giovedì 16 ottobre 2008

Questione napoletana


«Orrorosi» napoletani
Ponticelli e Castelvolturno, i «casalesi» e Saviano, e il «precedente» del 1799.
Intervista di Angelo Mastrandrea ad
Ermanno Rea
da il manifesto del 15 ottobre 2008
Ermanno Rea è «più che preoccupato» dagli ultimi eventi che riguardano Napoli, la città che ha raccontato in buona parte della sua produzione letteraria. Ultimo l'attentato che i Casalesi starebbero preparando entro Natale a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, «che dimostra quanto sia grave questa malattia» che si chiama camorra, una malapianta che «non si combatte con mitragliette e pattuglie» ma «andando alla radice del problema e proponendo un modello di società diversa». Ma per parlare di quella che è diventata oggi la sua città e la sua regione preferisce proiettare lo sguardo oltre, all'indietro. Per questo Rea ci aspetta nella sua abitazione romana con una vecchia edizione di un libro di una certa consistenza (in pagine) tra le mani. Leggiamo insieme: «E' degno di esser notato che fu veduta ieri una cosa orrorosa a dirsi, ma che fa conoscere che cosa sia l'uomo. Essendosi bruciati i corpi di due giacobini, il popolo furioso e sdegnato ne staccava i pezzi di carne abbrustolita e li mangiava, offrendoseli l'un l'altro fino i ragazzi. Eccoci in mezzo ad una città di cannibali antropofagi che mangiano i loro nemici». Il racconto è di un avvocato partenopeo del quale oltre al nome, Carlo de Nicola, non si è tramandato assolutamente nulla se non un dettagliatissimo «Diario napoletano» della rivoluzione del 1799.

Di cose «orrorose» la città di Napoli continua a offrirne ripetutamente: la strage di Castelvolturno, i roghi dei campi rom di Ponticelli, l'attentato a Saviano se fosse stato compiuto. Spesso dietro c'è la camorra. E i «casalesi».
Tutti questi fatti che hai elencato mi preoccupano molto e dimostrano quanto sia grave la malattia che affligge Napoli e il suo hinterland. L'origine della camorra sta in un modello di società sbagliato. Ed è soprattutto la politica che va messa sotto accusa perché finora l'ha fatta prosperare. Ci sarebbe bisogno di più fatti e meno parole. Invece la saga dei casalesi viene ormai trattata dai media come una soap opera, quando per combatterla servirebbe affrontare la questione del sottosviluppo napoletano.

Che non produce solo camorra, ma negli ultimi tempi ha alimentato anche più di un episodio di razzismo.
Ogni volta che avviene un caso come quelli di Pianura o Ponticelli in molti mi pongono la seguente domanda: com'è possibile che i napoletani, con la fama che hanno di popolo mite e tollerante, riconosciuta dal mondo intero, fanno questo? Io rifletto e mi dico che sono domande che non necessitano di una risposta rassicurante, del tipo «per carità, i napoletani sono brava gente». Al contrario, non esiste una bonomia innata, intangibile, a prova di bomba.

Cos'è dunque che sta intaccando questa bonomia?
La tolleranza è figlia di un clima sociale, politico, istituzionale. Così come la violenza e il razzismo sono figli di un clima imbarbarito. Per questo non bisogna meravigliarsi se accadono fatti come quelli di Ponticelli o Pianura. Eppure Napoli, pur nell'imbarbarimento generale, continua a rappresentare un'anomalia in Italia. Il degrado che c'è qui non esiste in nessun'altra parte del Paese. Nelle campagne del casertano c'è uno sfruttamento della manodopera immigrata che non credo ci fosse nemmeno negli Usa de «La capanna dello zio Tom». Altro che razzismo, questo è schiavismo. Ma attenzione: Saviano ha raccontato come la camorra si stia espandendo al nord,dunque l'infezione si può propagare. Se tutta l'Italia non capisce che bisogna intervenire, non ci sarà salvezza per nessuno. Napoli è una ferita nel corpo del Paese.

In realtà, Berlusconi sostiene che sta occupandosi di Napoli e di aver risolto il problema rifiuti.
Di Berlusconi non voglio parlare. Non riesce proprio a vedere la sostanza, si ferma alla superficie.
Eppure c'era stato un periodo in cui si era parlato di «rinascimento napoletano».
Possiamo anche dire che esiste una cultura napoletana di grande spessore e non solo cose «orrorose». Nella letteratura c'è un gran fervore, il «caso camorra» nasce da lì, ma è una letteratura dolente. Purtroppo oggi prevale lo sfarinamento. E una città che si sfarina non può pensare al futuro, vive l'esperienza del negativo. A ciò aggiungiamo che Napoli si trascina dietro un ceto premoderno, la vecchia plebe che oggi non saprei come definire e che può fare cose «orrorose». Certamente c'è una continuità nella storia.

Come mai?
Per via della classe dirigente napoletana e non solo. E' dal 1860 che Napoli viene sistematicamente espropriata delle sue energie produttive e intellettuali. E questo è un punto. Aggiungerei pure che oggi Napoli non conosce se stessa. Ci sarebbe stato bisogno di rivoltare la città come un guanto per conoscere tutto di lei. Invece nessuno l'ha fatto, anche per via dell'emigrazione e della scarsa lungimiranza dei politici. Con il risultato che ogni volta che accade qualcosa caschiamo dalle nuvole. Mi chiedo: come si può somministrare una medicina senza conoscere perfettamente la malattia? Ma la vera anomalia di Napoli è di natura socio-economica. La sua salvezza non può che passare attraverso il lavoro. Non si può pensare alla sopravvivenza di una città senza una sua economia legale. Mi chiedo che cosa accadrebbe se a Napoli fossero paralizzate tutte le attività illegali. Questa è una città che campa di nero. E di neri.

Quelli che lei definisce i «nuovi napoletani» e che vediamo nel suo ultimo romanzo, «Napoli ferrovia».
Sì i «nuovi napoletani» sono gli immigrati e il futuro di Napoli è quello di diventare una città meticcia. Una cosa che noi napoletani abbiamo nel sangue: il nostro dialetto è pieno di francesismi, spagnolismi, siamo un popolo cosmopolita per natura. Due anni fa promossi un decalogo che fu sottoscritto da più di un centinaio di intellettuali e politici napoletani. Oggi è attuale come non mai, si potrebbe rilanciarlo (parla di «Napoli città-mondo», aperta al Mediterraneo e meticcia, e propone la creazione di una Consulta sull'immigrazione composta da «vecchi» e «nuovi» napoletani. Forse il razzismo, e i «casalesi», si possono cominciare a combattere partendo da lì, ndr).

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