giovedì 12 giugno 2008

La sicurezza alimentare

Cambiare l'ottica culturale
commennto di Sergio Vellante alla Dichiarazione sulla sicurezza alimentare

Credo che il documento c sia di fondamentale importanza e non tangenziale per l'abeccedario. Si tratta di una posizione presente oramai da lungo tempo nel dibattito sul sottosviluppo e sulla fame nel mondo e che si fonda su diversi fideismi, ma tutti tesi a salvaguardare la natura. Il gruppo che gravita intorno ad Ecologist (Rivista internazionale di Ecologia pubblicata anche in Italia) è l'espressione più conosciuta e diffusa di tale cultura. Da quando studio la Bioeconomia condivido molto di queste tesii. Anche se epistemologicamente parlando non mi convince un loro approccio che sfocia nella metafisica e facilmente attaccabile dal riduzionismo deterministico che pregna il modello produttivo e di consumo occidentale. Un approccio quest'ultimo (riduzionismo) che caratterizza anche la cultura di sinistra, di provenienza marxista e non, non permettendole di comprendere pienamente cosa sta succedendo e quali sono le cause generaratrici. Esempi: obesità e monnezza a Napoli e la crisi attuale della fame nel mondo. Ma è possibile che sulla questione spazzatura tutti, e dico tutti compreso Alex Zanottelli (massima espressione della cultura che presiede al documento che ci proponi), sono per differenziare e riciclare i rifiuti non comprendendo che ciò è ad alta entropia, che comunque ha bisogno dell'incenerimento e dello stoccaggio e che cura l'effetto ma non rimuove la causa (Mecdonaldizzazione nella produzione di beni di primaria necessità e Carrefourizzazione nella distribuzione globalizzata). Ed è ancora possibile pensare alla risoluzione dei problemi della fame nel mondo - altra faccia della medaglia della nostra obesità - solo riducendo gli sprechi dell'occidente (la decrescita di Latouche), cambiando i prezzi relativi delle commodities tra uso alimentare o energetico e recuperando la biodiversità secondo le tecnologie e l'organizzazione dei processi produttivi esogeni - gestiti da centri di potere prima che tecnologici - a tutte le risorse locali. In altri termini veramente pensiamo che le popolazioni africane prossime alla Savana debbano recuperare la biodiversità bovina per i loro consumi di carne e non puntare, ad esempio, sulla carne degli ippopotami e coccodrilli (l'ho mangiata e ti posso garantire che è squisita) che già pascolano nel loro ambiente, realizzano un ciclo biologico in perfetto equilibrio con le risorse naturali e forniscono le migliori condizioni per creare quello eco-sviluppo in cui la crescita economica è integrata nel mantenimento dell'equilibrio territorio-produzione (Nino era questo un quesito che mi ponevi in una tua precedente email personale?). Credo. però, che per advenire a ciò debba cambiare l'ottica culturale di partenza utilizzando quell'approccio olistico e quel paradigma organicistico insito in quelle discipline e in quel modo di pensare afferente alla complessità della vita (biologia e società) non riducibile a mere determinazioni quantitative. E' un tentativo che sto portando avanti nel mio lavoro, volto ad affronatare prioritariamente i problemi del Mezzogiorno, e sinceramente non so intravvederne la riuscita o meno. Comunque per ritornare ai problemi per cui ti sto scrivendo, ti rimetto in allegato un invito per un insieme di seminari sulla biodiversità organizzati dal CAI di Piedimonte Matese e ti segnalo il successivo sito (http://www.fondazionecrui.it/tris/HomePage.aspx?ref=803) da dove puoi scaricare un mio scritto (La sicurezza degli insicuri beni alimentari: un ossimoro o la realtà) che affronta le questioni della sicurezza alimentare nei paesi occidentali e che assumer come corollario implicito la tragedia della fame nel mondo. Probabilmente in questo mio lavoro potrai trovare delle risposte ad i quesiti che mi ponevi nella tua precedente email.

Sergio Vellante

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