Integrazione di Gabriele Di Stefano
L’entropia
Ritengo che la sintesi che Nino ha elaborato delle mie parole sia sostanzialmente corretta. All'uopo, però, lasciatemi specificare che (senza entrare troppo in tediosi dettagli di carattere scientifico): a) una bella para-definizione non scientifica dell'entropia è quella di "misura della fruibilità dell'energia"; generalizzando, potremmo dire che in economia è definibile un'entropia in termini di "misura di fruibilità di una risorsa"; "sprecare" equivale a produrre tanta più entropia dello strettamente necessario; b) i processi "sostenibili", pertanto, sono quelli che "non degradano" la qualità delle risorse (sia quelle impiegate, sia tutte le altre a vario titolo interessate dal processo), o lo fanno il meno possibile; c) purtroppo, per uno dei principi della termodinamica, non è possibile "distruggere" (produzione negativa) entropia: qualsiasi processo è "irreversibile", cioè comporta inevitabilmente una produzione positiva di entropia. I processi "reversibili", cioè quelli a produzione nulla di entropia, sono sostanzialmente teorici. Lo scopo delle metodologie progettuali in tutti gli ambiti è quello di minimizzare la produzione di entropia per i processi progettati, e spesso la condizione di minimo entropico suggerisce le "modalità progettuali" (equazioni, diagrammi di flusso, etc.); Ora, pur conservando il proprio carattere di condizione necessaria dei cicli produttivi, la minimizzazione di entropia ha smesso da parecchio di essere alla base sia delle dinamiche di mercato che dei programmi di sviluppo. Ciò è chiaramente spiegabile. La condizione di "minimo possibile" entropico nei cicli produttivi tende a perseguire il minimo costo, e quindi il max profitto al produttore: il produttore tende a perseguire il massimo risultato a parità di energia, di materie prime, di "risorse umane" utilizzate nella produzione; ciò risponde all'esigenza di minimizzare la produzione di entropia nel processo produttivo, e conseguentemente massimizzare i guadagni. Tale condizione è "invertita" dal mercato, che propone il consumo (di per sè fortemente entropico, v. ad es. danni ambientali, indebitamento e "credito al consumo", etc.) di "cose materiali o immateriali superflue o inutili" (sebbene prodotte con il minimo possibile di entropia, v. sopra), e in gran parte a tale consumo connette gli "indicatori di svilupppo" (v.PIL). Circa i cosiddetti processi di sviluppo, essi prescindono totalmente dall'esigenza di minimizzare entropia (perchè affidati a soggetti completamente inadeguati e all'oscuro della questione, v. la maggior parte dei politici, consulenti, urbanisti, sociologi ed economisti dello sviluppo, etc., esponenti di un sostanziale, miope, settario "conformismo territoriale"), e/o seguono paro paro il caso sopramenzionato del mercato, allo scopo di arricchire la lobby consociativa di turno. L'"approccio sistemico al territorio" e la valorizzazione delle risorse endogene sono concetti - strumenti nati proprio per perseguire l'ideazione di programmi di sviluppo a minor entropia (territoriale?) possibile. L'"animazione territoriale" (analisi socioeconomica e valorizzazione del capitale relazionale del territorio condotte simultaneamente grazie al metodo partecipato della ricerca-azione) è uno strumento di cui posso dimostrare una certa efficacia in tal senso, soprattutto dopo averli impiegati in "zone difficili". Perdonatemi il mio eccessivo procedere a sciabolate e la mia esposizione decisamente approssimativa ed inelegante. Se Libano, Serbia e altri Paesi disgraziati me ne lasciano il tempo, vorrei aderire all'invito di Nino e dare un taglio "energetico" al mio tema di "territorio e sviluppo".
Gabriele Di Stefano
L’entropia
Ritengo che la sintesi che Nino ha elaborato delle mie parole sia sostanzialmente corretta. All'uopo, però, lasciatemi specificare che (senza entrare troppo in tediosi dettagli di carattere scientifico): a) una bella para-definizione non scientifica dell'entropia è quella di "misura della fruibilità dell'energia"; generalizzando, potremmo dire che in economia è definibile un'entropia in termini di "misura di fruibilità di una risorsa"; "sprecare" equivale a produrre tanta più entropia dello strettamente necessario; b) i processi "sostenibili", pertanto, sono quelli che "non degradano" la qualità delle risorse (sia quelle impiegate, sia tutte le altre a vario titolo interessate dal processo), o lo fanno il meno possibile; c) purtroppo, per uno dei principi della termodinamica, non è possibile "distruggere" (produzione negativa) entropia: qualsiasi processo è "irreversibile", cioè comporta inevitabilmente una produzione positiva di entropia. I processi "reversibili", cioè quelli a produzione nulla di entropia, sono sostanzialmente teorici. Lo scopo delle metodologie progettuali in tutti gli ambiti è quello di minimizzare la produzione di entropia per i processi progettati, e spesso la condizione di minimo entropico suggerisce le "modalità progettuali" (equazioni, diagrammi di flusso, etc.); Ora, pur conservando il proprio carattere di condizione necessaria dei cicli produttivi, la minimizzazione di entropia ha smesso da parecchio di essere alla base sia delle dinamiche di mercato che dei programmi di sviluppo. Ciò è chiaramente spiegabile. La condizione di "minimo possibile" entropico nei cicli produttivi tende a perseguire il minimo costo, e quindi il max profitto al produttore: il produttore tende a perseguire il massimo risultato a parità di energia, di materie prime, di "risorse umane" utilizzate nella produzione; ciò risponde all'esigenza di minimizzare la produzione di entropia nel processo produttivo, e conseguentemente massimizzare i guadagni. Tale condizione è "invertita" dal mercato, che propone il consumo (di per sè fortemente entropico, v. ad es. danni ambientali, indebitamento e "credito al consumo", etc.) di "cose materiali o immateriali superflue o inutili" (sebbene prodotte con il minimo possibile di entropia, v. sopra), e in gran parte a tale consumo connette gli "indicatori di svilupppo" (v.PIL). Circa i cosiddetti processi di sviluppo, essi prescindono totalmente dall'esigenza di minimizzare entropia (perchè affidati a soggetti completamente inadeguati e all'oscuro della questione, v. la maggior parte dei politici, consulenti, urbanisti, sociologi ed economisti dello sviluppo, etc., esponenti di un sostanziale, miope, settario "conformismo territoriale"), e/o seguono paro paro il caso sopramenzionato del mercato, allo scopo di arricchire la lobby consociativa di turno. L'"approccio sistemico al territorio" e la valorizzazione delle risorse endogene sono concetti - strumenti nati proprio per perseguire l'ideazione di programmi di sviluppo a minor entropia (territoriale?) possibile. L'"animazione territoriale" (analisi socioeconomica e valorizzazione del capitale relazionale del territorio condotte simultaneamente grazie al metodo partecipato della ricerca-azione) è uno strumento di cui posso dimostrare una certa efficacia in tal senso, soprattutto dopo averli impiegati in "zone difficili". Perdonatemi il mio eccessivo procedere a sciabolate e la mia esposizione decisamente approssimativa ed inelegante. Se Libano, Serbia e altri Paesi disgraziati me ne lasciano il tempo, vorrei aderire all'invito di Nino e dare un taglio "energetico" al mio tema di "territorio e sviluppo".
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