontato come la camorra si stia espandendo al nord,dunque l'infezione si può propagare. Se tutta l'Italia non capisce che bisogna intervenire, non ci sarà salvezza per nessuno. Napoli è una ferita nel corpo del Paese.

In realtà, Berlusconi sostiene che sta occupandosi di Napoli e di aver risolto il problema rifiuti.
Di Berlusconi non voglio parlare. Non riesce proprio a vedere la sostanza, si ferma alla superficie.
Eppure c'era stato un periodo in cui si era parlato di «rinascimento napoletano».
Possiamo anche dire che esiste una cultura napoletana di grande spessore e non solo cose «orrorose». Nella letteratura c'è un gran fervore, il «caso camorra» nasce da lì, ma è una letteratura dolente. Purtroppo oggi prevale lo sfarinamento. E una città che si sfarina non può pensare al futuro, vive l'esperienza del negativo. A ciò aggiungiamo che Napoli si trascina dietro un ceto premoderno, la vecchia plebe che oggi non saprei come definire e che può fare cose «orrorose». Certamente c'è una continuità nella storia.

Come mai?
Per via della classe dirigente napoletana e non solo. E' dal 1860 che Napoli viene sistematicamente espropriata delle sue energie produttive e intellettuali. E questo è un punto. Aggiungerei pure che oggi Napoli non conosce se stessa. Ci sarebbe stato bisogno di rivoltare la città come un guanto per conoscere tutto di lei. Invece nessuno l'ha fatto, anche per via dell'emigrazione e della scarsa lungimiranza dei politici. Con il risultato che ogni volta che accade qualcosa caschiamo dalle nuvole. Mi chiedo: come si può somministrare una medicina senza conoscere perfettamente la malattia? Ma la vera anomalia di Napoli è di natura socio-economica. La sua salvezza non può che passare attraverso il lavoro. Non si può pensare alla sopravvivenza di una città senza una sua economia legale. Mi chiedo che cosa accadrebbe se a Napoli fossero paralizzate tutte le attività illegali. Questa è una città che campa di nero. E di neri.

Quelli che lei definisce i «nuovi napoletani» e che vediamo nel suo ultimo romanzo, «Napoli ferrovia».
Sì i «nuovi napoletani» sono gli immigrati e il futuro di Napoli è quello di diventare una città meticcia. Una cosa che noi napoletani abbiamo nel sangue: il nostro dialetto è pieno di francesismi, spagnolismi, siamo un popolo cosmopolita per natura. Due anni fa promossi un decalogo che fu sottoscritto da più di un centinaio di intellettuali e politici napoletani. Oggi è attuale come non mai, si potrebbe rilanciarlo (parla di «Napoli città-mondo», aperta al Mediterraneo e meticcia, e propone la creazione di una Consulta sull'immigrazione composta da «vecchi» e «nuovi» napoletani. Forse il razzismo, e i «casalesi», si possono cominciare a combattere partendo da lì, ndr).

giovedì 2 ottobre 2008

INTERROGATIVI SU NAPOLI


Sabato 18 OTTOBRE 2008 ore 18.30 presso la chiesa battista, via foria 93 - Napoli
Napoli, crocevia di culture, valori, paure e esperanze
SCUOLA DI PACE 2008/09
Napoli è ancora punto di incontro delle culture mediterranee?
relatore: Gerardo Marotta
introduce e modera: Francesco De Notaris

sabato 19 luglio 2008

L'EMERGENZA RIFIUTI E' FINITA! LA CAMPANIA CONTINUERA' AD IMPORTARE RIFIUTI

Un esempio di economia di shock
PER ALIMENTARE I QUATTRO INCENERITORI DECISI DAL GOVERNO OCCORRERANNO ALTRI RIFIUTI
LA RABBIA DI ALEX ZANOTELLI

Berlusconi ci impone , con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare.Da solo l’inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all’anno! E’ chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente ( al 70 %),non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori.E’ da 14 anni che non c’è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione.Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti.”Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani Ciò che è definito “tossico” altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato “pericoloso”qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti , hanno meno poteri che nel resto d’Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare,come altrove accade, i diritti dei Campani”.
Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro l’aborto e l’eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani. Il decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani.
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all’inceneritore di Acerra ,a contestare la conferenza stampa di Berlusconi , organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone.( La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell’ordine,è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo.Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :”Lutto cittadino.La democrazia è morta ad Acerra.Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso.” Nella conferenza stampa ( non ci è stato permesso parteciparvi !)Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha “subito” per costruire l’inceneritore ad Acerra !( Ricordo che la Fibe è sotto processo oggi ! ).Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l’ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori!Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera , a gestire i rifiuti.Quella italiana sarà quasi certamente la A2A ( la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti , si papperà anche l’acqua di Napoli.Che vergogna! E’ la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l’economia di shock! Lì dove c’è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!).
da una lettera agli amici di Alex Zanotelli

domenica 13 luglio 2008

UN'INTELLETTULITA' ASSENTE CHE INTELLETTUALITA' E'?

Un'assenza che si è fatta notare
di Carla Maiorano
L’intenzione davvero ambiziosa degli organizzatori dell’incontro pubblico che si è tenuto il 3 luglio
scorso a Serra di Cassano dal titolo: “Ripensare la città partendo dagli ultimi”, era stanare i
ceti borghesi e intellettuali che continuano ad assistere silenti al degrado della città.
Questa intenzione è apparsa molto chiara nelle parole di uno dei promotori, padre Alex Zanotelli, il quale ha rivolto un vero e proprio appello affinché la classe degli intellettuali sposi la causa degli
“ultimi”.
Nonostante le buone intenzioni degli organizzatori e il risultato positivo di aver radunato nella
stessa sala alcuni esponenti progressisti delle professioni e delle competenze di questa nostra
sfortunata città (Psichiatria Democratica, Medicina Democratica, Giuristi Democratici e Magistratura Democratica), si sono registrate grandi assenze.
Gli assenti erano gli esponenti del mondo accademico, quei professionisti e intellettuali che sono
stati sempre presenti ai Forum del Sindaco di Napoli e che siedono comunemente ai tavoli della
Regione, schiere di persone autorevoli che accattonano incarichi, consulenze, collaborazioni alle
varie istituzioni di governo e che, di fatto, hanno contribuito a determinare la situazione di sfascio
attuale.
La difficoltà di coinvolgere questi soggetti forse si spiega con l’ asserzione di uno dei presenti che
lapidariamente ha detto “la borghesia aristocratica napoletana ha gli stessi valori della società
illegale”.
Alla lucida analisi sulla condizione attuale della città sviluppata da alcuni dei partecipanti, fra cui lo stesso Zanotelli, Andrea Morniroli di Cantieri Sociali, Sasà di Fede del Comitato Albergo dei
Poveri ed altri, non ha fatto riscontro una chiarezza degli intenti e delle azioni da intraprendere.
Vaghi i proponimenti: dal fare rete, al sollecitare un movimento di cittadinanza attiva, al partire
dalla denuncia. Di fatto non è chiaro a nessuno quali possono essere gli strumenti per far incontrare lungo uno stesso percorso di rinascita sociale di Napoli, le intellettualità, i cittadini e gli esclusi di questa città.
Questa vaghezza, questo disorientamento di coloro che volenterosamente intendono inventare
nuove forme della politica e della militanza sociale, si scontra con la lucidità e la determinazione
dei poteri forti, di quei poteri che determinano la “Shock economy” come la definisce Noemi Klein.
Come ricordava Zanotelli il Decreto sui rifiuti in Campania è la dimostrazione di come uno Stato,
grazie alle emergenze ambientali da esso stesso determinate, imponga con l’esercito gli interessi dei potentati economico-finanziari.
E poi, ultima questione che mi viene di sollevare, come potrebbe concretizzarsi questa ipotetica
alleanza fra gli ultimi e il ceto intellettuale, tenuto conto che i poveri, gli esclusi sono diventati
nell’immaginario dei benpensanti i veri criminali e/o i nemici?
Aspettiamo di vedere i prossimi passi e il prosieguo dell’iniziativa con il nostro solito
atteggiamento curioso e attento a tutto quello che si muove in città.
Carla Majorano

venerdì 4 luglio 2008

NAPOLI, DOV'E' L'USCITA?

Note a margine di un libro e di un dibattito
di Laura Capobianco
Il libro di Lamberti può essere utile anche se mi pare che ciò che emerge, soprattutto attingendo a fonti giudiziarie, è il noto infernale intreccio, che è oggi il sistema camorra costituito da veri e propri imprenditori del crimine, capaci di mescolare affari leciti con illeciti, con molte risorse finanziarie e soprattutto con profondi legami con i ceti politici locali e nazionali. Si è parlato di Gomorra non tanto per la novità dell'analisi ma perché il successo mediatico mette in evidenze come la camorra, al pari dei rifiuti, non è un emergenza ma un elemento costitutivo della realtà napoletana sul quale si tende continuamente ad abbassare la guardia.
Lo Stato ce la può fare, ha detto Roberti, se lo vuole fare investendo in mezzi e risorse per l' ammodernamento della giustizia ( non si è parlato mai di Berlusconi che mi pare vada in tutt'altra direzione), sulle forze dell'ordine non sull'esercito e sulla necessità di andare a forme di stabilizzazione dei controlli. Nel complesso, nonostante alcune presenze, un tutto un pò sonnolento.
Laura Capobianco

venerdì 27 giugno 2008

La questione napoletana

il documento introduttivo dell'incontro
a Palazzo Serra di Cassano

PENSARE AGLI ULTIMI - PROGETTARE LA CITTA’

A Napoli purtroppo ancora una volta i caratteri democratici delle istituzioni subiscono una fortissima compressione, ogni giorno donne e uomini vedono mortificati i loro più elementari diritti alla vita, alla salute, al lavoro, al dissenso. Si va sempre più imponendo una cultura che ha trasformato i diritti di tutti e di ciascuno in favori elargiti dai potenti di turno. Ritorna nella nostra città, ma anche in tutta la regione, quello che è stato chiamato nel passato il “modello terremoto” le scelte più importanti per la vita della città sono state sottratte al confronto politico e affidate a commissari straordinari, uomini di fiducia, padrini vecchi e nuovi. Le drammatiche vicende della gestione del ciclo dei rifiuti mettono ancor di più a repentaglio i diritti elementari delle persone e delle comunità, hanno acuito la tensione sociale e sancito, per via legislativa, che le persone che vivono in Campania sono persone dimezzate meno uguali agli altri del resto d’Italia. In questo clima la “cacciata” dei Rom con la violenza è il segno di un ulteriore imbarbarimento della vita civile in città. I gravi problemi della nostra città, dalla criminalità camorristica alla quotidiana invivibilità hanno motivazioni materiali e strutturali, ma anche motivazioni morali e culturali con la disintegrazione crescente del tessuto sociale che si manifesta nel dissolversi delle reti di solidarietà a scapito dei più deboli, degli ultimi, cui la città appare realtà ostile e dolorosa. La risposta non può essere quella della chiusura, dell’esclusione e della repressione ma pensiamo che questa città può cambiare solo con un impegno comune, partendo dai bisogni e dai diritti degli ultimi, in cui la sicurezza sia prima di tutto sicurezza sociale. Crediamo che sia possibile avviare un processo che per tappe sia in grado di dare contenuti ad un progetto per la città, un progetto che individui nella partecipazione di movimenti, forme auto-organizzate di società civile, di quelle intellettualità, pur non compromesse, che continuano ad assistere silenti al degrado della città, a quella rete, che pure esiste in città, e che si prende cura del “pubblico” e vuole in prima persona elaborare il proprio futuro. La crisi di democrazia che ci affigge può essere superata dalla partecipazione, dal contributo di tutti coloro che credono ancora che un’altra città sia possibile: una città in cui centro e periferia siano uniti per uscire dal degrado e siano in grado di elaborare proposte per una città vivibile e accogliente, una città che consideri l’ambiente e i beni comuni come risorsa pubblica a disposizione di tutti e non invece terreno di rapina e di consumo rapace e selvaggio da parte del mercato.

domenica 8 giugno 2008

Questione rifiuti e Questione napoletana

di Nino Lisi da Arcipelago Napoli del 13 gennaio 2008

La questione dei rifiuti di Napoli c’è chi la chiama tragedia. Per altro la dimensione tragica, chissà perché - è presente frequentemente nella vita di Napoli e dei napoletani, quando non scade a tragicommedia.A ben guardare, essa – la questione dei rifiuti - è paradigmatica della questione napoletana e più in generale delle questione meridionale. Ve ne sono infatti tutti gli ingredienti: in primo luogo il connubio perverso di interessi tra ambienti del nord (in questo caso gli industriali che hanno trovato un espediente per smaltire a buon mercato i rifiuti speciali – speciali perché particolarmente pericolosi) e ristretti ambienti napoletani e campani (in questo caso i clan camorristici); l’insipienza quando non la connivenza e la complicità del ceto politico e non solo di questo, ma di buona parte della classe dirigente napoletana; l’astuzia del capitalismo settentrionale (nel caso di specie la società Impregillo) che profitta della debolezza del sistema locale; la latitanza dal problema – tranne qualche rara ed inascoltata eccezione – della intellettualità partenopea; l’ignavia della borghesia cittadina; la rassegnata abulia del resto della popolazione.Certo: se tanti sono i fattori in gioco, svaniscono le singole responsabilità. E questo bisogna assolutamente evitarlo. Epperò bisogna evitare anche l’ opposto: semplificare le cose e ridursi a considerare uno solo degli agenti in campo, quello più evidente e che meglio si presta al ruolo di capro espiatorio. Se ciò accadesse – e purtroppo non è improbabile che accada - sotto un’apparente e superficiale risanamento della situazione, nel fondo tutto resterebbe inalterato. E sarebbe un disastro, perché, non cogliendosi la complessità dei fattori in gioco ed il loro intreccio, sarebbe impossibile sradicare le cause dell’accaduto e quindi gli effetti si riprodurrebbero.Ed allora bisogna distinguere, secernere, scavare.E’ quanto auspicabilmente dovrà fare il Cantiere su Napoli, non semplicemente a proposito della questione rifiuti, ma della questione napoletana.Ci sono molti aspetti che dovremo affrontare. E molti interrogativi dovremo porci.Enrica Morlicchio e Sergio D’Angelo nel loro articolo sul n. 5 del 2007 di Carta mensile – quello dedicato appunto a Napoli per la promozione del Cantiere – accennano al tema “della ricerca di un ceto politico amministrativo ed imprenditoriale capace di porsi alla guida di un progetto di cambiamento. Un questione che in Campania e a Napoli resta in buona parte irrisolta”.A mio avviso il problema è proprio questo, ed è del tutto irrisolto. Quello della classe dirigente. E’ da esso – io credo - che dobbiamo partire per la nostra analisi.Un ceto politico “chiuso come un bunker” impermeabile a qualsiasi spinta proveniente dall’ esterno del suo “sistema”. Una intellettualità, tranne rare eccezioni, o cinicamente distaccata e passiva nei confronti del potere politico, oppure succube e connivente con esso, comunque lontana dall’altra città, dalla “città di sotto”, quella del popolo basso - come si diceva un tempo - o del popolino – come diceva Sereni - o del sottoproletariato - come si dice oggi. Per non dire del ceto imprenditoriale, nelle sue varie articolazioni e sfaccettature, e delle diverse categorie professionali: cioè della borghesia napoletana. E’ in essa che ha la sua tana il blocco sociale della conservazione perpetua, che replica ad ogni occasione quella che Croce ha chiamato le “eterna rapina”, per la quale gli investimenti pubblici si risolvono puntualmente nell’arricchimento di pochi senza produrre i risultati voluti. E’ qui, nel blocco sociale responsabile del mantenimento dello status quo, che si annida la “questione morale”, radice dei mali di Napoli. Essa viene da molto lontano. Già nel settecento ne parlavano Filangieri e Pagano ed è giunta ai giorni nostri. Nel 1990 Pasquale Saraceno la descriveva così: “la convivenza di modernizzazione apparente e di residui socioculturali del passato è il terreno comune di coltura dell’assistenzialismo della corruzione e della piccola e grande criminalità”. Nel 2006 Pietro Greco ha scritto pagine chiarissime su questo tema in La Città della Scienza.La questione morale si intreccia strettamente alla questione economica, anzi è alla sua base. La inaudita sproporzione tra le fonti distribuite di reddito e le dimensioni demografiche della città caratterizza la situazione di Napoli da circa quattro secoli. Gran parte della popolazione che via via si è addensata nella ed intorno alla “capitale del Mezzogiorno” è stata (ed è) costretta a vivere di espedienti, sicché la illegalità, la piccola illegalità, è stata la struttura portante dell’economia di sopravvivenza. E quando ai tempi delle “mani sulla città” alla piccola illegalità degli strati subalterni si è aggiunta, eretta a sistema, la grande illegalità della borghesia la situazione è esplosa.Gli interrogativi da porsi sono dunque molti.Com’è che la classe dirigente napoletana è riuscita sinora a perpetuare se stessa, neutralizzando i tentativi di rinnovamento, che pure ci sono stati? Qual è il meccanismo di questa perpetuazione secolare ? Perché il collante culturale da cui trae linfa l’intreccio tra politica, affari, e criminalità che strangola la città non è mai stato scalfito?Si assume che sul medesimo territorio coesistano - e forse senza convivere - due diverse città. Una città doppia, dunque. Ma perché non si riesce a mettere in comunicazione reale le due città o le “diverse anime” della città”? Da cosa trae origine questa doppiezza e quando è sorta? Non è che a essere “doppi” siamo noi napoletani, cioè che sia doppia la nostra cultura, la nostra mentalità che permette alle “ persone per bene” di acconciarsi a convivere con il malcostume, la sopraffazione, il clientelismo, come se fosse normale, senza ribellarsi nei confronti delle istituzioni, adattandosi a coniugare arte, scienza , filosofia, bellezza e “munnezza”? Ed infine: noi che intendiamo dibattere ed affrontare questi temi siamo parte di questa classe dirigente o ci chiamiamo fuori? Siamo del tutto immuni da questa cultura della doppiezza?Insisto su questo punto, perché sono d’accordo con quanto ha scritto Attilio Wanderlingh, sul numero di Carta che ho già ricordato. La questione napoletana va affrontata sul piano culturale e “non c’è destino per questa città, se la cultura non parte dalla loro condizione, (quella del “popolo borderline” ndr) non dalla nostra”. Occorrerebbe dunque mettere mano alla rigenerazione della struttura sociale della città, luogo per luogo, mediante una intelligente "gestione del quartiere" , vale a dire integrando gli interventi sulla "città fisica"e sulla "città sociale" come Serena Sorrentino ha spiegato nel numero di Carta che ho citato. Ed in questa ottica potrebbe/dovrebbe affrontarsi anche il problema del lavoro, legando al recupero di culture, saperi e tradizioni la creazione di occasioni di lavoro che dando riposte appropriate ai bisogni effettivi della popolazione sottraggano l’ economia della sopravvivenza al condizionamento della piccola illegalità. Da qui si dovrebbe partire per animare una “economia altra”, basata su di un forte legame con il territorio e capace di proiettarsi all’esterno.Il ragionamento ritorna così al suo punto di partenza, al tema posto da Enrica Mordicchio e Sergio D’Angelo: quello del soggetto “capace di porsi alla guida di un progetto di cambiamento”. C’è? E se no, si può promuoverlo e come?
La foresta vergine

di Nino Lisi da Arcipelago Napoli 4 giugno 2008

Raffaele La Capria, scrittore che per altro amo molto, chiede: ”Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie”.Ed ha ragione. Ma il suo interrogativo ne richiama altri: ma è solo il governo centrale a dover essere chiamato in causa, o devono esserlo anche i governi locali, la classe dirigente locale – ceto politico, ceto imprenditoriale, professionisti eccellenti, la stessa intellettualità napoletana, per non dire dell'alto clero? O sono vittime anche loro del governo centrale? Insomma noi napoletani – non tutti, certo, non gli indigenti, i senza potere, ma gli altri, quelli che almeno il potere della parola l'abbiamo – siamo esenti da ogni responsabilità? La Capria afferma ”che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, (un gruppo di ottimi scrittori, ndr) come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel mistero nascosto cui lei stessa aveva accennato”.Giusto. Ma questo mistero vogliamo provare a svelarlo e contrastarlo? Di esso lo stesso La Capria ha scritto in un romanzo indimenticabile, Ferito a morte, cinquant'anni fa, paragonandolo ad una foresta vergine che avvolgeva, macerava, distruggeva poco alla volta l'intera città. Dopo cinquant'anni la foresta vergine è ancora qui, continua a divorare, a soffocare la città. Per arrestarla nel suo implabile incedere, non possiamo continuare a prendercela solo con il governo centrale. Le radici sono anche qui in mezzo a noi. O la tagliamo noi o non lo farà alcuno.
Napoli, l’abulia della borghesia

Risposta a Panebianco

di Raffaele La Capria da Il Corriere della Sera 2 giugno 2008

A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebuanco l’ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore, l’ambiguità — specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti — a uno scrittore l’ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia risposta all’articolo di Galli della Loggia «Perché il Sud è senza voce» io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella voce ce l’ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno. La voce dunque c’è, non c’è la società. Questo anch’io lo so e lo deploro, l’ho deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della «napoletanità», che ha retto fino alla fine della prima guerra mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale.Ora certo anch’io desidero che l’ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c’è, e a risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici amministratori non sono riusciti a gestire. È vero ci sono problemi terribili nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una manifestazione in piazza.La «storia lenta» che ha determinato la scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare all’improvviso «storia rapida» con una pur auspicabile mobilitazione della classe borghese della città. La «storia lenta» ha a che fare con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni, le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel mistero nascosto di cui parla la Ortese ne «Il mare non bagna Napoli». Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità.Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l’incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all’interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. È questa della mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla televisione.Solo dove non c’è libertà si ha un destino, solo chi se lo è voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell’immobilità, ed è nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè «non sa criticarsi». La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord la degenerazione della logica del profitto (tangenti). È sul terreno delle mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura dell’intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica.È perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico, uno scrittore le vede dal punto di vista dell’esistenza. L’esistenza è «tutto quello che accade». Ma non c’è dubbio che dal punto di vista morale sono anch’io colpito dall’abulia della classe borghese della mia città, la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l’ha già fatta da più di cent’anni a questa parte, da quando nacque la Questione Meridionale.
Se la società civile scendesse in piazza

RIFIUTI E DISFATTA DEL SUD

di Angelo Capobianco da Il Corriere della Sera del 1 giugno 2008
Nel suo L'armonia perduta, del 1999, a proposito di quell'invenzione culturale che è stata la «napoletanità», Raffaele La Capria scrive che essa «... fu l'approdo inevitabile di questa piccola borghesia che rinunciava a priori, per risolvere il problema della plebe, a ogni vero tentativo di trasformazione sociale. Che rifiutava a priori ogni tentativo di industrializzazione, in quanto comportava rischi e richiedeva investimenti, capacità imprenditoriali, cultura, proprie di una classe dirigente moderna e di una borghesia degna di questo nome». Assillata dall'esigenza di controllare la plebe, la borghesia napoletana, per La Capria, diede vita a una forma di civiltà duttile e raffinata ma immobile, impermeabile alle esigenze della modernità.L'ambivalente sentimento dello scrittore nei confronti della borghesia della sua città ritorna oggi negli interventi che egli dedica all'emergenza napoletana. Lo si coglie anche nelle riflessioni pubblicate ieri sul Corriere. Quell'ambivalenza dà luogo, mi sembra, a oscillazioni nel giudizio. C'è una differenza fra la prima parte, dove risponde a Ernesto Galli della Loggia, e la seconda dove esamina criticamente Il mare non bagna Napoli, il libro di Anna Maria Ortese. Nella prima parte, egli accusa l'Italia per quanto è accaduto e accade a Napoli. Il rischio è che il lettore vi veda (fraintendendo, credo, il vero pensiero di La Capria) una sorta di assoluzione per Napoli, un voler gettare sulle spalle di altri le responsabilità. Nella seconda parte, però, egli dedica un giudizio molto affilato e duro alla borghesia napoletana, della quale dice che essa non si è mai confrontata con il mondo e, pertanto, non è mai stata in grado di conoscersi: «Come si fa a essere classe dirigente se non si sa chi si è?». Io credo che a Napoli oggi possa servire più questo duro giudizio sull'inettitudine della sua borghesia, della sua classe dirigente, che una chiamata di correo per l'Italia nel suo insieme. Perché nelle chiamate di correo è sempre insito il rischio, anche al di là delle intenzioni, di allontanare la responsabilità da chi in primo luogo la possiede. E' mia impressione che i napoletani, e in particolare proprio quella borghesia da cui fin qui, nella vicenda dei rifiuti, ci si è attesi invano uno scatto d'orgoglio, la manifestazione di un'inequivocabile volontà di prendere in mano il destino della propria città, non abbiano ancora misurato fino in fondo il baratro morale in cui Napoli è precipitata agli occhi del resto dell'Italia. Forse, per quella normale forma di cortesia che impronta le conversazioni private, i non napoletani evitano di calcare troppo la mano quando parlano con dei napoletani. Ma è purtroppo un fatto che, ad esempio, quando al Nord oggi si parla di Napoli (e la cosa non coinvolge solo elettori leghisti ma i più disparati ambienti, culturali e politici) smorfie e commenti carichi di disprezzo sono la regola. Il resto del Paese si sente danneggiato da Napoli due volte. In termini di immagine, perché la vicenda napoletana dei rifiuti coinvolge l'intera Italia agli occhi del resto del Mondo. E in termini di sforzo finanziario, perché quella storia costa cifre colossali ai contribuenti italiani.Da quindici anni, o quanti ne sono passati da quando dura il problema dei rifiuti, afflitta da quegli antichi difetti acutamente individuati da La Capria, la società civile napoletana, quell'ambiente borghese fatto di professionisti, professori, imprenditori, giornalisti, magistrati, è stato silente, e quindi complice, degli errori inanellati dalla classe politica. Quella società civile non può fingere di non avere responsabilità possedendo essa le risorse culturali ed economiche che avrebbero potuto metterla in grado di esercitare un'influenza positiva, se solo lo avesse voluto.Trovo stupefacente che quella classe borghese non abbia ancora sentito su di sé tutto il peso morale dell'emergenza e non si sia data da fare di conseguenza. Trovo strano, ad esempio, che essa non sia stata ancora in grado di portare in piazza mezzo milione, o più, di persone, con lo scopo di solidarizzare con chi, da De Gennaro a Bertolaso, ha tentato e tenta l'impossibile per rimediare, e di dire basta alle manovre dilatorie e alle «rivolte » suscitate ad arte, mediante le quali, da troppo tempo, si impedisce di porre termine a questa scandalosa situazione. Se quella reazione ci fosse stata, il clima e il vento sarebbero già cambiati e Napoli potrebbe guardare con più fiducia al futuro. Per i rifiuti ma forse anche per i suoi più generali problemi di sviluppo. L'assenza di quella reazione spiega anche l'incapacità delle istituzioni di cooperare fra loro (come mostra l'ultimo, devastante, intervento della magistratura), di remare nella stessa direzione.Non dovrebbe essere questo il compito di intellettuali di grande prestigio come La Capria? Quello di spingere i propri concittadini ad abbandonare l'apatia, a muoversi per riconquistare un orgoglio e un onore oggi perduti? Anche i difetti più antichi e radicati di una classe dirigente che, in realtà, non sa dirigere più nulla, possono essere riscattati nelle situazioni di emergenza. Anzi, è solo in presenza di crisi gravissime che potenziali classi dirigenti, abituate a stare in ginocchio, riescono talvolta ad alzarsi in piedi. In quasi tutto il Sud, non solo a Napoli, è da sempre radicata l'idea che tocchi agli altri, al Nord ricco oppure allo Stato, «risarcire» il Sud, risolvere i problemi della società meridionale. Ma è una tragica illusione. Gli «altri», si tratti dello Stato o di qualunque altra entità, anche ammesso (e non concesso) che lo vogliano, non potrebbero comunque riuscirci. Nessuno è in grado di aiutare davvero un altro se quest'ultimo non aiuta se stesso per primo.
Perchè l'Italia non sente la voce del Sud?

di Raffaele La Capria - da Il Corriere della Sera del 30 maggio 2008

Avevo appena finito di scrivere per il Corriere l'articolo che segue su Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, quando ho letto il fondo di Ernesto Galli della Loggia dal titolo «Perché il Sud è senza voce». Io cambierei il titolo in quest'altro: «Perché l'Italia non sente la voce del Sud». È dal tempo di Giustino Fortunato che questa voce si è levata, e si è levata di nuovo nel dopoguerra con Cristo si è fermato a Eboli e ha continuato sempre a gridare: vedete, la situazione è questa, queste sono le cause, questi i rimedi. Ma siamo sempre fermi a Eboli. Inutilmente Levi, la Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia e ora Saviano hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai al livello della classe intellettuale, l'ha semplicemente ignorata per inseguire le proprie trame non sempre lecite. Quando Rosi ed io con Le mani sulla città denunciammo, ancora in tempo utile, l'orrenda speculazione edilizia che ha trasformato la bella Napoli della cartolina col pino in un'orrenda megalopoli sudamericana con relative favelas, chi ne prese atto? Quali furono i provvedimenti presi dalla politica, escluso quello di ostacolare l'assegnazione nel 1963 del Leone d'Oro che la giuria invece attribuì al film? La voce di Napoli non supera la linea Gotica, non la supera il Mattino, non la supera ogni evento culturale nato a Napoli, non il Premio Napoli, non la Fiera del Libro, non il nuovo Museo d'Arte Moderna, non la supera perché all'Italia la voce di Napoli non interessa. All'Italia no, ma al mondo sì invece, il mondo l'ascolta. Il Cristo di Levi, il Gattopardo, Gomorra, Le mani sulla città, tanto per fare qualche esempio, sono conosciuti ed onorati in tutto il mondo. Napoli è l'unica città italiana che dà ogni anno con un romanzo o un saggio una rappresentazione critica di se stessa. L'ultima in ordine di tempo è Napoli Ferrovia di Ermanno Rea. Ma chi ne tiene conto? È la classe politica che dovrebbe essere più interessata ad ascoltare la voce di Napoli, la classe politica italiana, e non solo napoletana, ad interessarsi di più alla cultura.Ora credono di liberarsi del problema Sud con una ingente somma di danaro mal speso, ora inviando l'esercito, ma sempre con l'idea di trattare con «quelli là», non con qualcosa che strettamente li riguarda. Con l'esercito fecero l'Annessione senza stipulare alcun patto, con l'esercito adesso vorrebbero fare la dis-Annessione dalla monnezza. Siamo sempre lì. Allora per favore non diciamo che il Sud è senza voce, diciamo che ha tutte le colpe ma non questa. Diciamo anche che l'Italia non ci vuol sentire. Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie. Ecco, ora segue l'articolo sulla Ortese che avevo scritto. Tratta di argomenti non lontani da questi ma li prende da un punto di vista diverso e con una voce particolare, la voce poetica di Anna Maria Ortese. Anche Anna Maria accusava gli intellettuali del Sud, quasi che lei non ne facesse parte. Ma dico di più: che la vulgata colpevolizzatrice è tanto forte in Italia che i napoletani stessi per primi ci credono, e sembra sempre che ognuno di loro debba giustificarsi di colpe storiche che invece appartengono a tutti. Come dicevo, ho riletto Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, che Adelphi ripubblica. È un libro che a suo tempo fece scalpore, non meno di quanto oggi Gomorra, perché toccava un punto dolente nella storia della città. Come mai Napoli non è riuscita mai ad esprimere una classe intellettuale capace di incidere sulla vita della città e di colmare il fossato esistente tra la borghesia (la classe dirigente) e il popolo, o meglio quella parte della popolazione chiamata plebe? Nel capitolo intitolato «Il silenzio della ragione », la Ortese scrive: «Esiste nelle estreme e più lucenti terre del Sud un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno d'illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata ». Cosa intendeva la Ortese per ragione e per natura? La ragione non poteva essere che quella pragmatica di ogni moderna democrazia, fondata su una società civile obbediente alla legalità. La natura erano i miti che i napoletani continuamente cantano a se stessi e che ne hanno determinato la mentalità e segnato il destino. La Ortese sperava, anzi aveva sperato, che la cultura proposta da un piccolo gruppo di intellettuali riuniti intorno alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, un gruppetto di cui lei faceva parte con altri suoi amici, tra cui c'ero anche io, avrebbe potuto cambiare le cose, avrebbe potuto «rimuovere il mito terribile del sentimento, chiarendo tutte le alterazioni e deformazioni cui esso aveva condotto l'odierna società partenopea ». Certo è che quando scrisse Il mare non bagna Napoli (nel 1953) ogni illusione era svanita ed era sopravvenuta in lei una delusione enorme. Ne fecero le spese tutti i suoi amici di una volta, contro i quali lei si rivoltò quasi fossero essi per primi i colpevoli, i nemici di quella ragione. E li descrisse criticandoli in modo spietato, soprattutto Compagnone e Rea, di cui dipinse due memorabili ritratti. Adesso che quegli amici sono quasi tutti morti e io sono quasi l'unico superstite di quel tempo, posso confermare non solo quel che in verità ho sempre detto, che Il mare non bagna Napoli è un libro bellissimo, ma anche che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel ministero nascosto cui lei stessa aveva accennato.Dopo questa premessa, e cessata ogni polemica, mi sembra che oggi io possa considerare questo libro dal solo punto di vista letterario come un esempio notevole di quel saggismo creativo che si avvale di uno stile misto, autobiografico e narrativo, per raccontare con estrema libertà la realtà che interessa lo scrittore. La finzione su cui si regge il libro è che l'autrice sia stata invitata da un giornale del Nord a fare un'inchiesta sui giovani scrittori napoletani. E in effetti così fu. Ma ho detto finzione perché lei si comporta non come una che conosce benissimo la città e le persone di cui parla, ma come una, che appena arrivata le scopre, scopre uomini e cose e se ne meraviglia, quasi che li vedesse per la prima volta. Il suo deliberato straniamento, insomma, l'aiuta a rendere più intensa la sua visione e i suoi sentimenti verso la città e gli amici, ma proprio in questa intensità, sapendo come stanno le cose, io sento un che di eccessivo e un suono un po' falso. E rivelatore in questo senso mi pare il primo bel racconto del libro, quello intitolato «Un paio di occhiali» dove c'è una bambina «cecata» (cioè miope) cui viene finalmente regalato un paio di occhiali, ma quando la bambina se li mette e vede lo squallore del vicolo in cui vive, scoppia a piangere disperatamente. Non si può fare a meno di pensare che è lei, la scrittrice, la bambina «cecata». Cecata dall'illusione prima e dalla delusione dopo, che non le fanno mai vedere la realtà come effettivamente è. Se chi scrive prima si illude su una determinata realtà e poi ne è deluso, finisce per alterarne la stessa percezione. Di conseguenza la rappresentazione, anche se artisticamente riuscita, risulterà alterata. E questo mi pare che accada anche in un altro capitolo del libro intitolato «La città involontaria». È questo un edificio della lunghezza di circa 300 metri chiamato III e IV Granili, un ghetto della povertà e dell'abbandono. Non si capisce come, dopo aver letto la descrizione della Ortese, qualcuno abbia potuto pensare di costruire «Le vele» di Secondigliano. Un segno dell'ignoranza della classe dirigente e della nessuna influenza degli intellettuali e delle loro denunce, un'altra sconfitta della ragione insomma. C'è qualcosa di grandioso nella tetraggine e nell'orrore di questa rappresentazione, qualcosa di goyesco nel suo cupo splendore, e qualcosa di diverso dal realismo della narrativa meridionale che l'aveva preceduto. Eppure ci si domanda (e se lo domanda anche la Ortese), se quella realtà che lei descrive l'abbia talmente soggiogata da farle «confondere una rappresentazione con la vita stessa», come lei scrive, e la «città involontaria» con Napoli. Con lo stesso sguardo nel capitolo «Il silenzio della ragione» ella rivide i suoi amici d'una volta e li descrisse con sottile ma penetrante crudeltà, notando ogni loro difetto fisico e morale. Oggi si può dire che quello di Compagnone e quello di Rea sono i più bei ritratti della letteratura italiana contemporanea? L'unico appunto che si può fare, è che sono troppo calcati su due personaggi esistenti, e perciò non hanno il carisma dei personaggi inventati dai grandi romanzieri, quelli che diventano universali perché ognuno può ritrovarvi una parte di se stesso. Rea e Compagnone sono criticati non perché fanno qualcosa, ma perché sono come sono. È giusto?Ancora un altro appunto, marginale: È lecito usare in tal modo due persone con tanto di nome e cognome? E se quei due scrittori, invece che Compagnone e Rea, fossero stati, mettiamo, Vittorini e Pavese, la cosa sarebbe passata liscia? Ma quei due erano scrittori napoletani innanzitutto, e dunque già pregiudizialmente destinati ad essere caratteristici. La Ortese aveva soltanto resa letterariamente più pregevole la caratterizzazione. Infine un'osservazione generale: a Napoli la borghesia non ha mai parlato veramente di se stessa, nessuna recherche nell'interiorità, non si è voluta mai guardare dentro, non si è mai confrontata col mondo. È stato quasi sempre l'elemento locale che l'ha attratta e sopraffatta. Se non si è capaci di criticarsi, di confrontarsi col mondo, di conoscersi e di giudicarsi, come si fa a sapere chi si è? Come si fa ad essere classe dirigente se non si sa chi si è? Lo sguardo impietoso di Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli ha rotto un tabù e costretto finalmente la borghesia vedersi e a parlare di se stessa fuori dagli schemi consueti. Ha provocato un trauma? Ha esagerato? Ha semplificato? Si è fatta trasportare dal sentimento e dal risentimento? Può darsi, ma ha scritto un bel libro, una memorabile testimonianza, necessaria a chiunque voglia comprendere qualcosa su Napoli.