IL CASO DI NAPOLI
di Maria PARADISO
Università del Sannio, Benevento
Obiettivo e approccio di ricerca
Nel tema classico della geografia umana, il rapporto umanità/ambiente, si sono ormai inserite le moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione-ICT rendendo possibili evoluzioni inusitate della convivenza umana con rischio e catastrofi.
E’ prevedibile, d’altronde, che le tecnologie IC e i contenuti digitali si inseriranno in maniera sempre crescente negli aspetti legati alla percezione, valutazione, gestione di rischio e alla sicurezza ambientale. Ciò avverrà man mano che la convergenza dei media e la copertura territoriale delle telecomunicazioni diventeranno più pervasive e la ricerca scientifica sarà stata posta in condizioni di compiere passi significativi anche nella sperimentazione di sistemi tecnologici con cittadini e autorità.
Dal punto di vista della riflessione scientifica, gli aspetti di novità offerti dall’adozione e uso delle tecnologie cominciano ad essere analizzati con sufficiente profondità per quanto riguarda le tematiche di sviluppo regionale e urbano, seppure con sforzi di ricerca orientati, per ragioni logistiche dei ricercatori, soprattutto verso i paesi sviluppati. Sono, inoltre, iniziati studi e orientamenti tesi a considerare il rapporto ICT e rischio politico in termini, ad esempio, di cybersorveglianza e democrazia, sicurezza e antiterrorismo, vulnerabilità delle reti e recupero urbano da catastrofi politiche (ad esempio il lavoro di Moss e Townsend negli Stati Uniti 2006, 2005, di Stephen Graham 1998 in Gran Bretagna).
Lo studio del rapporto tra sicurezza ambientale e tecnologie della comunicazione, invece, pure alla luce di un’ampia disamina internazionale della bibliografia scientifica geografica, geologica, geomorfologica, effettuata per il presente lavoro tramite la banca dati Geobase ABI/INFORM Global Database, appare praticamente inevaso seppure con un’interessante notazione: il grande investimento della ricerca cinese sul tema del ‘disaster’ nella rivista ‘Journal of Disasters management’ e la presenza di numerosi articoli ma con interventi di stampo prettamente tecnologico.
Non si tratta, ovviamente, in termini geografici di considerare l’uso di tecnologie per il mero controllo del territorio, né di impostare una ricerca che consideri le tecnologie come meri prodotti, piuttosto di impostare un ragionamento intrinseco al rapporto uomo/ambiente rispetto alle diverse dimensione della percezione e agire geografico quali l’informazione, previsione, prevenzione, convivenza, gestione, educazione e come esse possano essere influenzate, talvolta potenziate o magari limitate dalle ICT.
Come le ICT interagiscano e cambino la cultura del rischio e delle catastrofi e le pratiche di gestione della sicurezza ambientale (relief, recovery ma anche preparedness ad esempio) costituisce l’obiettivo di ricerca di questo lavoro. Lo scopo è, quindi, anche quello di contribuire al tema della sicurezza ambientale dalla speciale prospettiva della Geografia della Società dell’Informazione che appare foriera di utili apporti e feconda di spunti nuovi.
Ovvie appaiono, pertanto, alcune interconnessioni possibili con i più ampi temi della sicurezza urbana derivanti da fattori geopolitici, per quanto riguarda ad esempio la gestione della ricostruzione o gli aspetti della ‘resilience’ dei luoghi ossia la capacità di ricostruire e riprendere la vita nei territori dopo una situazione disastrosa.
Altrettanto e forse più fecondi appaiono le possibilità di rivisitare categorie tradizionali quali quelle della geografia della convivenza umanità/ambiente con rischio e disastri.
L’approccio che si propone ai fini euristici è, infatti, quello di una prospettiva evolutiva di analisi piuttosto che del ‘salto’ tecnologico: si è pensato di valutare la relazione ICT e sicurezza ambientale alla luce di un’analisi che esamini persistenze e cambiamenti che sono intercorsi nel tempo e, precisamente, tra il passaggio dalla cultura geografica tradizionale e vernacolare di massa (prima dell’avvento dei media di massa), all’era era dei media tradizionali di massa (giornali, televisione, radio, telefono) all’ ‘Era dell’Informazione’ (Internet e ICT in generale).
Tradizionale antico, era dei media tradizionali di massa, era dell’Informazione, sono dunque i tre momenti ipotizzati nella riflessione così come richiamati anche nel prosieguo del lavoro che hanno il pregio di identificare un filo conduttore di comparazione, la cultura e pratiche comunicative delle popolazioni pur in una comparazione tra epoche molto differenti per caratteristiche economiche e sociali.
Fonti e metodologia
I 3 momenti di analisi, il tradizionale antico, l’era dei media tradizionali di massa, l’era dell’Informazione prevedono diverse fonti di informazione che risentono ovviamente anche dei rispettivi momenti di elaborazione della conoscenza.
E’ apparso, inoltre, significativo operare su due livelli di scala di analisi con diversa ma interagente utilità. Da un canto, si è scelto di individuare e selezionare una casistica di interazione catastrofi naturali e ICT alla scala globale, per individuare tendenze ed elementi da porre a verifica e sperimentare alla scala locale, dall’altro è stato selezionato un laboratorio locale ma con evidenti impatti conoscitivi alla scala extra locale per significatività di rischio ambientale e per presenza di esperimenti ICT: si tratta del caso di Napoli che appare paradigmatico in merito soprattutto al rischio vulcanico e terremoti.
Il celeberrimo caso vesuviano, inoltre, rispetto ad altri casi, non solo per l’elevatissima pericolosità in quanto si tratta del vulcano più pericoloso di Europa in un’area densamente e scelleratamente antropizzata, ma anche per la ricchezza di dati e informazioni riguardanti la lunghissima storia eruttiva del Vesuvio derivante da fonti diverse quali la bibliografia scientifica, i racconti dei viaggiatori, i resoconti dei media, immagini quali anche dipinti come le ‘gouaches’, le ‘geografie della convivenza’, permette di cogliere anche in senso diacronico informazioni importanti di confronto dei tre momenti di indagine individuati.
Va notato, ovviamente, che la stessa prospettiva di indagine, quella della mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente offre la particolarità di inquadrare i fenomeni simultaneamente a più livelli di scala oltre ad offrire nuove e interessanti prospettive di comprensione e gestione di taluni fenomeni geografici.
A parere di chi scrive, inoltre, come meglio si ragionerà in seguito, dopo l’indebolimento della conoscenza ambientale locale (vernacolare) operata dai media tradizionali di massa e l’introduzione di comportamenti ‘passivi’ verso l’ambiente, le ICT possono costituire fattore abilitante per la preparazione dei cittadini, il coordinamento, l’agire più consapevole.
Diverse sono, dunque, le fonti di questa ricerca: fonti scritte sia scientifiche, che dei media tradizionali e del web, analisi di immagini non solo cartografiche ma del monitoraggio ambientale in tempo reale, le antiche ‘gouaches’ napoletane, ossia dipinti che mostrano scene eruttive e comportamenti della popolazione, reperimento ed analisi web di siti appositi dedicati ai diversi aspetti tematici del monitoraggio e gestione della scurezza ambientale, colloqui con esperti, documenti governativi, individuazione di casistica in termini di catastrofi naturali e relativi elementi di interazione con le ICT.
In particolare, i dati e la letteratura scientifica riguardano la storia eruttiva del Vesuvio per l’individuazione della geografia della convivenza, la bibliografia scientifica e governativa sul rischio e la protezione dei cittadini, la bibliografia internazionale geologica, geomorfologica per verificare l’applicazione di ICT e gestione di disastri, analisi del rischio, percezione.
I dati di rilevanza scientifica hanno riguardato le immagini e racconti di viaggiatori e visitatori, resoconti di media; Internet ha rappresentato sia fonte di dati per l’analisi di spazi web e prodotti ICT rilevanti per la ricerca che laboratorio stesso di sperimentazione della tematica (blog scientifici, blog di cittadini, siti web tematici).
Colloqui con esperti si sono avuti per testare idee e risultati di ricerca, acquisire dati tematici: in particolare con il Prof. Ugo Leone sono state discusse alcune tematiche della sicurezza ambientale, il caso vesuviano nonché alcuni lavori del Centro di Competenza della regione Campania su ‘rischio ambientale’; con il Prof. Aldo Zollo, sismologo dell’Università di Napoli ‘Federico II’ ed esperto di ‘allarme precoce’ si è potuto testare alcune idee su un prodotto ICT in particolare per la sicurezza ambientale quale l’’early warning’, di cui il gruppo del Prof. Zollo è fra i massimi esperti e progettisti e trova ambito di sperimentazione nell’area napoletana e avellinese; con il Prof. Filippo Russo, geografo-fisico dell’Università del Sannio sono stati discussi elementi geografico-fisici e le carte della pericolosità in area vesuviana.
Il caso di studio, almeno in un’iniziale formulazione, riguarda l’area napoletana con particolare riguardo al rischio vulcanico e terremoti e all’applicazione di ‘early warning’ per la prevenzione e gestione dei disastri derivanti a fenomeni naturali in area ad elevato valore antropico.
Elementi da esperienze alla scala globale possono altresì essere individuati per l’applicabilità alla scala del caso di studio prescelto.
Tradizionale/Antico
La lunga storia eruttiva del Vesuvio è ben documentata in diverse fonti che coprono un arco temporale davvero lungo, a cominciare dalla famosa descrizione di Plinio dell’eruzione catastrofica del 79 DC che, proprio da lui, sono convenzionalmente denominate come pliniane le eruzioni catastrofiche di completa distruzione. Scavi archeologici testimoniano, inoltre, eruzioni e terremoti nell’area napoletana anche nell’evo preistorico dell’età del bronzo (25000 AC) (Rolandi, 1997).
Eruzioni pliniane a parte (70 AC, 1631 AC), numerose sono le fonti di informazione sulle caratteristiche delle eruzioni, gli impatti, i comportamenti degli abitanti e dei curiosi che si recavano appositamente sui luoghi dell’eruzione (sui viaggiatori ad esempio Leone, 1997; sulle gouaches e i resoconti dell’epoca della eruzione del 1794, Russo, 2003).
Ciò che preme sottolineare ai fini del presente lavoro è che, senza andare troppo a ritroso negli ultimi quattro secoli di storia eruttiva dal 1631 al 1944, le eruzioni vesuviane pur caratterizzate da significativa esplosività, a parte quelle catastrofiche che aprivano un ciclo di relativa calma di 400 anni ossia di attività eruttiva esterna, non fanno registrare morti per ‘panico’ causato da fuga: più sovente le morti avvengono per fanatismo religioso (ad esempio i fedeli che si ostinano a rimanere nella chiesa di S. Giuseppe Vesuviano durante l’eruzione del 1906 e muoiono nel crollo dell’edificio), tra curiosi non abitanti, o tra anziani che preferiscono non abbandonare la propria dimora (Santoianni, 1994).
Un secondo elemento da sottolineare riguarda l’insostituibile impegno delle popolazioni locali che non fuggono ai primi segni di eruzione, spesso si adoperano per spalare la cenere dai tetti per evitare danneggiamenti o distruzioni superiori ed abbandonano i centri abitati solo al comparire di cenni che fanno prevedere fasi parossistiche (Santoianni, 1997). Ciò comporta ovviamente dei rischi ma testimonia la capacità del sapere locale di interpretare i segni di fenomeni naturali, di assumere comportamenti attivi di mitigazione del rischio e dell’impatto del disastro, ed evacuare solo prima della successiva fase parossistica: in breve, la catastrofe naturale non è percepita come foriera di sicura morte e la popolazione in maniera solidale assume comportamenti attivi di mitigazione del danno.
Altro aspetto della geografia vesuviana di convivenza con rischio e catastrofi riguardava la capacità della popolazione di intervenire con incredibile prontezza anche a riaprire strade e ripristinare elementi territoriali di aggregazione della comunità onde consentire la più pronta ripresa della vita urbana. Si confronti ad esempio al riguardo, la straordinaria immagine sottostante tratta dal libro di Filippo Russo, 2003, che fa notare la ripresa di attività sul territorio di Torre del Greco, la liberazione della strada forse via Roma attraverso le lavi ancora fumanti del Vesuvio ed altri segni di attività eruttiva.
Figura 1. Torre del Greco distrutta dalla lava: gli abitanti si adoperano per la ripresa delle attività
Fonte: F. Russo, 2003 compresa la didascalia
Si può, dunque, affermare l’esistenza di una straordinaria geografia vesuviana di convivenza con rischio e disastri che, almeno nel passato, è caratterizzata dalla presenza di specifica cultura locale geografica che permette agli abitanti di capire autonomamente, senza mediazioni, la serietà dell’eruzione e la successioni delle attività eruttive (conoscenza locale non codificata del rischio vulcanico e attività eruttiva). Ciò è dovuto alla permanenza sul territorio della popolazione che in una serie storica di eventi catastrofici ha acquisito e sviluppato specifica conoscenza geografica, l’ha trasmessa attraverso metodi di trasmissione orale, ha determinato memoria storica e relativi comportamenti uomo/ambiente in termini di cultura del disastro attiva e non da panico: la gente non fugge disordinatamente, non muore per panico, attua comportamenti collettivi di interazione e mitigazione e ricostruzione post-evento catastrofico.
Interessanti sono, ovviamente, anche documenti governativi che codificano tale cultura geografica della convivenza quali la lapide dei viceré che detta i comportamenti da assumere, peraltro già in uso, e descrive le relative fasi e impatti delle catastrofi vulcaniche.
Non sfuggono, in sintesi, alcuni elementi di confronto delle geografie della convivenza successive nell’era dei media di massa e dell’informazione quali la cultura locale del disastro e le reazioni della popolazione.
Da registrare, infine, quale importante elemento discriminante di interpretazione dei fenomeni, che di fatto la geografia di convivenza tradizionale è finita anche perché dopo l’eruzione del 1944, in cui il Vesuvio ha perso il caratteristico pennacchio, sono scomparse molte delle persone che avevano vissuto eruzioni e la capacità di tramandare tali geografie, si è probabilmente spenta a livello vernacolare; è stata sottoposta a tensioni e trasformazioni da parte dei media tradizionali di produzione non locale ed è stata inficiata, sovente, da inefficienze e incompetenze.
Media tradizionali
‘Ne uccidono più le vuci che le nuci’ è un famoso detto napoletano che, letteralmente, afferma che le persone possono morire più perché hanno prestato orecchio a dicerie che perché hanno utilizzato la ‘testa’ il raziocinio. Questo detto è esemplare di ciò che accade nel comportamento uomo-ambiente laddove i media di comunicazione di massa si sono sostituiti o hanno indebolito il sapere vernacolare ambientale e laddove, in assenza di corretti e tempestivi interventi delle autorità, i media tradizionali non svolgono una corretta informazione ma più spesso fanno da cassa di risonanza alle dicerie, ‘rumours’, come dicono gli americani a proposito della casistica dei comportamenti umani rispetto ai fenomeni ambientali.
I mass media, in particolare riviste e giornali, infatti, producono allarmismo, puntano sugli aspetti più catastrofici e di impatto emotivo per generare presa sui lettori; da un punto di vista di osservazione scientifica delle strategia comunicativa di molti media, spesso essi non utilizzano il concetto scientifico di probabilità, ossia non mettono in rilievo l’evento che più probabilmente accadrà ma puntano normalmente sulle possibilità più remota di accadimento di una catastrofe naturale nella sua magnitudine più letale, resocontandone puntigliosamente gli aspetti più catastrofici: in tal modo sono sicuri della maggiore presa sui lettori o ascoltatori.
Il caso del rapporto tra i media tradizionali di massa (giornali soprattutto) e il Vesuvio è paradigmatico di questo tipo di mediazione nel rapporto uomo-ambiente che attecchisce bene, oltrettutto, in una società che nei tempi moderni, per ragioni geoeconomiche e culturali, ha tra l’altro indebolito l’attitudine attiva ad interagire con l’ambiente: sempre meno persone coinvolte nel settore primario, l’inquinamento e l’urbanizzazione hanno ridotto le possibilità di fruizione della Natura.
Nel caso legato al rischio Vesuvio, inoltre, l’apparente quiete che è iniziata dall’eruzione del 1944, in cui il vulcano ha perso il caratteristico pennacchio fumante che comunque ricordava a napoletani e visitatori l’attività vulcanica, il finire delle generazioni che avevano vissuto fenomeni eruttivi, hanno praticamente dismesso la capacità di trasmettere cultura ambientale del rischio vulcanico e talune ‘geografie della convivenza’ basate sui comportamenti autonomi per fronteggiare la catastrofe e la ricostruzione. In una società sempre più mediata dall’esterno dai media di massa, meno ‘naturale’, più organizzata o comunque mediata dalle autorità, è prevedibile che la percezione del rischio e della catastrofe sia avvertita come situazione senz’altro letale cioè foriera di sicura morte, dimenticando a livello vernacolare, l’antica sapienza locale. Di certo, inoltre, i tradizionali media di massa non hanno aiutato ma accresciuto tale percezione del rischio e delle catastrofi. In più, la scellerata azione umana di urbanizzazione determina un’altissima vulnerabilità e valori esposti (Davoli et al. 2001, Russo e Valletta, 1995,1993, Scandone et al. 1992) e per molto tempo il Vesuvio non è stato nemmeno considerato come risorsa ambientale-culturale-economica (Leone, 1997).
L’analisi dell’azione dei media attraverso le fonti giornalistiche (famosi gli allarmi iniziati dal Sunday Times, National Geographic ma anche nazionali) e scientifiche (soprattutto Santoianni, 1997) -non da ultimo l’effetto del reportage catastrofista del National Geographic di settembre 2007 che ha costretto la Protezione civile a inviare numerosi sms per tranquillizzare gli abitanti che numerosi avevano contattato i ‘call centres’ per verificare le informazioni- consentono di illustrare bene i termini del rapporto uomo-ambiente nella mediazione dei media tradizionali. Anzi, la comparazione tra effetti allarmistici dei media che fanno da casa di risonanza a mal riposte dicerie, spesso accompagnata da inettitudine di amministrazioni preposte negli anni ‘80 e ‘90 e l’ultima situazione di settembre 2007, già la dice lunga, invece, sugli effetti positivi dei media ICT per informare e riportare sui giusti binari la percezione del rischio rispetto al ruolo dei media tradizionali.
Per fornire elementi di dettaglio dell’interazione tra popolazione e media di massa tradizionali, viene qui di seguito illustrata, una storia recente in ambito napoletano di mediazione dei media e panico che ha rischiato vite umane anche in assenza di evento naturale catastrofico (Santoiannni, 1994, 1997)!
Il 5 Gennaio 1983 Panorama, in un articolo intitolato ‘se si sveglia sono guai’, descriveva alcuni comportamenti e fatti in area vesuviana secondo una sequela di descrizione di comportamenti di cittadini in allarme per dicerie e istillava il dubbio che <>; dopo la dichiarazione del Direttore dell’Osservatorio vesuviano (<>), continuava con la descrizione della più catastrofica eruzione del Vesuvio, quella del 1631, effettuava, poi, un passaggio sull’inerzia delle autorità pubblica che non avevano predisposto un piano di evacuazione, denunciando che il Vesuvio era tenuto sotto controllo solo da un sismografo e ne occorrerebbero almeno 9 e concludeva <>.
Questo tipo di articolo ripropone una sequenza di azioni tipica dell’interazione tra una popolazione non ben informata, spesso ignorante e che ha perso memoria storica e i mass media che danno forza e amplificano dicerie e psicosi, spesso giustappongono irresponsabilmente pareri ed inviti alla calma da parte delle autorità dopo che la popolazione è stata alimentata nelle proprie psicosi dai mass media e da ulteriori metodi di trasmissione tradizionali vernacolari quali, magari, il passa parola anche tramite catene di Sant’Antonio via telefono.
Questa sequenza accertata nell’area napoletana ha effettivamente generato comportamenti di panico collettivo, producendo addirittura due morti per infarto e una trentina di contusi gravi. Ma ecco la sequenza ordinata degli eventi (Santoianni, 1997).
Il 4 ottobre 1983 dopo una lieve scossa di bradisismo e il 7 ottobre 1983, in un’atmosfera di paura, dopo che una telefonata di un fanatico presagisce la fine, alimentando una catena di Sant’Antonio telefonica che cessa solo quando si ingenera il black out telefonico per sovraccarico, si innesca l’osservazione del comportamento degli altri alla finestra, per giunta con telefoni muti, con la paura di terremoti dopo il 1980 e del rischio vulcanico ingigantito dai media, in assenza di iniziative da parte delle autorità ma anche in assenza irresponsabile di iniziative di media quali la radio. Con l’unica possibilità di vedere cosa fanno i vicini, ben presto, nei quartieri occidentali di Napoli, si rivela uno scenario apocalittico che ben illustra fenomeni di panico da evacuazione: ossia più di 500000 persone hanno abbandonato le abitazioni e ingenerato un mare di automobile che intasa i quartieri occidentali con alla fine decine di morti infartuati: morale della storia mostra che avvengono ben più morti per panico per diceria che nelle singoli eruzione non pliniane del passato per reali eventi naturali!
Un aspetto delle ‘voci’, la lettura di tutti i dettagli della vicenda e la produzione dei media al riguardo rappresenta senz’altro una lettura spassosa e paradossale che Santoianni riprende in maniera brillante illustrando pure quali sono le verità scientifiche e l’informazione da attuare (1994, 1997), riguarda la ricerca spasmodica di segnali premonitori anche i più assurdi di cui se ne fornisce un breve elenco esemplificativo: la presenza di more mature un po’ prima del tempo nei cespugli delle pendici del Vesuvio, il fenomeno di vino inacidito nelle cantine vesuviano senz’altro gonfiato per avere magari sovvenzioni pubbliche o perché le botti invecchiate divenivano inadeguate, il tutto condito da misurazioni continue di fenomeni bradisistici da parte di mass media, peraltro modesti, registrati ben un anno prima, la registrazione continua delle dicerie che correvano nella popolazione, servizi sulla paura delle persone messe a confronto con le dichiarazioni dei vulcanologi, centinaia di articoli e servizi televisivi che denunciavano anche la carenza di attrezzature di sorveglianza e piani, neutralizzano così le dichiarazioni tranquillizzanti, la morsa delle opposizioni che richiedevano pronunce ufficiali per tranquillizzare, fanno il resto, gli scienziati che possono solo smentire l’imminenza di un’eruzione; la conseguenza per le amministrazioni pubbliche che non hanno il coraggio di redigere comunicati ufficiali ma semi ufficiali sui quali un esperto di protezione civile quale Santoianni dice di stendere un velo pietoso (1997), rappresenta la lista di fatti la cui concatenazione nello scenario dei mass media e in quello locale di paura e impreparazione produce una tale situazione di panico e in taluni casi letale. Tale esperienza la dice lunga anche sugli effetti di una catastrofe in termini di comportamento di massa, in situazioni dove tecnologie ed educazione ambientale non sono responsabilmente e saggiamente dispiegate.
In una situazione di mass media allarmistici, che bombardano di informazione sulle percezioni di paura della popolazione, in un quadro di amministrazioni non pronte a quanti fenomeni, di società basata sul passaparola e senza che i media vengono usati per veicolare informazioni corrette, di una società che ha perso la conoscenza dei fenomeni naturali, ne uccidono, in sintesi, ‘più le vuci che le nuci’.
E se il caso dell’area napoletana è paradigmatico per il rischio e valore esposto è senz’altro applicabile ad altre zone ed utile per cogliere diverse informazioni per la formulazione di scenari di comportamento della popolazione in casi di eventi catastrofici, se non cambia il livello di mediazione dei media e delle autorità.
Inserire Figura 2 (adesso posizionata a fine testo)
Era dell’Informazione: la mediazione ICT
Ben diverso e denso di implicazioni scientifiche e pratiche è lo scenario offerto dalla mediazione delle ICT nella risposta alle crisi, alla gestione dei disastri ma anche in certa misura alla prevenzione (ad esempio i sistemi di ‘allerta precoce’) e alla geografia degli aiuti umanitari; certamente la mediazione ICT contribuisce al salvataggio di vite umane e probabilmente anche ad una migliore educazione ambientale oltre a contribuire a nuove possibilità di gestione degli eventi disastrosi.
Diversi sono gli esempi selezionabili per provare la connessione tra ICT e cultura del disastro, ad esempio:
-‘I Media dei Cittadini’ quali i Blog; ha fatto scuola l’esperienza ‘Blog e Tsunami’ dell’Oceano Indiano, ad esempio, e l’uso di telefoni mobili e comunicazioni satellitari che cambiano la gestione delle crisi da catastrofe e la geografia degli aiuti umanitari;
-la prevenzione e la gestione della sicurezza ambientale attraverso il ‘Real time monitoring’ e ‘early warning’ da ICT su aria, acqua; molte città e regioni ed enti governativi monitorano l’atmosfera e fornsconi dati sui loro siti web in tempo reale e per diversi usi: NOAA possiede un sito di monitoraggio dell’Oceano Atlantico l’ http://polar.ncep.noaa.gov/ofs/ ; dopo lo Tsunami dell’Oceano Indiano ci sono stati molti piani e sforzi per ‘warning system’: nel Pacifico ne esisteva uno da svariato tempo:http://www.geophys.washington.edu/tsunami/general/warning/warning.html. Nel caso di Napoli, si dedicherà una riflessione alla sperimentazione di early warning per rischio terremoti e l’applicabilità al rischio vulcanico;
-il ‘mondo è praticamente sul desktop’, grazie alle potenzialità e usi pratici di Google Earth: per fare pochi esempi, i ricercatori dell’Osservatorio Vulcanico dell’Alaska hanno creato un programma basato su Google Earth per visualizzare la minaccia vulcanica e i sismologi dell’U.S. Geological Survey usano il programma per mappare l’intensità dei tremori post-terremoto (Flora, 2007).Questi sono alcuni esempi individuati e trattati per esplicitare la tematica del lavoro di ricerca su ICT e sicurezza ambientale dalla prospettiva geografica di inquadramento.Ovviamente una forte e spesso negletta negativa dimensione dell’ IT è quella dei rifiuti IT dai seri e nocivi effetti dovuti a tutte le componenti chimiche presenti nei rifiuti da personal computer o telefoni cellulari e non mancano criticità di uso.
Tabella 1 Esempi tematici di mediazione ICT nel rapporto Uomo-Ambiente
Internet, sopravvivenza, aiuti umanitari
Telefoni mobili
Real time monitoring
Il mondo sul desktop: Google Earth
ICT e rifiuti high tech
Early warning
Era dell’Informazione: blog per testare applicazioni di scoperte scientifiche?
Volendo trattare un caso paradigmatico che ricomprenda diversi e significativi tratti di novità forniti dalla mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente, può essere ricostruita in chiave critica l’esempio del Blog relativo allo Tsunami dell’Oceano Indiano.
Quando lo Tsunami iniziò il 26 Dicembre, trovò largamente impreparati i media tradizionali per i quali tra l’altro molti corrispondenti stranieri non erano sul posto dato il periodo natalizio; eppure questo evento ha segnato anche la data di inizio a livello mondiale di un nuovo fenomeno legato alla capacità di condividere, organizzare, gestire informazioni ed avere effetti concreti in situ circa la gestione di eventi catastrofici e i connessi aiuti umanitari: l’esperienza del blog iniziato da Bala Pitchandi si è manifestata come un fenomeno globale di interazione uomo ambiente mediata anzi rilanciata dall’uso convergente di diverse tecnologie informatiche, produttrici di informazioni, la cui organizzazione confluiva nel blog, generava commenti e idee di azione e da lì, ritrasmessa a terra, sortiva effetti concreti anche di salvataggio di vite umane; nonché accreditata fonte di informazione per la sua natura veloce, globale, efficiente, offriva possibilità di generare informazioni in situazioni di caos laddove in esperienze simili, senza l’uso delle ICT l’informazione è assente. Da alcuni questo fenomeno è stato chiamato la nascita dell’era dei media dei cittadini (Perrone, 2005).
Si tratta, in sintesi, di poter affrontare meglio il caos, generando informazioni utili laddove prima per il singolo e senza le ICT era impossibile fornirle ed ottenerle; si tratta di offrire la possibilità di un migliore coordinamento in situazioni non solo letali e caotiche ma che vedono ad esempio, 14 Stati impegnati e centinaia e centinaia di organizzazioni per gli aiuti umanitari e la ricostruzione.
Velocità e possibilità di generare informazione in un unico ‘locus’ seppure da fonti distribuite, condivisione planetaria dello sforzo e delle energie creative, ritrasmissione via diversi canali (commenti su blog, sms, comunicazioni satellitari) con effetti diretti a terra e provenienti da diverse località geografiche: è un fenomeno quello dei media dei cittadini (blog) che tratteggia bene i cambiamenti geografici offerti dalle ICT in merito a flussi, luoghi di produzione, trasmissione, consumo di informazioni e beni materiali nonché ad una migliore possibilità di sopravvivenza e possibilità di generare know how su come gestire soccorsi (relief), ricostruzione (ricovery) e sapere ambientale che può aiutare la convivenza (resilience). Si preferisce, nell’impostazione del presente lavoro, il termine ‘convivenza’ più denso di significato di tipo continuativo del rapporto uomo-ambiente e forse anche preventivo laddove possibile, piuttosto che il termine anglosassone, in voga dopo la crisi delle Torre Gemelle, ‘resilience’, che implica una risposta meramente ex post, se non nutrita da fattori di convivenza sostenibile e comportamento consapevole delle comunità umane.
Ecco, in sintesi, alcuni elementi fattuali e la loro interpretazione per ricostruire gli effetti di cambiamento dei blog e ICT in generale, nell’esperienza ‘blog & tsunami’ dell’Oceano Indiano.
Bala Pitchandi, ingegnere del software indiano, dal suo appartamento nel New Jersey e Peter Griffin da Mumbay, iniziano un blog sulla catastrofe, inviano messaggi ad altri bloggers indiani ed iniziano uno sforzo collaborativo che alla velocità del mouse e di Internet diventa globale e non solo: diviene la fonte principale di informazione sullo tsunami, provvede a raccogliere e diramare informazioni di prima mano e in situ utili sia per i soccorsi che per ritrovare parenti vittime e, soprattutto, per la particolarità dello strumento blog connesso ad altri dispositivi di comunicazione tecnologica, fornisce informazioni che altre fonti quelle ufficiali o i singoli non possono dare. Un’altra notazione di estremo interesse è che il blog tsunami, iniziato in un paese in via di sviluppo ha fatto poi scuola anche negli Stati Uniti con ad esempio il tornado Katrina o gli incendi dell’autunno 2007 in California: come a dire contenuti digitali, quindi produzione culturale, che inizia nei paesi in via di sviluppo e si diffonde nei paesi sviluppati, ossia un’altra connotazione degna di nota delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione.
Lavorando sui resoconti giornalistici (Perrone, 2005, The Economist, 2007) sulla base dell’osservazione diretta dei blog collegati, che in taluni casi offrono anche, grazie alla connessione con i satelliti e Google, informazioni in tempo reale sul dispiegamento dei fenomeni naturali, sembra di poter ricostruire un processo della mediazione ICT nell’era dell’informazione, per quanto riguarda la gestione delle catastrofi e degli aiuti umanitari, nel modo che segue: persone coinvolte emotivamente e con certe competenze aprono un blog su Internet, inviano richieste di collaborazione ad altri bloggers, la velocità di inizio e la promozione di alto profilo premia e la notizia del blog si diffonde; milioni di visitatori, allora, accedono (si tratta della prova che il luogo ‘blog’ viene visto come fonte d’informazione); ricevono informazioni e ricavano impressioni, altri inviano commenti su come fare, osservazioni, informazioni (foto ad esempio), altri fanno richiesta di informazioni su ad esempio la ricerca di vittime; l’informazione è diffusa in tutte le direzioni anche via sms e mails in aggiunta ai commenti e l’interazione in linea del blog; la velocità dell’informazione, l’organizzazione dell’informazione con poche ma chiare regole del tipo ‘nessuna politica, nessun commento o controversia solo concentrarsi su come cercare fonti di aiuto e portare aiuto’, l’apporto di siti ad alto traffico come BoingBoing, il riconoscimento da parte di media importanti come una fonte autorevole di informazione e così praticamente avviene cittadini di ogni tipo, ONG, istituzioni e giornalisti si collegano in continuazione e collaborano.
Rispetto alle difficoltà finanziare e logistiche dei media quali la televisione, un’organizzazione di blog di tal genere fornisce prima e meglio, concentra e soprattutto condivide informazioni, idee e collabora per azioni secondo un network di volontari e di intelligenze e mezzi da tutto il mondo. Il Blog Tsunami ha inaugurato un modello comunicativo che ha cambiato la percezione dei fenomeni ambientali e soprattutto la gestione dei flussi di pensieri, informazioni e idee e azioni; ha lasciato un’eredità di esperienza ripresa da altri fenomeni blog analoghi: per ‘Hurrican Katrina’ e ‘Terremoto Pakistan’ e sembra abbia influenzato Croce Rossa nel servizio di ricerca vittime ed alimentato, probabilmente, nuovi eventi scientifici quali la conferenza ISCRAM-International Conference on Information Systems for Crisis Response and Management, che nel 2008 reca il titolo ‘creating advanced systems or inter-organizational information sharing and collaboration’.
Oltrettutto, le principali agenzie di aiuto umanitario delle Nazioni Unite si stanno riorganizzando intorno all’uso delle tecnologie ed esiste Telecom Sans Frontière poiché nel caso di disastri la prima cosa da effettuare è quella di ripristinare o assicurare le comunicazioni e si nota oramai in maniera paradossale, non certo statisticamente maggioritaria, la richiesta di telefoni mobili ancora prima di cibo da parte delle popolazioni colpite.
Senz’altro le tecnologie grazie all’integrazione di comunicazioni mobili e satellitari, la sensoristica di tracciamento delle merci, la ricognizione da satellite e da terra della pericolosità di alcune aree per l’attraversamento di merci umanitarie e persone, le informazioni da scala locale di vario tipo per la scelta di cosa offrire e dove alle popolazioni, ma anche la possibilità di cambiare i percorsi per evitari rischi o informare in tempo reale dove attraccherà la tale imbarcazione, ad esempio, sul lago, cambiano completamente la geografia degli aiuti umanitari ed in particolare la relazione tra le aree dei donatori e dei riceventi che, a questo punto, sono in grado di influenzare meglio gli aiuti. Ma il donatore può anche controllare maggiormente o contattare direttamente livelli locali di governo.
Ovviamente ci sono negatività o correttivi da apportare: ad esempio il call centre approntato dalla Croce Rossa per rintracciare vittime e organizzare soccorsi per l’uragano Katrina andò in tilt per aver sottostimato il numero di persone da impiegare e per lo più volontari (Chabrow, 2006). Siti web del tipo ‘safe and well’ della Croce Rossa’ o ‘Un Portal Relief’ delle Nazioni Unite sono stati creati pur con delle criticità derivanti dalla natura più statica rispetto ai blog. Anche le diaspora unite in Rete contribuiscono in maniera efficace e consistente ai soccorsi ed aiuti nonché a rintracciare le vittime: ad esempio la comunità dello Zimbabwe in diaspora, tramite Internet fornisce su ordine e pagamento di famiglie estese, merci quali buoni benzina che vengono recapitati ai membri della famiglia al momento del ritorno alle proprie abitazioni dopo un disastro (www.mukuru.com); mukuri sta pianificando di aprire in una mezza dozzina di paesi africani nell’anno.
Il caso di Napoli tra rischio vulcanico, terremoti: riflessioni in tema di early warning
La Regione Campania è esposta al rischio sismico relativa ad una magnitudo sismica originata da sistemi di faglia attivi della catena appenninica e al ben noto rischio Vesuvio di eruzione di tipo esplosivo. Nel 1980 con una magnitudo M=6.9 il terremoto in Irpinia è stato il più recente e distruttivo terremoto della Regione causando più di 3000 morti e procurando gravi danni ad edifici ed infrastrutture dell’intera regione (AMRA, 2007).
Nel quadro delle attività delle competenza di sismologia dell’Università Federico II di Napoli e poi del Centro di Competenza ‘AMRA-monitoraggio e rischio ambientale’, nel quadro anche di un progetto finanziato dalla Protezione Civile è stato sviluppato un sistema di allerta precoce e post-evento basato su una densa e vasta dinamica rete di sorveglianza sismica in via di installazione nella catena appenninica (rete sismica dell’Irpinia).
L’uso di sistemi IT considera un allarme che permette l’acquisizione e la sperimentazione di tecnologie innovative in diverse infrastrutture strategiche test con una trasmissione di dati che anticipano l’evento con una finestra temporale che varia da decine di secondi prima dell’evento (l’onda S varia tra 14-20 sec a 40-60 a km di distanza a 26-30 sec relativi a 80-100 km di distanza tra un terremoto di crosta che avviene nell’epicentro) a centinaia dopo l’evento: oltre a funzionare da allerta il sistema immagazzina, processa e distribuisce altre informazioni localizzate di eventuale interesse per la gestione della crisi. Dopo 3 secondi viene compresa la magnitudo.
Come spiegano il coordinatore degli autori del sistema, Prof. Aldo Zollo dall’ipocentro del terremoto partono due diversi tipi di onde: le onde primarie, dette anche P, che arrivano per prime viaggiando a una velocità di 6,5 km al secondo e sono solitamente meno dannose. Quindi, arrivano le onde secondarie più lente che viaggiano a una velocità di 3,5 km al secondo e sono quelle più distruttive. Se, per fare un esempio concreto, il centro abitato che viene raggiunto da queste onde si trova a 65 km dall’origine del terremoto, ciò vuol dire che si possono sfruttare i quindici secondi di tempo che intercorrono fra l’arrivo delle primarie e quello delle secondarie per mettersi a riparo.
I 16-20 secondi di allerta precoce rappresentano il tempo per mitigare gli effetti attraverso l’early warning nell’area di Napoli (circa 2 milioni inclusi i comuni prossimi; in 16-20 secondi possono essere disattivate reti critiche e pericolose (trasmissione gas ad esempio), attivate apparecchiature speciali negli ospedali, rallentata la velocità dei treni. Tutto ciò dipende in primis dalla qualità degli algoritmi e dal grado di automaticità delle informazioni: il futuro tecnologico va in direzione del completo automatismo tra le diverse centrali di ricezione e utilizzo delle informazioni.
Da un punto di vista dell’organizzazione tecnologica e geografica il prototipo Seismic Alert Management System (SAMS) per la Regione Campania è concepito secondo una rete con un livello di analisi e decisione suddiviso tra nodi di diversa funzionalità e rango. Il sistema è originariamente localizzato vicino alla ‘sorgente’ fonte di informazione, l’epicentro: c’è da segnalare che in altri paesi all’avanguardia in questo settore come il Giappone, il principio localizzativo privilegia l’elaborazione in situ ossia la destinazione, ad esempio, nella città dell’allarme.
Topologicamente la Rete è scomponibile in sub-reti reti virtuali che hanno la funzione di concentrare i dati (Local Control Centers). Ciascun nodo è in grado di processare e analizzare in tempo reale la prima onda tellurica P e fornire le misurazioni quantitative (tempo di arivo, frequenza, ampiezza) al più vicino LCC. Quando più stazioni registreranno il segnale sismico, le nuove misurazioni sono inviate ai, e processate da gli LCC, che effettueranno incroci delle informazioni e controlli incrociati dalle diverse stazioni e via via produrranno nuovi risultati e meglio definite stime della localizzazione e magnitudo dell’evento sismico.
Da un punto di vista geografico complessivo è interessante notare come due possono essere gli scenari localizzativi dei sistemi di early warning: nel caso campano sono in Irpinia ossia la possibile fonte, in Giappone sono a ‘valle’ ossia in situ direttamente nelle città.
Inoltre, diverse sono le problematiche di reazione umana: esiste una problematica giuridica non risolta in merito alle controversie che possono nascere da falsi allarmi; ovviamente sistemi post-evento hanno efficacia limitata per l’allerta, i sistemi real time permettono inoltre di verificare le caratteristiche e gli impatti che a loro volta servano da base di dati per l’allerta precoce di fenomeni direttamente collegabili: ad esempio spostamento di animali e loro impatto da zone colpite.
Il problema evacuazione persone non può essere risolto ma sono forniti elementi per la preparazione a minimizzare rischi.
Occorre, tuttavia, pensare ad una contestualizzazione complessiva dell’IT alla scala urbana: ad esempio per l’allerta nelle case occorre pensare ad un concetto di sicurezza urbana complessivo che contempli nuovi criteri di edificazione, ad esempio di edifici intelligenti, ed un sistema di pianificazione territoriale che contempli tutto ciò e favorisca la contestualizzazione nella città di tecnologie utili ai bisogni, altrimenti la trasmissione di dati finisce in pochi punti e a loro volta i dati non possono essere processati per fornire risposte diversificate rispetto ai ricettori delle informazioni.
La sperimentazione di sistemi tecnologici di allerta è resa difficile dalla mancanza di dati territoriali anche diacronici che consentano le simulazioni ad esempio del fruscio dei terremoti in presenza di rumori causati dalle vibrazioni e movimenti fisici di infrastrutture e strutture territoriali. Ossia, ovviamente, ogni evento naturale è geografico ossia ‘path dependance’ e la progettazione del prototipo e delle funzionalità dipende dalla possibilità di simulare diversi dati territoriali anche in connessione al valore e vulnerabilità esposte.
Un’altra riflessione sintetica sull’esperienza in tema di ICT e sicurezza ambientale, indirettamente può essere rintracciata nell’uso che i ricercatori napoletani hanno fatto di un blog scientifico per testate le applicazioni e usi del loro prototipo: è interessante sottolineare che ne hanno ricavato benefici in taluni inputs di idee circa le possibili applicazioni oltre quelle che un team specializzato poteva da solo rinvenire. In prima istanza, pur meritando l’aspetto del ‘blog e sperimentazione scientifica’ un’attenzione a parte, si può affermare che Internet e le ICT in generale offrono nuove opportunità alle pratiche scientifiche e agli sforzi intellettuali, oltre a costituire innovazione culturale e organizzativa nella gestione delle crisi da disastro ambientale.
Resta, a parer nostro, al vaglio dei ricercatori anche delle scienze sociali la messa a punto di un sistema che integri il sistema di allertamento rapido con altri dispositivi ICT di immagazzinamento dati territoriali non solo fisici, che possa sfruttare i quindici secondi di vantaggio.
Dal punto di vista tecnologico gli sms, i segnali acustici di allarme, il blocco automatizzato di sistemi sensibili come ascensori, treni veloci e centrali elettriche sono alcune delle ipotesi suggerite dagli studiosi. Alla base, però, sostengono i geofisici, come pure i geografi, è necessaria un’educazione sui corretti comportamenti da tenere in caso di emergenza. Aggiungerei, che occorrerebbero da parte delle autorità investimenti nei capitoli ‘governance’ dei piani per testare sperimentazioni con i cittadini nella preparazione agli eventi disastrosi ed anche nell’educazione ai fenomeni ambientali nonché a più civili comportamenti umani (education e preparedness in senso ampio).
Riflessioni conclusive
Le ICT possono migliorare la condizione umana nelle sue principali tre sfere: mera sopravvivenza (mere survival), gestione quotidiana (daily management) e nuove attività-opportunità (new doings=opportunities).
Questo lavoro di ricerca ha sviluppato e approfondito l’intuizione delle aumentate possibilità di sopravvivenza e delle nuove opportunità e cambiamenti resi possibili dalla relazione tra ICT percezione del rischio e gestione dei disastri.
Mentre gli studi, sino a questo momento, hanno maggiormente trattato della confutazione del mito della morte della distanza (per una sintesi, Zook et al. 2004), trattato della coevoluzione di sistemi urbani e ICT, della geografia economica e forza di globalizzazione delle ICT, con iniziali contributi su ICT e gestione degli aspetti di vita quotidiana (Wellman 2002, Kellerman 2006, e opportunità per individui e luoghi (Kellerman e Paradiso, 2006), il ruolo delle ICT per il salvataggio di vite umane, la sicurezza ambientale (compresa la geografia degli aiuti umanitari anche post-catastrofe e la gestione delle crisi) rappresentano una cornice nuova di inquadramento e contributo conoscitivo.
L’analisi del tema ICT e sicurezza ambientale (percezione, sopravvivenza,prevenzione, allerta, gestione della catastrofe come relief, recovery, ma anche come ‘resilience’ ) è stato analizzato in una prospettiva evolutiva per tre epoche storiche che permettessero comparabilità rispetto ad un comune filo conduttore (la comunicazione e informazione) e consentissero di illustrare con maggiore evidenza ciò che è nuovo, positivo o negativo. I tre stadi proposti per l’analisi del rapporto uomo-ambiente per quanto riguarda la sicurezza ambientale sono: antico/vernacolare (mondo della comunicazione prevalentemente orale), era dei mass media tradizionali (TV-radio, carta stampata) e l’Era dell’Informazione (ICT e loro convergenza).
E’stata individuata anche un’area geografica test, interessante per il tema sicurezza ambientale e ICT e di valenza non solo locale sotto. Sono stati analizzati esempi e dati da web e fonti non scientifiche e specializzate, gli stessi blog hanno costituito fonti di indagine ed esempi sperimentali.
Il laboratorio ossia il caso geografico test è stato individuato nel Vesuvio e nel rischio terremoti dell’area napoletana.
Si è dimostrata la valenza inusitata delle ICT per la sicurezza ambientale sotto diversi profili di opportunità:
-salvataggio di vite umane (sopravvivenza)
-gestione della vita quotidiana (management of daily life: ossia gli aspetti di socializzazione, economici, sociali, culturali ed emotivi) nella quale le ICT mostrano impatti importanti nella geografia degli aiuti umanitari, nell’informazione, monitoraggio real time e, quindi, modificazioni del mercato delle professioni (può essere considerato un aspetto economico questo) connesso a nuove professionalità e per deduzione anche delle ONG che in alcuni casi sono anche attori economici oltre che sociali-umanitari;
-nuove attività-opportunità in termini di:
a) gestione delle crisi (sopravvivenza, relief, recovery) ed anche inusitati comportamenti attivi di cittadini e ong anche prima degli interventi istituzionali: in questo le ICT si rivelano quale nuova opportunità di attività (permettono informazioni in fasi caotiche dove prima era impossibile ottenerne, consentono una impensabile capacità di coordinamento, consentono media dei cittadini e nuove collaborazioni interstatali e governative, attraverso il monitoraggio real time ed incrocio tra diversi dati consentono una sorta di early warning sugli effetti prevedibili in aree contigue ma anche degli eventi collegabili prevedibili; consentono nuove professionalità e competenze di ‘sharing information and collaboration’, condivisione di informazioni e collaborazioni)
b) le ICT sono anche un’opportunità per la ricerca scientifica (opportunità intellettuale): l’uso combinato delle tecnologie di osservazione, monitoraggio, raccolta dati per ottenere informazioni costituisce un aspetto; la caratteristica di informazioni real time ne costituisce un altro come capacità non solo predittiva ma di supporto alla presa di decisione. Si tratta di un’opportunità per le scienze sociali e in particolare per la geografia in quanto uno sforzo di ricerca nuovo va fatto per pensare l’interconnessione tra dati e strumenti ICT diversi in una certa area (ad esempio informazioni volontarie via foto da cellulari, web camera disposte sul territorio, sensoristica diversa, Townsend e Moss, 2006) e per produrre strumenti predittivi delle vulnerabilità e valore esposti nonché interventi di ripristino (questo è particolarmente importante per l’early warning dove lo studio di caso effettuato mostra la necessità di contestualizzare il sistema tecnologico nel sistema territoriale).
Infine, sempre dallo studio di caso dell’early warning, sembra di poter discernere un’opportunità, che va consapevolmente pensata, di corredo ad un lavoro di ricerca tecnologica ossia quella offerta dall’esposizione di una scoperta o prototipo su blog scientifici: i blog possono rappresentare una nuova opportunità complementare di sperimentazione di una scoperta? Dalla esplorazione dei dati e l’intervista ai colleghi, sembrerebbe che l’interazione inusitata di un blog possa permettere ad una equipe di concepire applicazioni e usi o migliorie non preventivate. Laddove mancano reti locali di ricerca e sperimentazione il blog in parte sostituisce ed integra.
-Educazione e consapevolezza ambientale: le ICT rispetto ai media tradizionali che non hanno voluto o potuto troppo, possono consentire nuove attività di educazione ambientale e consapevolezza ma anche percezione del rischio e dei fenomeni naturali. Nel passato si è, infatti, visto che la trasmissione orale permetteva un sapere ambientale locale non codificato che aumentava la capacità di resistenza e ricostruzione delle popolazioni locali, poi decaduto anche per gli effetti della mediazione spesso sensazionalistica delle informazioni proposte di media tradizionali di massa: Internet apre una frontiera per l’educazione ambientale nella quale i geografi devono fare la loro parte anche sul versante del recupero della memoria storica locale del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini.
Multimedia, cd-rom, dvd, Internet, telefoni cellulari di nuova generazione, reti di accesso a banda larga, e-mail, possono naturalmente essere usati anche nei programmi educativi, formativi e utilizzati e sviluppati per le attività di prevenzione e preparazione all’emergenza (Fischer, 1998)
Ovviamente la debole propensione dei decisori italiani agli investimenti nella ricerca e alla difficoltà di creare complesse reti di ricerca politica-ricerca-impresa-cittadini rimangono come fattore di debolezza.
Tabella 2 Le valenze delle ICT per la Sicurezza ambientale
Sopravvivenza
Salvataggio di vite umane
Gestione della vita quotidiana
Impatti sugli aspetti economici, sociali, culturali, emozionali, socializzazione, le mobilità, nuove professioni.
Nuove attività/opportunità, (socializzazione, percezione,le mobilità)
1. gestione delle crisi e disastri ; 2. attività scientifiche ed intellettuali: opportunità per le scienze sociali derivanti dalle ICT come fonte di combinazioni di dati fisici e socio-economici; le ICT come strumenti per la la ricerca e sperimentazione; i Blog scientifici per sperimentare le applicazioni e usi di invenzioni e prototipi ; 3.educazione e consapevolezza ambientale
4 nuove condivisioni e pratiche umane di intervento.
Da un punto di viste delle negatività, accanto alle potenzialità, occorre rimarcare che l’esiguità di scienziati sociali che si occupano di sicurezza ambientale, tecnologie e territorio, non aiutano certo a spingere per la necessaria realizzazione di prototipi completi in tema di ICT e sicurezza ambientale, ricollegabili anche a parametri insediativi e socio-economici e soprattutto all’educazione ambientale e sperimentazione con i cittadini di comportamenti da tenere per la sicurezza ambientale.
Sembra di poter affermare come prime conclusioni di azione derivanti dall’analisi del rapporto ICT/sicurezza ambientale che occorre tra l’altro:
- recuperare la memoria storica del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini e in questo è evidente il ruolo della geografia e dei media informatici.
- Contestualizzare la tecnologia: occorrono reti complesse e multidisciplinari di ricerca e sperimentazione territoriale con l’uso di dati territoriali insediativi e socio-economici.
- E’ possibile l’uso di media elettronici per la sperimentazione e brainstorming (blog, altri spazi web).
- concepire l’integrazione dei dati e sistemi tecnologici esistenti di osservazione per valutare effetti e comportamenti di gestione delle crisi ambientali.
- sviluppare nuove competenze.
- inserire le tematiche della sicurezza ambientale in una prospettiva interdisciplinare nei piani urbanistici e territoriali, nella governance in generale, nei curricula educativi.
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Blog e scienza
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Figura 2. La comunicazione allarmistica sul Vesuvio: l’esempio del National Geographic, Settembre 2007.
(Si noti lo stile sensazionalista e catastrofista della didascalia in cui puntando alla portata massima dell’evento, ma non la più probabile, si evidenzia che la città di Napoli verrà distrutta e l’intera Regione disastrata).
di Maria PARADISO
Università del Sannio, Benevento
Obiettivo e approccio di ricerca
Nel tema classico della geografia umana, il rapporto umanità/ambiente, si sono ormai inserite le moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione-ICT rendendo possibili evoluzioni inusitate della convivenza umana con rischio e catastrofi.
E’ prevedibile, d’altronde, che le tecnologie IC e i contenuti digitali si inseriranno in maniera sempre crescente negli aspetti legati alla percezione, valutazione, gestione di rischio e alla sicurezza ambientale. Ciò avverrà man mano che la convergenza dei media e la copertura territoriale delle telecomunicazioni diventeranno più pervasive e la ricerca scientifica sarà stata posta in condizioni di compiere passi significativi anche nella sperimentazione di sistemi tecnologici con cittadini e autorità.
Dal punto di vista della riflessione scientifica, gli aspetti di novità offerti dall’adozione e uso delle tecnologie cominciano ad essere analizzati con sufficiente profondità per quanto riguarda le tematiche di sviluppo regionale e urbano, seppure con sforzi di ricerca orientati, per ragioni logistiche dei ricercatori, soprattutto verso i paesi sviluppati. Sono, inoltre, iniziati studi e orientamenti tesi a considerare il rapporto ICT e rischio politico in termini, ad esempio, di cybersorveglianza e democrazia, sicurezza e antiterrorismo, vulnerabilità delle reti e recupero urbano da catastrofi politiche (ad esempio il lavoro di Moss e Townsend negli Stati Uniti 2006, 2005, di Stephen Graham 1998 in Gran Bretagna).
Lo studio del rapporto tra sicurezza ambientale e tecnologie della comunicazione, invece, pure alla luce di un’ampia disamina internazionale della bibliografia scientifica geografica, geologica, geomorfologica, effettuata per il presente lavoro tramite la banca dati Geobase ABI/INFORM Global Database, appare praticamente inevaso seppure con un’interessante notazione: il grande investimento della ricerca cinese sul tema del ‘disaster’ nella rivista ‘Journal of Disasters management’ e la presenza di numerosi articoli ma con interventi di stampo prettamente tecnologico.
Non si tratta, ovviamente, in termini geografici di considerare l’uso di tecnologie per il mero controllo del territorio, né di impostare una ricerca che consideri le tecnologie come meri prodotti, piuttosto di impostare un ragionamento intrinseco al rapporto uomo/ambiente rispetto alle diverse dimensione della percezione e agire geografico quali l’informazione, previsione, prevenzione, convivenza, gestione, educazione e come esse possano essere influenzate, talvolta potenziate o magari limitate dalle ICT.
Come le ICT interagiscano e cambino la cultura del rischio e delle catastrofi e le pratiche di gestione della sicurezza ambientale (relief, recovery ma anche preparedness ad esempio) costituisce l’obiettivo di ricerca di questo lavoro. Lo scopo è, quindi, anche quello di contribuire al tema della sicurezza ambientale dalla speciale prospettiva della Geografia della Società dell’Informazione che appare foriera di utili apporti e feconda di spunti nuovi.
Ovvie appaiono, pertanto, alcune interconnessioni possibili con i più ampi temi della sicurezza urbana derivanti da fattori geopolitici, per quanto riguarda ad esempio la gestione della ricostruzione o gli aspetti della ‘resilience’ dei luoghi ossia la capacità di ricostruire e riprendere la vita nei territori dopo una situazione disastrosa.
Altrettanto e forse più fecondi appaiono le possibilità di rivisitare categorie tradizionali quali quelle della geografia della convivenza umanità/ambiente con rischio e disastri.
L’approccio che si propone ai fini euristici è, infatti, quello di una prospettiva evolutiva di analisi piuttosto che del ‘salto’ tecnologico: si è pensato di valutare la relazione ICT e sicurezza ambientale alla luce di un’analisi che esamini persistenze e cambiamenti che sono intercorsi nel tempo e, precisamente, tra il passaggio dalla cultura geografica tradizionale e vernacolare di massa (prima dell’avvento dei media di massa), all’era era dei media tradizionali di massa (giornali, televisione, radio, telefono) all’ ‘Era dell’Informazione’ (Internet e ICT in generale).
Tradizionale antico, era dei media tradizionali di massa, era dell’Informazione, sono dunque i tre momenti ipotizzati nella riflessione così come richiamati anche nel prosieguo del lavoro che hanno il pregio di identificare un filo conduttore di comparazione, la cultura e pratiche comunicative delle popolazioni pur in una comparazione tra epoche molto differenti per caratteristiche economiche e sociali.
Fonti e metodologia
I 3 momenti di analisi, il tradizionale antico, l’era dei media tradizionali di massa, l’era dell’Informazione prevedono diverse fonti di informazione che risentono ovviamente anche dei rispettivi momenti di elaborazione della conoscenza.
E’ apparso, inoltre, significativo operare su due livelli di scala di analisi con diversa ma interagente utilità. Da un canto, si è scelto di individuare e selezionare una casistica di interazione catastrofi naturali e ICT alla scala globale, per individuare tendenze ed elementi da porre a verifica e sperimentare alla scala locale, dall’altro è stato selezionato un laboratorio locale ma con evidenti impatti conoscitivi alla scala extra locale per significatività di rischio ambientale e per presenza di esperimenti ICT: si tratta del caso di Napoli che appare paradigmatico in merito soprattutto al rischio vulcanico e terremoti.
Il celeberrimo caso vesuviano, inoltre, rispetto ad altri casi, non solo per l’elevatissima pericolosità in quanto si tratta del vulcano più pericoloso di Europa in un’area densamente e scelleratamente antropizzata, ma anche per la ricchezza di dati e informazioni riguardanti la lunghissima storia eruttiva del Vesuvio derivante da fonti diverse quali la bibliografia scientifica, i racconti dei viaggiatori, i resoconti dei media, immagini quali anche dipinti come le ‘gouaches’, le ‘geografie della convivenza’, permette di cogliere anche in senso diacronico informazioni importanti di confronto dei tre momenti di indagine individuati.
Va notato, ovviamente, che la stessa prospettiva di indagine, quella della mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente offre la particolarità di inquadrare i fenomeni simultaneamente a più livelli di scala oltre ad offrire nuove e interessanti prospettive di comprensione e gestione di taluni fenomeni geografici.
A parere di chi scrive, inoltre, come meglio si ragionerà in seguito, dopo l’indebolimento della conoscenza ambientale locale (vernacolare) operata dai media tradizionali di massa e l’introduzione di comportamenti ‘passivi’ verso l’ambiente, le ICT possono costituire fattore abilitante per la preparazione dei cittadini, il coordinamento, l’agire più consapevole.
Diverse sono, dunque, le fonti di questa ricerca: fonti scritte sia scientifiche, che dei media tradizionali e del web, analisi di immagini non solo cartografiche ma del monitoraggio ambientale in tempo reale, le antiche ‘gouaches’ napoletane, ossia dipinti che mostrano scene eruttive e comportamenti della popolazione, reperimento ed analisi web di siti appositi dedicati ai diversi aspetti tematici del monitoraggio e gestione della scurezza ambientale, colloqui con esperti, documenti governativi, individuazione di casistica in termini di catastrofi naturali e relativi elementi di interazione con le ICT.
In particolare, i dati e la letteratura scientifica riguardano la storia eruttiva del Vesuvio per l’individuazione della geografia della convivenza, la bibliografia scientifica e governativa sul rischio e la protezione dei cittadini, la bibliografia internazionale geologica, geomorfologica per verificare l’applicazione di ICT e gestione di disastri, analisi del rischio, percezione.
I dati di rilevanza scientifica hanno riguardato le immagini e racconti di viaggiatori e visitatori, resoconti di media; Internet ha rappresentato sia fonte di dati per l’analisi di spazi web e prodotti ICT rilevanti per la ricerca che laboratorio stesso di sperimentazione della tematica (blog scientifici, blog di cittadini, siti web tematici).
Colloqui con esperti si sono avuti per testare idee e risultati di ricerca, acquisire dati tematici: in particolare con il Prof. Ugo Leone sono state discusse alcune tematiche della sicurezza ambientale, il caso vesuviano nonché alcuni lavori del Centro di Competenza della regione Campania su ‘rischio ambientale’; con il Prof. Aldo Zollo, sismologo dell’Università di Napoli ‘Federico II’ ed esperto di ‘allarme precoce’ si è potuto testare alcune idee su un prodotto ICT in particolare per la sicurezza ambientale quale l’’early warning’, di cui il gruppo del Prof. Zollo è fra i massimi esperti e progettisti e trova ambito di sperimentazione nell’area napoletana e avellinese; con il Prof. Filippo Russo, geografo-fisico dell’Università del Sannio sono stati discussi elementi geografico-fisici e le carte della pericolosità in area vesuviana.
Il caso di studio, almeno in un’iniziale formulazione, riguarda l’area napoletana con particolare riguardo al rischio vulcanico e terremoti e all’applicazione di ‘early warning’ per la prevenzione e gestione dei disastri derivanti a fenomeni naturali in area ad elevato valore antropico.
Elementi da esperienze alla scala globale possono altresì essere individuati per l’applicabilità alla scala del caso di studio prescelto.
Tradizionale/Antico
La lunga storia eruttiva del Vesuvio è ben documentata in diverse fonti che coprono un arco temporale davvero lungo, a cominciare dalla famosa descrizione di Plinio dell’eruzione catastrofica del 79 DC che, proprio da lui, sono convenzionalmente denominate come pliniane le eruzioni catastrofiche di completa distruzione. Scavi archeologici testimoniano, inoltre, eruzioni e terremoti nell’area napoletana anche nell’evo preistorico dell’età del bronzo (25000 AC) (Rolandi, 1997).
Eruzioni pliniane a parte (70 AC, 1631 AC), numerose sono le fonti di informazione sulle caratteristiche delle eruzioni, gli impatti, i comportamenti degli abitanti e dei curiosi che si recavano appositamente sui luoghi dell’eruzione (sui viaggiatori ad esempio Leone, 1997; sulle gouaches e i resoconti dell’epoca della eruzione del 1794, Russo, 2003).
Ciò che preme sottolineare ai fini del presente lavoro è che, senza andare troppo a ritroso negli ultimi quattro secoli di storia eruttiva dal 1631 al 1944, le eruzioni vesuviane pur caratterizzate da significativa esplosività, a parte quelle catastrofiche che aprivano un ciclo di relativa calma di 400 anni ossia di attività eruttiva esterna, non fanno registrare morti per ‘panico’ causato da fuga: più sovente le morti avvengono per fanatismo religioso (ad esempio i fedeli che si ostinano a rimanere nella chiesa di S. Giuseppe Vesuviano durante l’eruzione del 1906 e muoiono nel crollo dell’edificio), tra curiosi non abitanti, o tra anziani che preferiscono non abbandonare la propria dimora (Santoianni, 1994).
Un secondo elemento da sottolineare riguarda l’insostituibile impegno delle popolazioni locali che non fuggono ai primi segni di eruzione, spesso si adoperano per spalare la cenere dai tetti per evitare danneggiamenti o distruzioni superiori ed abbandonano i centri abitati solo al comparire di cenni che fanno prevedere fasi parossistiche (Santoianni, 1997). Ciò comporta ovviamente dei rischi ma testimonia la capacità del sapere locale di interpretare i segni di fenomeni naturali, di assumere comportamenti attivi di mitigazione del rischio e dell’impatto del disastro, ed evacuare solo prima della successiva fase parossistica: in breve, la catastrofe naturale non è percepita come foriera di sicura morte e la popolazione in maniera solidale assume comportamenti attivi di mitigazione del danno.
Altro aspetto della geografia vesuviana di convivenza con rischio e catastrofi riguardava la capacità della popolazione di intervenire con incredibile prontezza anche a riaprire strade e ripristinare elementi territoriali di aggregazione della comunità onde consentire la più pronta ripresa della vita urbana. Si confronti ad esempio al riguardo, la straordinaria immagine sottostante tratta dal libro di Filippo Russo, 2003, che fa notare la ripresa di attività sul territorio di Torre del Greco, la liberazione della strada forse via Roma attraverso le lavi ancora fumanti del Vesuvio ed altri segni di attività eruttiva.
Figura 1. Torre del Greco distrutta dalla lava: gli abitanti si adoperano per la ripresa delle attività
Fonte: F. Russo, 2003 compresa la didascalia
Si può, dunque, affermare l’esistenza di una straordinaria geografia vesuviana di convivenza con rischio e disastri che, almeno nel passato, è caratterizzata dalla presenza di specifica cultura locale geografica che permette agli abitanti di capire autonomamente, senza mediazioni, la serietà dell’eruzione e la successioni delle attività eruttive (conoscenza locale non codificata del rischio vulcanico e attività eruttiva). Ciò è dovuto alla permanenza sul territorio della popolazione che in una serie storica di eventi catastrofici ha acquisito e sviluppato specifica conoscenza geografica, l’ha trasmessa attraverso metodi di trasmissione orale, ha determinato memoria storica e relativi comportamenti uomo/ambiente in termini di cultura del disastro attiva e non da panico: la gente non fugge disordinatamente, non muore per panico, attua comportamenti collettivi di interazione e mitigazione e ricostruzione post-evento catastrofico.
Interessanti sono, ovviamente, anche documenti governativi che codificano tale cultura geografica della convivenza quali la lapide dei viceré che detta i comportamenti da assumere, peraltro già in uso, e descrive le relative fasi e impatti delle catastrofi vulcaniche.
Non sfuggono, in sintesi, alcuni elementi di confronto delle geografie della convivenza successive nell’era dei media di massa e dell’informazione quali la cultura locale del disastro e le reazioni della popolazione.
Da registrare, infine, quale importante elemento discriminante di interpretazione dei fenomeni, che di fatto la geografia di convivenza tradizionale è finita anche perché dopo l’eruzione del 1944, in cui il Vesuvio ha perso il caratteristico pennacchio, sono scomparse molte delle persone che avevano vissuto eruzioni e la capacità di tramandare tali geografie, si è probabilmente spenta a livello vernacolare; è stata sottoposta a tensioni e trasformazioni da parte dei media tradizionali di produzione non locale ed è stata inficiata, sovente, da inefficienze e incompetenze.
Media tradizionali
‘Ne uccidono più le vuci che le nuci’ è un famoso detto napoletano che, letteralmente, afferma che le persone possono morire più perché hanno prestato orecchio a dicerie che perché hanno utilizzato la ‘testa’ il raziocinio. Questo detto è esemplare di ciò che accade nel comportamento uomo-ambiente laddove i media di comunicazione di massa si sono sostituiti o hanno indebolito il sapere vernacolare ambientale e laddove, in assenza di corretti e tempestivi interventi delle autorità, i media tradizionali non svolgono una corretta informazione ma più spesso fanno da cassa di risonanza alle dicerie, ‘rumours’, come dicono gli americani a proposito della casistica dei comportamenti umani rispetto ai fenomeni ambientali.
I mass media, in particolare riviste e giornali, infatti, producono allarmismo, puntano sugli aspetti più catastrofici e di impatto emotivo per generare presa sui lettori; da un punto di vista di osservazione scientifica delle strategia comunicativa di molti media, spesso essi non utilizzano il concetto scientifico di probabilità, ossia non mettono in rilievo l’evento che più probabilmente accadrà ma puntano normalmente sulle possibilità più remota di accadimento di una catastrofe naturale nella sua magnitudine più letale, resocontandone puntigliosamente gli aspetti più catastrofici: in tal modo sono sicuri della maggiore presa sui lettori o ascoltatori.
Il caso del rapporto tra i media tradizionali di massa (giornali soprattutto) e il Vesuvio è paradigmatico di questo tipo di mediazione nel rapporto uomo-ambiente che attecchisce bene, oltrettutto, in una società che nei tempi moderni, per ragioni geoeconomiche e culturali, ha tra l’altro indebolito l’attitudine attiva ad interagire con l’ambiente: sempre meno persone coinvolte nel settore primario, l’inquinamento e l’urbanizzazione hanno ridotto le possibilità di fruizione della Natura.
Nel caso legato al rischio Vesuvio, inoltre, l’apparente quiete che è iniziata dall’eruzione del 1944, in cui il vulcano ha perso il caratteristico pennacchio fumante che comunque ricordava a napoletani e visitatori l’attività vulcanica, il finire delle generazioni che avevano vissuto fenomeni eruttivi, hanno praticamente dismesso la capacità di trasmettere cultura ambientale del rischio vulcanico e talune ‘geografie della convivenza’ basate sui comportamenti autonomi per fronteggiare la catastrofe e la ricostruzione. In una società sempre più mediata dall’esterno dai media di massa, meno ‘naturale’, più organizzata o comunque mediata dalle autorità, è prevedibile che la percezione del rischio e della catastrofe sia avvertita come situazione senz’altro letale cioè foriera di sicura morte, dimenticando a livello vernacolare, l’antica sapienza locale. Di certo, inoltre, i tradizionali media di massa non hanno aiutato ma accresciuto tale percezione del rischio e delle catastrofi. In più, la scellerata azione umana di urbanizzazione determina un’altissima vulnerabilità e valori esposti (Davoli et al. 2001, Russo e Valletta, 1995,1993, Scandone et al. 1992) e per molto tempo il Vesuvio non è stato nemmeno considerato come risorsa ambientale-culturale-economica (Leone, 1997).
L’analisi dell’azione dei media attraverso le fonti giornalistiche (famosi gli allarmi iniziati dal Sunday Times, National Geographic ma anche nazionali) e scientifiche (soprattutto Santoianni, 1997) -non da ultimo l’effetto del reportage catastrofista del National Geographic di settembre 2007 che ha costretto la Protezione civile a inviare numerosi sms per tranquillizzare gli abitanti che numerosi avevano contattato i ‘call centres’ per verificare le informazioni- consentono di illustrare bene i termini del rapporto uomo-ambiente nella mediazione dei media tradizionali. Anzi, la comparazione tra effetti allarmistici dei media che fanno da casa di risonanza a mal riposte dicerie, spesso accompagnata da inettitudine di amministrazioni preposte negli anni ‘80 e ‘90 e l’ultima situazione di settembre 2007, già la dice lunga, invece, sugli effetti positivi dei media ICT per informare e riportare sui giusti binari la percezione del rischio rispetto al ruolo dei media tradizionali.
Per fornire elementi di dettaglio dell’interazione tra popolazione e media di massa tradizionali, viene qui di seguito illustrata, una storia recente in ambito napoletano di mediazione dei media e panico che ha rischiato vite umane anche in assenza di evento naturale catastrofico (Santoiannni, 1994, 1997)!
Il 5 Gennaio 1983 Panorama, in un articolo intitolato ‘se si sveglia sono guai’, descriveva alcuni comportamenti e fatti in area vesuviana secondo una sequela di descrizione di comportamenti di cittadini in allarme per dicerie e istillava il dubbio che <
Questo tipo di articolo ripropone una sequenza di azioni tipica dell’interazione tra una popolazione non ben informata, spesso ignorante e che ha perso memoria storica e i mass media che danno forza e amplificano dicerie e psicosi, spesso giustappongono irresponsabilmente pareri ed inviti alla calma da parte delle autorità dopo che la popolazione è stata alimentata nelle proprie psicosi dai mass media e da ulteriori metodi di trasmissione tradizionali vernacolari quali, magari, il passa parola anche tramite catene di Sant’Antonio via telefono.
Questa sequenza accertata nell’area napoletana ha effettivamente generato comportamenti di panico collettivo, producendo addirittura due morti per infarto e una trentina di contusi gravi. Ma ecco la sequenza ordinata degli eventi (Santoianni, 1997).
Il 4 ottobre 1983 dopo una lieve scossa di bradisismo e il 7 ottobre 1983, in un’atmosfera di paura, dopo che una telefonata di un fanatico presagisce la fine, alimentando una catena di Sant’Antonio telefonica che cessa solo quando si ingenera il black out telefonico per sovraccarico, si innesca l’osservazione del comportamento degli altri alla finestra, per giunta con telefoni muti, con la paura di terremoti dopo il 1980 e del rischio vulcanico ingigantito dai media, in assenza di iniziative da parte delle autorità ma anche in assenza irresponsabile di iniziative di media quali la radio. Con l’unica possibilità di vedere cosa fanno i vicini, ben presto, nei quartieri occidentali di Napoli, si rivela uno scenario apocalittico che ben illustra fenomeni di panico da evacuazione: ossia più di 500000 persone hanno abbandonato le abitazioni e ingenerato un mare di automobile che intasa i quartieri occidentali con alla fine decine di morti infartuati: morale della storia mostra che avvengono ben più morti per panico per diceria che nelle singoli eruzione non pliniane del passato per reali eventi naturali!
Un aspetto delle ‘voci’, la lettura di tutti i dettagli della vicenda e la produzione dei media al riguardo rappresenta senz’altro una lettura spassosa e paradossale che Santoianni riprende in maniera brillante illustrando pure quali sono le verità scientifiche e l’informazione da attuare (1994, 1997), riguarda la ricerca spasmodica di segnali premonitori anche i più assurdi di cui se ne fornisce un breve elenco esemplificativo: la presenza di more mature un po’ prima del tempo nei cespugli delle pendici del Vesuvio, il fenomeno di vino inacidito nelle cantine vesuviano senz’altro gonfiato per avere magari sovvenzioni pubbliche o perché le botti invecchiate divenivano inadeguate, il tutto condito da misurazioni continue di fenomeni bradisistici da parte di mass media, peraltro modesti, registrati ben un anno prima, la registrazione continua delle dicerie che correvano nella popolazione, servizi sulla paura delle persone messe a confronto con le dichiarazioni dei vulcanologi, centinaia di articoli e servizi televisivi che denunciavano anche la carenza di attrezzature di sorveglianza e piani, neutralizzano così le dichiarazioni tranquillizzanti, la morsa delle opposizioni che richiedevano pronunce ufficiali per tranquillizzare, fanno il resto, gli scienziati che possono solo smentire l’imminenza di un’eruzione; la conseguenza per le amministrazioni pubbliche che non hanno il coraggio di redigere comunicati ufficiali ma semi ufficiali sui quali un esperto di protezione civile quale Santoianni dice di stendere un velo pietoso (1997), rappresenta la lista di fatti la cui concatenazione nello scenario dei mass media e in quello locale di paura e impreparazione produce una tale situazione di panico e in taluni casi letale. Tale esperienza la dice lunga anche sugli effetti di una catastrofe in termini di comportamento di massa, in situazioni dove tecnologie ed educazione ambientale non sono responsabilmente e saggiamente dispiegate.
In una situazione di mass media allarmistici, che bombardano di informazione sulle percezioni di paura della popolazione, in un quadro di amministrazioni non pronte a quanti fenomeni, di società basata sul passaparola e senza che i media vengono usati per veicolare informazioni corrette, di una società che ha perso la conoscenza dei fenomeni naturali, ne uccidono, in sintesi, ‘più le vuci che le nuci’.
E se il caso dell’area napoletana è paradigmatico per il rischio e valore esposto è senz’altro applicabile ad altre zone ed utile per cogliere diverse informazioni per la formulazione di scenari di comportamento della popolazione in casi di eventi catastrofici, se non cambia il livello di mediazione dei media e delle autorità.
Inserire Figura 2 (adesso posizionata a fine testo)
Era dell’Informazione: la mediazione ICT
Ben diverso e denso di implicazioni scientifiche e pratiche è lo scenario offerto dalla mediazione delle ICT nella risposta alle crisi, alla gestione dei disastri ma anche in certa misura alla prevenzione (ad esempio i sistemi di ‘allerta precoce’) e alla geografia degli aiuti umanitari; certamente la mediazione ICT contribuisce al salvataggio di vite umane e probabilmente anche ad una migliore educazione ambientale oltre a contribuire a nuove possibilità di gestione degli eventi disastrosi.
Diversi sono gli esempi selezionabili per provare la connessione tra ICT e cultura del disastro, ad esempio:
-‘I Media dei Cittadini’ quali i Blog; ha fatto scuola l’esperienza ‘Blog e Tsunami’ dell’Oceano Indiano, ad esempio, e l’uso di telefoni mobili e comunicazioni satellitari che cambiano la gestione delle crisi da catastrofe e la geografia degli aiuti umanitari;
-la prevenzione e la gestione della sicurezza ambientale attraverso il ‘Real time monitoring’ e ‘early warning’ da ICT su aria, acqua; molte città e regioni ed enti governativi monitorano l’atmosfera e fornsconi dati sui loro siti web in tempo reale e per diversi usi: NOAA possiede un sito di monitoraggio dell’Oceano Atlantico l’ http://polar.ncep.noaa.gov/ofs/ ; dopo lo Tsunami dell’Oceano Indiano ci sono stati molti piani e sforzi per ‘warning system’: nel Pacifico ne esisteva uno da svariato tempo:http://www.geophys.washington.edu/tsunami/general/warning/warning.html. Nel caso di Napoli, si dedicherà una riflessione alla sperimentazione di early warning per rischio terremoti e l’applicabilità al rischio vulcanico;
-il ‘mondo è praticamente sul desktop’, grazie alle potenzialità e usi pratici di Google Earth: per fare pochi esempi, i ricercatori dell’Osservatorio Vulcanico dell’Alaska hanno creato un programma basato su Google Earth per visualizzare la minaccia vulcanica e i sismologi dell’U.S. Geological Survey usano il programma per mappare l’intensità dei tremori post-terremoto (Flora, 2007).Questi sono alcuni esempi individuati e trattati per esplicitare la tematica del lavoro di ricerca su ICT e sicurezza ambientale dalla prospettiva geografica di inquadramento.Ovviamente una forte e spesso negletta negativa dimensione dell’ IT è quella dei rifiuti IT dai seri e nocivi effetti dovuti a tutte le componenti chimiche presenti nei rifiuti da personal computer o telefoni cellulari e non mancano criticità di uso.
Tabella 1 Esempi tematici di mediazione ICT nel rapporto Uomo-Ambiente
Internet, sopravvivenza, aiuti umanitari
Telefoni mobili
Real time monitoring
Il mondo sul desktop: Google Earth
ICT e rifiuti high tech
Early warning
Era dell’Informazione: blog per testare applicazioni di scoperte scientifiche?
Volendo trattare un caso paradigmatico che ricomprenda diversi e significativi tratti di novità forniti dalla mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente, può essere ricostruita in chiave critica l’esempio del Blog relativo allo Tsunami dell’Oceano Indiano.
Quando lo Tsunami iniziò il 26 Dicembre, trovò largamente impreparati i media tradizionali per i quali tra l’altro molti corrispondenti stranieri non erano sul posto dato il periodo natalizio; eppure questo evento ha segnato anche la data di inizio a livello mondiale di un nuovo fenomeno legato alla capacità di condividere, organizzare, gestire informazioni ed avere effetti concreti in situ circa la gestione di eventi catastrofici e i connessi aiuti umanitari: l’esperienza del blog iniziato da Bala Pitchandi si è manifestata come un fenomeno globale di interazione uomo ambiente mediata anzi rilanciata dall’uso convergente di diverse tecnologie informatiche, produttrici di informazioni, la cui organizzazione confluiva nel blog, generava commenti e idee di azione e da lì, ritrasmessa a terra, sortiva effetti concreti anche di salvataggio di vite umane; nonché accreditata fonte di informazione per la sua natura veloce, globale, efficiente, offriva possibilità di generare informazioni in situazioni di caos laddove in esperienze simili, senza l’uso delle ICT l’informazione è assente. Da alcuni questo fenomeno è stato chiamato la nascita dell’era dei media dei cittadini (Perrone, 2005).
Si tratta, in sintesi, di poter affrontare meglio il caos, generando informazioni utili laddove prima per il singolo e senza le ICT era impossibile fornirle ed ottenerle; si tratta di offrire la possibilità di un migliore coordinamento in situazioni non solo letali e caotiche ma che vedono ad esempio, 14 Stati impegnati e centinaia e centinaia di organizzazioni per gli aiuti umanitari e la ricostruzione.
Velocità e possibilità di generare informazione in un unico ‘locus’ seppure da fonti distribuite, condivisione planetaria dello sforzo e delle energie creative, ritrasmissione via diversi canali (commenti su blog, sms, comunicazioni satellitari) con effetti diretti a terra e provenienti da diverse località geografiche: è un fenomeno quello dei media dei cittadini (blog) che tratteggia bene i cambiamenti geografici offerti dalle ICT in merito a flussi, luoghi di produzione, trasmissione, consumo di informazioni e beni materiali nonché ad una migliore possibilità di sopravvivenza e possibilità di generare know how su come gestire soccorsi (relief), ricostruzione (ricovery) e sapere ambientale che può aiutare la convivenza (resilience). Si preferisce, nell’impostazione del presente lavoro, il termine ‘convivenza’ più denso di significato di tipo continuativo del rapporto uomo-ambiente e forse anche preventivo laddove possibile, piuttosto che il termine anglosassone, in voga dopo la crisi delle Torre Gemelle, ‘resilience’, che implica una risposta meramente ex post, se non nutrita da fattori di convivenza sostenibile e comportamento consapevole delle comunità umane.
Ecco, in sintesi, alcuni elementi fattuali e la loro interpretazione per ricostruire gli effetti di cambiamento dei blog e ICT in generale, nell’esperienza ‘blog & tsunami’ dell’Oceano Indiano.
Bala Pitchandi, ingegnere del software indiano, dal suo appartamento nel New Jersey e Peter Griffin da Mumbay, iniziano un blog sulla catastrofe, inviano messaggi ad altri bloggers indiani ed iniziano uno sforzo collaborativo che alla velocità del mouse e di Internet diventa globale e non solo: diviene la fonte principale di informazione sullo tsunami, provvede a raccogliere e diramare informazioni di prima mano e in situ utili sia per i soccorsi che per ritrovare parenti vittime e, soprattutto, per la particolarità dello strumento blog connesso ad altri dispositivi di comunicazione tecnologica, fornisce informazioni che altre fonti quelle ufficiali o i singoli non possono dare. Un’altra notazione di estremo interesse è che il blog tsunami, iniziato in un paese in via di sviluppo ha fatto poi scuola anche negli Stati Uniti con ad esempio il tornado Katrina o gli incendi dell’autunno 2007 in California: come a dire contenuti digitali, quindi produzione culturale, che inizia nei paesi in via di sviluppo e si diffonde nei paesi sviluppati, ossia un’altra connotazione degna di nota delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione.
Lavorando sui resoconti giornalistici (Perrone, 2005, The Economist, 2007) sulla base dell’osservazione diretta dei blog collegati, che in taluni casi offrono anche, grazie alla connessione con i satelliti e Google, informazioni in tempo reale sul dispiegamento dei fenomeni naturali, sembra di poter ricostruire un processo della mediazione ICT nell’era dell’informazione, per quanto riguarda la gestione delle catastrofi e degli aiuti umanitari, nel modo che segue: persone coinvolte emotivamente e con certe competenze aprono un blog su Internet, inviano richieste di collaborazione ad altri bloggers, la velocità di inizio e la promozione di alto profilo premia e la notizia del blog si diffonde; milioni di visitatori, allora, accedono (si tratta della prova che il luogo ‘blog’ viene visto come fonte d’informazione); ricevono informazioni e ricavano impressioni, altri inviano commenti su come fare, osservazioni, informazioni (foto ad esempio), altri fanno richiesta di informazioni su ad esempio la ricerca di vittime; l’informazione è diffusa in tutte le direzioni anche via sms e mails in aggiunta ai commenti e l’interazione in linea del blog; la velocità dell’informazione, l’organizzazione dell’informazione con poche ma chiare regole del tipo ‘nessuna politica, nessun commento o controversia solo concentrarsi su come cercare fonti di aiuto e portare aiuto’, l’apporto di siti ad alto traffico come BoingBoing, il riconoscimento da parte di media importanti come una fonte autorevole di informazione e così praticamente avviene cittadini di ogni tipo, ONG, istituzioni e giornalisti si collegano in continuazione e collaborano.
Rispetto alle difficoltà finanziare e logistiche dei media quali la televisione, un’organizzazione di blog di tal genere fornisce prima e meglio, concentra e soprattutto condivide informazioni, idee e collabora per azioni secondo un network di volontari e di intelligenze e mezzi da tutto il mondo. Il Blog Tsunami ha inaugurato un modello comunicativo che ha cambiato la percezione dei fenomeni ambientali e soprattutto la gestione dei flussi di pensieri, informazioni e idee e azioni; ha lasciato un’eredità di esperienza ripresa da altri fenomeni blog analoghi: per ‘Hurrican Katrina’ e ‘Terremoto Pakistan’ e sembra abbia influenzato Croce Rossa nel servizio di ricerca vittime ed alimentato, probabilmente, nuovi eventi scientifici quali la conferenza ISCRAM-International Conference on Information Systems for Crisis Response and Management, che nel 2008 reca il titolo ‘creating advanced systems or inter-organizational information sharing and collaboration’.
Oltrettutto, le principali agenzie di aiuto umanitario delle Nazioni Unite si stanno riorganizzando intorno all’uso delle tecnologie ed esiste Telecom Sans Frontière poiché nel caso di disastri la prima cosa da effettuare è quella di ripristinare o assicurare le comunicazioni e si nota oramai in maniera paradossale, non certo statisticamente maggioritaria, la richiesta di telefoni mobili ancora prima di cibo da parte delle popolazioni colpite.
Senz’altro le tecnologie grazie all’integrazione di comunicazioni mobili e satellitari, la sensoristica di tracciamento delle merci, la ricognizione da satellite e da terra della pericolosità di alcune aree per l’attraversamento di merci umanitarie e persone, le informazioni da scala locale di vario tipo per la scelta di cosa offrire e dove alle popolazioni, ma anche la possibilità di cambiare i percorsi per evitari rischi o informare in tempo reale dove attraccherà la tale imbarcazione, ad esempio, sul lago, cambiano completamente la geografia degli aiuti umanitari ed in particolare la relazione tra le aree dei donatori e dei riceventi che, a questo punto, sono in grado di influenzare meglio gli aiuti. Ma il donatore può anche controllare maggiormente o contattare direttamente livelli locali di governo.
Ovviamente ci sono negatività o correttivi da apportare: ad esempio il call centre approntato dalla Croce Rossa per rintracciare vittime e organizzare soccorsi per l’uragano Katrina andò in tilt per aver sottostimato il numero di persone da impiegare e per lo più volontari (Chabrow, 2006). Siti web del tipo ‘safe and well’ della Croce Rossa’ o ‘Un Portal Relief’ delle Nazioni Unite sono stati creati pur con delle criticità derivanti dalla natura più statica rispetto ai blog. Anche le diaspora unite in Rete contribuiscono in maniera efficace e consistente ai soccorsi ed aiuti nonché a rintracciare le vittime: ad esempio la comunità dello Zimbabwe in diaspora, tramite Internet fornisce su ordine e pagamento di famiglie estese, merci quali buoni benzina che vengono recapitati ai membri della famiglia al momento del ritorno alle proprie abitazioni dopo un disastro (www.mukuru.com); mukuri sta pianificando di aprire in una mezza dozzina di paesi africani nell’anno.
Il caso di Napoli tra rischio vulcanico, terremoti: riflessioni in tema di early warning
La Regione Campania è esposta al rischio sismico relativa ad una magnitudo sismica originata da sistemi di faglia attivi della catena appenninica e al ben noto rischio Vesuvio di eruzione di tipo esplosivo. Nel 1980 con una magnitudo M=6.9 il terremoto in Irpinia è stato il più recente e distruttivo terremoto della Regione causando più di 3000 morti e procurando gravi danni ad edifici ed infrastrutture dell’intera regione (AMRA, 2007).
Nel quadro delle attività delle competenza di sismologia dell’Università Federico II di Napoli e poi del Centro di Competenza ‘AMRA-monitoraggio e rischio ambientale’, nel quadro anche di un progetto finanziato dalla Protezione Civile è stato sviluppato un sistema di allerta precoce e post-evento basato su una densa e vasta dinamica rete di sorveglianza sismica in via di installazione nella catena appenninica (rete sismica dell’Irpinia).
L’uso di sistemi IT considera un allarme che permette l’acquisizione e la sperimentazione di tecnologie innovative in diverse infrastrutture strategiche test con una trasmissione di dati che anticipano l’evento con una finestra temporale che varia da decine di secondi prima dell’evento (l’onda S varia tra 14-20 sec a 40-60 a km di distanza a 26-30 sec relativi a 80-100 km di distanza tra un terremoto di crosta che avviene nell’epicentro) a centinaia dopo l’evento: oltre a funzionare da allerta il sistema immagazzina, processa e distribuisce altre informazioni localizzate di eventuale interesse per la gestione della crisi. Dopo 3 secondi viene compresa la magnitudo.
Come spiegano il coordinatore degli autori del sistema, Prof. Aldo Zollo dall’ipocentro del terremoto partono due diversi tipi di onde: le onde primarie, dette anche P, che arrivano per prime viaggiando a una velocità di 6,5 km al secondo e sono solitamente meno dannose. Quindi, arrivano le onde secondarie più lente che viaggiano a una velocità di 3,5 km al secondo e sono quelle più distruttive. Se, per fare un esempio concreto, il centro abitato che viene raggiunto da queste onde si trova a 65 km dall’origine del terremoto, ciò vuol dire che si possono sfruttare i quindici secondi di tempo che intercorrono fra l’arrivo delle primarie e quello delle secondarie per mettersi a riparo.
I 16-20 secondi di allerta precoce rappresentano il tempo per mitigare gli effetti attraverso l’early warning nell’area di Napoli (circa 2 milioni inclusi i comuni prossimi; in 16-20 secondi possono essere disattivate reti critiche e pericolose (trasmissione gas ad esempio), attivate apparecchiature speciali negli ospedali, rallentata la velocità dei treni. Tutto ciò dipende in primis dalla qualità degli algoritmi e dal grado di automaticità delle informazioni: il futuro tecnologico va in direzione del completo automatismo tra le diverse centrali di ricezione e utilizzo delle informazioni.
Da un punto di vista dell’organizzazione tecnologica e geografica il prototipo Seismic Alert Management System (SAMS) per la Regione Campania è concepito secondo una rete con un livello di analisi e decisione suddiviso tra nodi di diversa funzionalità e rango. Il sistema è originariamente localizzato vicino alla ‘sorgente’ fonte di informazione, l’epicentro: c’è da segnalare che in altri paesi all’avanguardia in questo settore come il Giappone, il principio localizzativo privilegia l’elaborazione in situ ossia la destinazione, ad esempio, nella città dell’allarme.
Topologicamente la Rete è scomponibile in sub-reti reti virtuali che hanno la funzione di concentrare i dati (Local Control Centers). Ciascun nodo è in grado di processare e analizzare in tempo reale la prima onda tellurica P e fornire le misurazioni quantitative (tempo di arivo, frequenza, ampiezza) al più vicino LCC. Quando più stazioni registreranno il segnale sismico, le nuove misurazioni sono inviate ai, e processate da gli LCC, che effettueranno incroci delle informazioni e controlli incrociati dalle diverse stazioni e via via produrranno nuovi risultati e meglio definite stime della localizzazione e magnitudo dell’evento sismico.
Da un punto di vista geografico complessivo è interessante notare come due possono essere gli scenari localizzativi dei sistemi di early warning: nel caso campano sono in Irpinia ossia la possibile fonte, in Giappone sono a ‘valle’ ossia in situ direttamente nelle città.
Inoltre, diverse sono le problematiche di reazione umana: esiste una problematica giuridica non risolta in merito alle controversie che possono nascere da falsi allarmi; ovviamente sistemi post-evento hanno efficacia limitata per l’allerta, i sistemi real time permettono inoltre di verificare le caratteristiche e gli impatti che a loro volta servano da base di dati per l’allerta precoce di fenomeni direttamente collegabili: ad esempio spostamento di animali e loro impatto da zone colpite.
Il problema evacuazione persone non può essere risolto ma sono forniti elementi per la preparazione a minimizzare rischi.
Occorre, tuttavia, pensare ad una contestualizzazione complessiva dell’IT alla scala urbana: ad esempio per l’allerta nelle case occorre pensare ad un concetto di sicurezza urbana complessivo che contempli nuovi criteri di edificazione, ad esempio di edifici intelligenti, ed un sistema di pianificazione territoriale che contempli tutto ciò e favorisca la contestualizzazione nella città di tecnologie utili ai bisogni, altrimenti la trasmissione di dati finisce in pochi punti e a loro volta i dati non possono essere processati per fornire risposte diversificate rispetto ai ricettori delle informazioni.
La sperimentazione di sistemi tecnologici di allerta è resa difficile dalla mancanza di dati territoriali anche diacronici che consentano le simulazioni ad esempio del fruscio dei terremoti in presenza di rumori causati dalle vibrazioni e movimenti fisici di infrastrutture e strutture territoriali. Ossia, ovviamente, ogni evento naturale è geografico ossia ‘path dependance’ e la progettazione del prototipo e delle funzionalità dipende dalla possibilità di simulare diversi dati territoriali anche in connessione al valore e vulnerabilità esposte.
Un’altra riflessione sintetica sull’esperienza in tema di ICT e sicurezza ambientale, indirettamente può essere rintracciata nell’uso che i ricercatori napoletani hanno fatto di un blog scientifico per testate le applicazioni e usi del loro prototipo: è interessante sottolineare che ne hanno ricavato benefici in taluni inputs di idee circa le possibili applicazioni oltre quelle che un team specializzato poteva da solo rinvenire. In prima istanza, pur meritando l’aspetto del ‘blog e sperimentazione scientifica’ un’attenzione a parte, si può affermare che Internet e le ICT in generale offrono nuove opportunità alle pratiche scientifiche e agli sforzi intellettuali, oltre a costituire innovazione culturale e organizzativa nella gestione delle crisi da disastro ambientale.
Resta, a parer nostro, al vaglio dei ricercatori anche delle scienze sociali la messa a punto di un sistema che integri il sistema di allertamento rapido con altri dispositivi ICT di immagazzinamento dati territoriali non solo fisici, che possa sfruttare i quindici secondi di vantaggio.
Dal punto di vista tecnologico gli sms, i segnali acustici di allarme, il blocco automatizzato di sistemi sensibili come ascensori, treni veloci e centrali elettriche sono alcune delle ipotesi suggerite dagli studiosi. Alla base, però, sostengono i geofisici, come pure i geografi, è necessaria un’educazione sui corretti comportamenti da tenere in caso di emergenza. Aggiungerei, che occorrerebbero da parte delle autorità investimenti nei capitoli ‘governance’ dei piani per testare sperimentazioni con i cittadini nella preparazione agli eventi disastrosi ed anche nell’educazione ai fenomeni ambientali nonché a più civili comportamenti umani (education e preparedness in senso ampio).
Riflessioni conclusive
Le ICT possono migliorare la condizione umana nelle sue principali tre sfere: mera sopravvivenza (mere survival), gestione quotidiana (daily management) e nuove attività-opportunità (new doings=opportunities).
Questo lavoro di ricerca ha sviluppato e approfondito l’intuizione delle aumentate possibilità di sopravvivenza e delle nuove opportunità e cambiamenti resi possibili dalla relazione tra ICT percezione del rischio e gestione dei disastri.
Mentre gli studi, sino a questo momento, hanno maggiormente trattato della confutazione del mito della morte della distanza (per una sintesi, Zook et al. 2004), trattato della coevoluzione di sistemi urbani e ICT, della geografia economica e forza di globalizzazione delle ICT, con iniziali contributi su ICT e gestione degli aspetti di vita quotidiana (Wellman 2002, Kellerman 2006, e opportunità per individui e luoghi (Kellerman e Paradiso, 2006), il ruolo delle ICT per il salvataggio di vite umane, la sicurezza ambientale (compresa la geografia degli aiuti umanitari anche post-catastrofe e la gestione delle crisi) rappresentano una cornice nuova di inquadramento e contributo conoscitivo.
L’analisi del tema ICT e sicurezza ambientale (percezione, sopravvivenza,prevenzione, allerta, gestione della catastrofe come relief, recovery, ma anche come ‘resilience’ ) è stato analizzato in una prospettiva evolutiva per tre epoche storiche che permettessero comparabilità rispetto ad un comune filo conduttore (la comunicazione e informazione) e consentissero di illustrare con maggiore evidenza ciò che è nuovo, positivo o negativo. I tre stadi proposti per l’analisi del rapporto uomo-ambiente per quanto riguarda la sicurezza ambientale sono: antico/vernacolare (mondo della comunicazione prevalentemente orale), era dei mass media tradizionali (TV-radio, carta stampata) e l’Era dell’Informazione (ICT e loro convergenza).
E’stata individuata anche un’area geografica test, interessante per il tema sicurezza ambientale e ICT e di valenza non solo locale sotto. Sono stati analizzati esempi e dati da web e fonti non scientifiche e specializzate, gli stessi blog hanno costituito fonti di indagine ed esempi sperimentali.
Il laboratorio ossia il caso geografico test è stato individuato nel Vesuvio e nel rischio terremoti dell’area napoletana.
Si è dimostrata la valenza inusitata delle ICT per la sicurezza ambientale sotto diversi profili di opportunità:
-salvataggio di vite umane (sopravvivenza)
-gestione della vita quotidiana (management of daily life: ossia gli aspetti di socializzazione, economici, sociali, culturali ed emotivi) nella quale le ICT mostrano impatti importanti nella geografia degli aiuti umanitari, nell’informazione, monitoraggio real time e, quindi, modificazioni del mercato delle professioni (può essere considerato un aspetto economico questo) connesso a nuove professionalità e per deduzione anche delle ONG che in alcuni casi sono anche attori economici oltre che sociali-umanitari;
-nuove attività-opportunità in termini di:
a) gestione delle crisi (sopravvivenza, relief, recovery) ed anche inusitati comportamenti attivi di cittadini e ong anche prima degli interventi istituzionali: in questo le ICT si rivelano quale nuova opportunità di attività (permettono informazioni in fasi caotiche dove prima era impossibile ottenerne, consentono una impensabile capacità di coordinamento, consentono media dei cittadini e nuove collaborazioni interstatali e governative, attraverso il monitoraggio real time ed incrocio tra diversi dati consentono una sorta di early warning sugli effetti prevedibili in aree contigue ma anche degli eventi collegabili prevedibili; consentono nuove professionalità e competenze di ‘sharing information and collaboration’, condivisione di informazioni e collaborazioni)
b) le ICT sono anche un’opportunità per la ricerca scientifica (opportunità intellettuale): l’uso combinato delle tecnologie di osservazione, monitoraggio, raccolta dati per ottenere informazioni costituisce un aspetto; la caratteristica di informazioni real time ne costituisce un altro come capacità non solo predittiva ma di supporto alla presa di decisione. Si tratta di un’opportunità per le scienze sociali e in particolare per la geografia in quanto uno sforzo di ricerca nuovo va fatto per pensare l’interconnessione tra dati e strumenti ICT diversi in una certa area (ad esempio informazioni volontarie via foto da cellulari, web camera disposte sul territorio, sensoristica diversa, Townsend e Moss, 2006) e per produrre strumenti predittivi delle vulnerabilità e valore esposti nonché interventi di ripristino (questo è particolarmente importante per l’early warning dove lo studio di caso effettuato mostra la necessità di contestualizzare il sistema tecnologico nel sistema territoriale).
Infine, sempre dallo studio di caso dell’early warning, sembra di poter discernere un’opportunità, che va consapevolmente pensata, di corredo ad un lavoro di ricerca tecnologica ossia quella offerta dall’esposizione di una scoperta o prototipo su blog scientifici: i blog possono rappresentare una nuova opportunità complementare di sperimentazione di una scoperta? Dalla esplorazione dei dati e l’intervista ai colleghi, sembrerebbe che l’interazione inusitata di un blog possa permettere ad una equipe di concepire applicazioni e usi o migliorie non preventivate. Laddove mancano reti locali di ricerca e sperimentazione il blog in parte sostituisce ed integra.
-Educazione e consapevolezza ambientale: le ICT rispetto ai media tradizionali che non hanno voluto o potuto troppo, possono consentire nuove attività di educazione ambientale e consapevolezza ma anche percezione del rischio e dei fenomeni naturali. Nel passato si è, infatti, visto che la trasmissione orale permetteva un sapere ambientale locale non codificato che aumentava la capacità di resistenza e ricostruzione delle popolazioni locali, poi decaduto anche per gli effetti della mediazione spesso sensazionalistica delle informazioni proposte di media tradizionali di massa: Internet apre una frontiera per l’educazione ambientale nella quale i geografi devono fare la loro parte anche sul versante del recupero della memoria storica locale del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini.
Multimedia, cd-rom, dvd, Internet, telefoni cellulari di nuova generazione, reti di accesso a banda larga, e-mail, possono naturalmente essere usati anche nei programmi educativi, formativi e utilizzati e sviluppati per le attività di prevenzione e preparazione all’emergenza (Fischer, 1998)
Ovviamente la debole propensione dei decisori italiani agli investimenti nella ricerca e alla difficoltà di creare complesse reti di ricerca politica-ricerca-impresa-cittadini rimangono come fattore di debolezza.
Tabella 2 Le valenze delle ICT per la Sicurezza ambientale
Sopravvivenza
Salvataggio di vite umane
Gestione della vita quotidiana
Impatti sugli aspetti economici, sociali, culturali, emozionali, socializzazione, le mobilità, nuove professioni.
Nuove attività/opportunità, (socializzazione, percezione,le mobilità)
1. gestione delle crisi e disastri ; 2. attività scientifiche ed intellettuali: opportunità per le scienze sociali derivanti dalle ICT come fonte di combinazioni di dati fisici e socio-economici; le ICT come strumenti per la la ricerca e sperimentazione; i Blog scientifici per sperimentare le applicazioni e usi di invenzioni e prototipi ; 3.educazione e consapevolezza ambientale
4 nuove condivisioni e pratiche umane di intervento.
Da un punto di viste delle negatività, accanto alle potenzialità, occorre rimarcare che l’esiguità di scienziati sociali che si occupano di sicurezza ambientale, tecnologie e territorio, non aiutano certo a spingere per la necessaria realizzazione di prototipi completi in tema di ICT e sicurezza ambientale, ricollegabili anche a parametri insediativi e socio-economici e soprattutto all’educazione ambientale e sperimentazione con i cittadini di comportamenti da tenere per la sicurezza ambientale.
Sembra di poter affermare come prime conclusioni di azione derivanti dall’analisi del rapporto ICT/sicurezza ambientale che occorre tra l’altro:
- recuperare la memoria storica del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini e in questo è evidente il ruolo della geografia e dei media informatici.
- Contestualizzare la tecnologia: occorrono reti complesse e multidisciplinari di ricerca e sperimentazione territoriale con l’uso di dati territoriali insediativi e socio-economici.
- E’ possibile l’uso di media elettronici per la sperimentazione e brainstorming (blog, altri spazi web).
- concepire l’integrazione dei dati e sistemi tecnologici esistenti di osservazione per valutare effetti e comportamenti di gestione delle crisi ambientali.
- sviluppare nuove competenze.
- inserire le tematiche della sicurezza ambientale in una prospettiva interdisciplinare nei piani urbanistici e territoriali, nella governance in generale, nei curricula educativi.
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Blog e scienza
http://science.slashdot.org/article.pl?sid=06/12/06/0013236
Figura 2. La comunicazione allarmistica sul Vesuvio: l’esempio del National Geographic, Settembre 2007.
(Si noti lo stile sensazionalista e catastrofista della didascalia in cui puntando alla portata massima dell’evento, ma non la più probabile, si evidenzia che la città di Napoli verrà distrutta e l’intera Regione disastrata).
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