domenica 1 giugno 2008

Il Progetto Mediterraneo


Come si legge a pagina 283, “il VII Rapporto sul Mediterraneo intende segnare l’inizio del trasferimento dei risultati delle analisi e degli approfondimenti teorici sul terreno della sperimentazione”. Nell’ultimo Capitolo si delinea a livello preliminare l’dea progettuale e la metodologia dell’intervento di un Progetto di Co-Sviluppo nel Mediterraneo. Ed è questo che sono chiamato a presentare.
Il significato dei termini
Per descrivere il Progetto Mediterraneo, mi sembra necessario premettere due puntualizzazioni.
Le parole, si sa, sono come il denaro. Se circolano troppo si inflazionano, perdono di valore, impoveriscono il loro significato. Di due espressioni mi sembra opportuno richiamare i significati originari, attinenti al Progetto Mediterraneo: valore aggiunto e sviluppo locale.
Valore aggiunto
Nell’uso corrente per valore aggiunto si intende qualsiasi apporto in qualunque forma recato a qualcosa da chicchessia. Si dice ad esempio:”questo è il mio valore aggiunto”, per dire questo è il mio contributo, ciò che apporto. Valore aggiunto in termini tecnici è invece il risultato di un processo; esattamente di un processo di trasformazione. Nel caso di un’azienda è il valore che le risorse interne, cioè il lavoro nelle diverse sue configurazioni (lavoro vivo o presente, lavoro morto o passato, esecutivo, dirigenziale, etc. e quindi lavoratori, macchinari, tecnologie e know how) conferiscono, trasformandole, alle risorse che l’azienda acquisisce dall’esterno (materie prime, energia, mezzi finanziari, etc.) per poi riportarle sul mercato. La differenza tra il valore delle risorse acquistate all’esterno ed il valore dei beni e servizi prodotti e venduti sul mercato costituisce il valore aggiunto. Che, sia chiaro, può essere anche negativo se il processo di trasformazione invece che aggiungere valore distrugge risorse. (Quanto questo concetto sia mistificatorio come notoriamente è il PIL non è questa la sede per discuterlo).
Sviluppo locale
Anche l’utilizzo corrente dell’espressione sviluppo locale è improprio. Si dice che si fa sviluppo locale quando in un luogo si realizzano singole iniziative produttive che tengono in conto bisogni e risorse dell’area in cui si insediano, hanno cura dell’ambiente, rispetto per le persone. Cose commendevoli, certamente; un approccio senza dubbio da raccomandare. Ma lo sviluppo locale è cosa diversa e assai più complessa. E’ un processo. Un processo che si svolge in un determinato territorio.
IL miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali
E territorio richiama uno dei tratti essenziali che caratterizzano un processo , per le ragioni che dirò dopo, propongo di denominare “miglioramento della qualità sociale dei servizi territoriali” invece che sviluppo locale.
L’approccio al territorio.
Nell’ottica di quello che va sotto il nome di sviluppo locale, il territorio non è considerato e trattato né come risorsa, cioè come mero fattore produttivo, qualcosa da sfruttare e consumare, né come il contenitore dello sviluppo. Neppure come semplice spazio antropizzato. Ma come organismo. E’ questo che segna un salto di qualità. culturale che si riverbera direttamente sul modello economico. Seguendo la lezione di Magnaghi il territorio è riconosciuto come
(Magnaghi 2000)
Ed i luoghi come afferma Scandurra vanno
<> (E. Scandurra 2007).
Mi sembra evidente che dietro queste affermazioni c’è una visione del mondo e della vita radicalmente divergenti da quella corrente. Questa pone l’essere umano in posizione sovrastante e sovraordinata alla natura per dominarla, onde finalizzarla a produrre: produrre per progredire e progredire per produrre, secondo un’idea di progresso illimitato ed infinito, che accetta la distruttività creatrice come corollario.
La visione invece che accomuna Magnaghi e Scandurra – e mi riferisco a loro soltanto perché solo loro ho citato - e che è alla base del concetto di sviluppo locale, colloca l’essere umano, la vita umana, che in ciò trova la sua ragion d’essere, non fuori ma dentro la natura. Perché, lo ha spiegato bene Mario Alcaro in un suo splendido recente libro:
(Alcaro 2006).
Non sfuggirà che ciò che è messo radicalmente in discussione è dunque il paradigma corrente di modernità.
Potrebbe apparire che io stia azzardando una fuga nella filosofia. Ed invece no. Sto parlando di economia. Perché i modelli economici non cadono dal cielo ma sorgono dalla terra, sono frutto della cultura di un tempo e di un paese; con essa interagiscono, ne sono improntati e la modificano. E poiché la cultura si tramuta in senso comune e questo ispira i comportamenti e gli stili di vita, è per questa via che i modelli economici inducono nella società comportamenti e stili di vita con sé consonanti.
Dal momento che il rapporto tra cultura e modelli economici è così basilare,. affinché si dia luogo a processi di sviluppo locale è necessario che nell’area di intervento, sia pure progressivamente, diventi senso comune che il territorio è la casa dove alberga la vita in tutte le sue molteplici forme, è il contesto vitale nel quale ogni forma di vita abita e trae alimento. E’, come si diceva prima, un organismo e cioè un sistema complesso.
Il territorio come sistema complesso
Come tale il territorio si compone di sub sistemi, ciascuno dei quali, a sua volta può essere composto di sistemi d’ordine inferiore. Ognuno entro certi limiti autonomo, ma tutti interconnessi. Perché si attivi ed alla lunga si autoalimenti un processo di sviluppo locale occorre che i principali sub-sistemi siano prima o poi tutti coinvolti. Sicché tutti vanno considerati.
Il sistema ambientale che essendo quello che genera e custodisce la vita va preservato nelle proprie specificità, che variano da luogo a luogo. Sono le sue specificità, o varietà, che concorrono a connotare un luogo.. Hanno parte nel formare la memoria del luogo. Vanno individuate, protette, tramandate
Il sistema sociale,che, nonostante il rullo compressore della omologazione, mantiene sempre tracce consistenti delle sue peculiarità. Non si tratta soltanto di esaminarne l’articolazione, valutare peso e ruolo delle sue componenti, ma anche il tipo e l’intensità delle relazioni. Vanno indagate, inoltre, le modalità di trasferimento dei saperi e delle conoscenze, ciò che non avviene soltanto per il tramite di forme istituzionalizzate.
Per fare intendere ciò a cui mi riferisco, riporto quanto ho sentito recentemente da Sergio Vellante, economista agrario, a proposito del distretto laniero di Prato e dell’area lucana del divano: la organizzazione del primo si rifà all’impianto dei rapporti di mezzadria, quella della seconda al tipo di rapporti della colonia parziaria. La sedimentazione delle relazioni scaturite dai patti agrari costituisce ancora in quei territori la trama dei rapporti sociali. E’ qualcosa di simile a quel che sostiene Amoroso quando parla del legame tra colture e culture
I sistemi produttivi. Anche in questo caso bisogna saperne cogliere i tratti caratteristici, non soltanto rispetto ai prodotti ma anche alle forme organizzative. Non soltanto di quelle strutturate e formalizzate ma anche di quelle che rientrano nella categoria dell’ economia informale. Anche di queste si devono cogliere ruolo e potenzialità. Non tutti i soggetti né tutte le formazioni produttive sono però adatte a fare sviluppo locale. Bisogna distinguere. Lo sono quelle radicate fortemente nel territorio ed orientate a realizzare valore aggiunto, ma non votate al profitto ad ogni costo. Di soggetti adatti ce ne sono di vari tipi e dimensioni: cooperative (ovviamente quelle vere, non quelle posticce) , imprese sociali, imprese artigiane, piccole imprese e quello cha Sergio Bologna chiama “il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione…. milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche … e che i corifei della confindustria chiamano ”. Eppoi vanno contate le svariate attività dell’economia informale, difficilmente riducibili a categorie.
Infine, il sistema istituzionale. Anche a questo riguardo c’è bisogno di molto discernimento. Spesso le logiche e gli interessi istituzionali collidono con la logica dello sviluppo locale. Quando però sono convergenti diventano un supporto straordinario. Comunque il sistema istituzionale non può essere ignorato, perché oltre a non poterne fare a meno per motivi giuridici ed amministrativi, può divenire un ostacolo pressoché insormontabile.
Il rapporto società-economia
Un secondo tratto che distingue quello che chiamiamo sviluppo locale è il ribaltamento del rapporto società-economia. O meglio il ripristino di un rapporto corretto tra la società e l’ economia.
Nell’area del capitalismo, l’economia è divenuta la funzione predominante delle convivenze umane. Intorno ad essa si organizza l’intera società. Tutte le altre funzioni sono finalizzate ad essa, dalla istruzione alla informazione, dalla ricerca scientifica, allen applicazioni tecnologiche. Certo non in misura assoluta, ma sicuramente prevalente. Anche l’impiego del tempo, la distinzione cioè tra tempi di vita e di lavoro, è deciso in rapporto alle esigenze delle imprese. Anche i ritmi di vita sono fortemente influenzati da quelli della produzione. Da alcuni lustri, in dipendenza dall’enorme accelerazione dei ritmi di produzione, distribuzione e consumo dell’economia globalizzata, i ritmi di vita sono stati oggetto di una accelerazione tanto grande da provocare il proliferare di malattie psichiche prima rare o sconosciute e la diffusione generalizzata di stati d’ansia1.
Pure la configurazione delle città si rifà agli assetti produttivi. In epoca fordista, nota Domenico De Masi, le metropoli si sono organizzate per funzioni secondo il modello aziendale: i quartieri come reparti di un’impresa.
Con la globalizzazione lo scenario si è modificato. Ciò che conta è soprattutto il cosiddetto “effetto città”, cioè la capacità di aggregare alcune funzioni di carattere superiore creando un clima favorevole alla elaborazione di decisioni. Ed inoltre la città diventa essa stessa un apparato che produce una merce che è la città stessa che si mette in vendita. La città non più quindi luogo di vita, dove si nasce e si muore, si ama ,si fanno figli e li si sostiene perché diventino adulti, dove prevalgono il lavoro di cura e di riproduzione, fruibile in primo luogo per chi vi abita. Ma uno spazio fruibile soprattutto per chi, di passaggio, l’acquista. E dove si consuma, si consuma, si consuma. Ovviamente da chi può.
Nello sviluppo locale le parti si rovesciano. E’ la società che dà forma all’economia, la finalizza ai propri bisogni, ne scandisce i ritmi, ne fissa la finalità. Non la massimazione del profitto è l’obiettivo dell’economia, ma la diffusione del benessere. Benessere che, pure poggiando su basi materiali, non si esaurisce in esse ma si sostanzia soprattutto della ricchezza che sta nell’intreccio delle relazioni che ognuno/a ha con tutte/i gli altri e le altre e con l'ambiente, dell’equilibrio tra esigenze e possibilità, dell’armonia con se stessi, della possibilità per ognuno/a di partecipare alle decisioni che più da vicino lo/a riguardano.
Un’altra economia
Parlando di sviluppo locale ci si accorge di star parlando di un’altra economia, di modello economico del tutto diverso da quello in cui siamo immersi.
Se è così, mi sembra necessario che si cambi linguaggio, che si adoperino espressioni che indichino con chiarezza che stiamo parlando d’altro. Al posto di sviluppo locale proporrei di usare un’espressione più lunga ma che a mio avviso rende bene l’idea di ciò di cui si parla: miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali. Ci liberiamo così di due termini assillanti e mistificatori come sviluppo e PIL, ed indichiamo:
il mutamento degli obiettivi: dalla quantità alla qualità (della vita, dell’ambiente, etc.),
il passaggio dall’accumulazione e dalla spasmodica fruizione soprattutto individuale di beni, alla diffusione di un benessere fondato sull’uso sapiente dei beni comuni,
la valorizzazione della ricchezza dei vincoli di interdipendenza che legano tutte le componenti dei contesti territoriali ai diversi livelli,
la sperimentazione luogo per luogo delle soluzioni possibili.
Le leve del processo
Le leve per attivare il processo sono essenzialmente tre.
La Comunità.
Fare comunità vuol dire rinsaldare - se ci sono – o ricostruire i legami di solidarietà, e farne una rete di relazioni forti. E’ un’operazione complicata e difficile, perché la solidarietà non è una disposizione d’animo, una inclinazione di anime belle, ma sorge e si sviluppa a due condizioni: che si scopra o si costruisca una comunanza di interessi e di obiettivi e ci si ritrovi in una identità comune. Si badi, a proposito della identità, che non si tratta di trarre fuori dal sarcofago della memoria vestigia mummificate del passato, ma di riallacciare i fili della storia per proiettarle in avanti, per continuare la storia nel futuro. Può venire in soccorso a questo riguardo la memoria del territorio, la rivisitazione di ciò che la storia ha depositato su di esso in termini architettonici, paesaggistici, artistici, comprese le testimonianze dell’arte povera. Per “fare comunità” va scavato nella storia del luogo e recuperate la memoria di eventi significativi, le tradizioni, le usanze, i saperi, tutto ciò che, ricordato, suscita o rinvigorisce il senso di appartenenza per andare avanti: in termini propositivi, dunque, e non commemorativi.
Ma ancora una volta bisogna discernere.
Ci sono comunità e comunità. Ci sono comunità fortemente gerarchizzate il cui nesso è l’obbedienza, comunità patriarcali il cui nesso è la sottomissione, comunità omologanti nelle quali non c’è spazio per le differenze e le individualità sono soffocate, comunità ripiegate su stesse che, chiuse in difesa, escludono e respingono l’estraneo e per le quali lo straniero è nemico.
Per fare da leva di un processo di miglioramento della qualità sociale di un territorio occorre al contrario una comunità dinamica, accogliente, capace di valorizzare le diversità al proprio interno, di creare spazi di libertà e non di chiuderli, dove ciascuno ha il proprio spazio e conta, il cui stile di vita è la coralità. Una comunità inoltre aperta verso l’esterno che non teme ma cerca il confronto e lo scambio con “lo straniero” e con altre comunità, capace di contaminarsi senza per questo tradirsi.
La concertazione.
Concertazione non vuol dire riunire intorno ad un tavolo alcuni “rappresentanti”, ma, attivare una interazione non sporadica tra tutti i soggetti attivi presenti ed operanti nei diversi subsistemi territoriali, andando al di là delle rappresentanze formalizzate ed avendo cura di coinvolgere anche le energie della società che il sistema della rappresentanza formale esclude o tiene ai margini dei percorsi decisionali. In definitiva si tratta di far interagire i processi reali non semplicemente quelli formali. Di conseguenza la concertazione è la sede del confronto, quella in cui i conflitti e le contrapposizioni devono emergere ed esprimersi apertamente per essere gestiti collettivamente nella ricerca dell’orizzonte più alto e più ampio sul quale le soluzioni divengono possibili. Il metodo del consenso è quello al quale ordinariamente la concertazione si rifà. Funziona via via che finalità ed obiettivi vengono individuati e condivisi.
La cooperazione.
Cooperare non è una opzione etica, o perlomeno non è soltanto ciò. E’ un metodo che consiste nel valorizzare la complementarietà delle differenze, sicché agli obiettivi si arriva collaborando e non competendo, lavorando insieme e non ciascun per proprio conto, sviluppando relazioni sinergiche e non rivalità. Con la cooperazione, efficacia ed efficienza non sono il frutto di una selezione di tipo darviniana, nella quale il più debole soccombe ed è escluso, con la distruzione di risorse e di ricchezza di vita che ciò comporta, ma facendo squadra. E’ un cambio di paradigma, che per noi occidentali comporta un ribaltamento culturale.
I passi per avviare il processo
I passi da compiere per attivare il processo sono i seguenti;
la “lettura del territorio”
In primo luogo nei vari subsistemi va condotta la ricognizione delle risorse, delle potenzialità, delle opportunità, dei bisogni, dei vincoli. E’ un processo iterativo, che procede per accumulazioni secondo un procedimento a spirale per il quale ogni nuova acquisizione ricompone e ridisegna l’intero insieme delle conoscenze. Non va svolto dagli “esperti”, ma dalla comunità locale. E’ il modo per “fare comunità”. Gli esperti hanno solo il compito di facilitare lo svolgimento del processo proponendo le metodologie adatte.
L’individuazione delle azioni
Sono da individuare le azioni che progressivamente portino alla configurazione di un programma che definisca obiettivi e strategie. Per quel che riguarda la dimensione economica l’attenzione va posta in primo luogo su produzioni volte al soddisfacimento della domanda dei mercati interni e sulla messa in valore delle risorse umane e materiali locali, fondando su ciò i successivi passi a livelli più alti e a scale più ampie di cooperazione.
I progetti e i soggetti
Il terzo passo consiste nella elaborazione di progetti che rientrino nel quadro programmatico e nella costituzione del soggetto realizzatore. Costituzione del soggetto e predisposizione del progetto devono procedere di pari passo. Il soggetto nasce intorno ad un’idea progettuale e cresce con la sua trasformazione in progetto e con la sua realizzazione. Ancora una volta la cultura è chiamata in campo: la cultura del fare, cioè la capacità di tradurre la conoscenza in saperi, i saperi in competenze, le competenze in progetti ed azioni.
Il Progetto: un’ area di benessere condiviso nel Bacino del Mediterraneo
Precisato cosa si intende nel VII Rapporto per processi di miglioramento della qualità sociale dei sistemi territoriali, presentare il Progetto cui è dedicato l’ultimo capitolo del Rapporto è ormai semplice.
Obiettivo del Progetto
Obiettivo del Progetto Mediterraneo è di sperimentare su scala ridotta le modalità per fare del Bacino del Mediterraneo un’area di benessere condiviso, ovvero promuovere la formazione dal basso di uno spazio economico, sociale ed istituzionale che miri alla costruzione di una Mesoregione Mediterranea.
Andando al concreto: intendiamo provare a porre in relazione “territori” posti sulle diverse sponde del Mediterraneo nei quali siano in atto “processi di miglioramento della qualità sociale”, attivando scambi di esperienze, di beni e di servizi, ferme restando le identità e le specificità di ciascuno.
Il percorso
Per l’avvio del Progetto i passi previsti sono i seguenti:
individuazione dei territori e dei possibili partenariati per ciascuno di essi . Si può pervenire per una triplice via:
analizzare i progetti di “sviluppo locale “ variamenti finanziati, che hanno attivato qualche dinamica nel territorio,
analizzare singoli interventi suscettibili se non di attivarli almeno di convergere in processi di miglioramento della qualità sociale dei territori,
analizzare i flussi interaziendali:
nord - sud
sud – sud,
identificare i potenziali partenariati locali e prendere contatti con essi,
discutere e ridefinire collegialmente l’idea progettuale, le sue opzioni di base e le linee di intervento ipotizzate,
facilitare l’attivazione dei processi o la loro prosecuzione nei diversi territori,
attivare le relazioni di scambio tra i territori interessati dal Progetto.
Il soggetto
Il soggetto che promuove e realizza il Progetto non può essere che costituito dall’insieme dei partenariati locali. La sua costituzione è strettamente legato al metodo con il quale si passerà dalla verifica e sviluppo dell’idea progettuali alle varie fasi della progettazione, alla realizzazione delle varie parti del Progetto. Anche in questo caso (vedasi paragrafo 2.4.1) dovrà seguirsi un processo iterativo ed un procedimento a spirale: l’ingresso nella compagine collettiva di un nuovo partenariato ed ogni nuova conoscenza porterà a riconsiderare il percorso sino a quel momento effettuato ed a ricomporre il quadro delle conoscenze costruito sino ad allora.
Le opzioni di base
Le opzioni che si propone di porre a base del progetto sono:
la valorizzazione dell’esistente è condizione imprescindibile di ogni intervento, in modo che ciascun territorio conservi la pienezza della propria identità e si affermino quindi modelli diversificati di modernizzazione, che non annullino, ma diano spazio alle differenti strutture di valori, tradizioni e culture, senza creare contraddizioni tra la dimensione economica, l’organizzazione sociale e le “strutture della vita materiale”2,
la cooperazione tra le diverse sponde del bacino è volta a ridurre i differenziali tra le economie dei diversi sistemi territoriali,
la utilizzazione delle CIT (Communication & Information Technologies) va finalizzata ad:
offrire anche alle piccole imprese accomunate da convergenza di interessi e di strategie la possibilità di interagire tra loro, pure se localizzate a grandi distanze,
estendere ed intensificare i livelli di integrazione tra imprese e territori.
Le linee di intervento nel campo dei sistemi produttivi
E’ verosimile che in tutti i settori dell’attività economica, le linee di intervento possano riguardare:
le piccole imprese
l’artigianato di mestiere
l’economia informale.
Considerazioni finali
Siamo consapevoli che l’operazione che il VII Rapporto propone non è semplice, né di breve durata essendo orientata secondo indirizzi del tutto contrari a quelli dominanti; è in contraddizione con le politiche nazionali e con quelle della Unione Europea. Riteniamo pero che per quanto ardua sia nondimeno possibile.
Io non sono così ottimista come Immanuel Wallerstein, analista politico, sociologo ed economista, che interrogato al “controvertice dei popoli “ svoltosi a Lima ha affermato: “Fra dieci anni non ci ricorderemo più la parola «globalizzazione», sarà una retorica che ha avuto il suo momento (storico)” Convengo però che il sistema del capitalismo globale manifesti qualche scricchiolio sicché la necessità di preparare il dopo comincia ad essere riconosciuta. Il dopo come sostiene Wallerstein, “ dipenderà molto da quello che sapremo costruire oggi.”
In questa prospettiva si inquadra il Progetto Mediterraneo.
Se l’VIII Rapporto vorrà essere di supporto ed accompagnamento di promuovere la formazione di un’area di benessere condiviso nel Bacino del Mediterraneo, spero che per quanto ho esposto sinora siano chiare le ragioni per le quali il filo rosso che dovrebbe tenere insieme i contributi che raccoglierà sia una riflessione approfondita sulla crisi del paradigma occidentale della modernità e su di una configurazione dell’Unione Europea vista dal Mediterraneo.
Lamezia Terme 23 maggio 2008
1 Insorgono nuove forme di sofferenza psichica, un “vero e proprio cambiamento qualitativo” del malessere psichico che si dichiarano “impreparati ad affrontare non solo per l’ampiezza, ma forse soprattutto per il suo contenuto” , in quanto “il fatto di vivere con un sentimento (quasi ) permanente di insicurezza , di precarietà e di crisi produce conflitti e sofferenze psicologiche, ma ciò non significa che l’origine del problema sia psicologica”,( M: BenasaYag, G. Schmit L’epoca delle passioni tristi Feltrinelli)
2 Rifacendosi a Fernand Braudel, Bruno Amoroso così definisce le strutture della vita materiale: “ Oltre alla vita familiare e delle comunità, appartengono alla importanti funzioni economiche: il dono, il baratto, l’economia naturale e mercantile semplice. Pur essendo il settore più importante, la base di ogni società esistente, ancora è considerato dagli economisti e dai politici come settore residuale.....Tuttavia deve prendersi atto della constatazione che esso è il solo settore basato sull’autosufficienza e sullo sviluppo policentrico, e quindi che esso costituisce l’indispensabile culla per la nascita e la permanente protezione della società civile.” B. Amoroso. Della globalizzazione. Edizioni La Meridiana - Molfetta 1996, pag. 24.

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