venerdì 27 giugno 2008

La questione napoletana

il documento introduttivo dell'incontro
a Palazzo Serra di Cassano

PENSARE AGLI ULTIMI - PROGETTARE LA CITTA’

A Napoli purtroppo ancora una volta i caratteri democratici delle istituzioni subiscono una fortissima compressione, ogni giorno donne e uomini vedono mortificati i loro più elementari diritti alla vita, alla salute, al lavoro, al dissenso. Si va sempre più imponendo una cultura che ha trasformato i diritti di tutti e di ciascuno in favori elargiti dai potenti di turno. Ritorna nella nostra città, ma anche in tutta la regione, quello che è stato chiamato nel passato il “modello terremoto” le scelte più importanti per la vita della città sono state sottratte al confronto politico e affidate a commissari straordinari, uomini di fiducia, padrini vecchi e nuovi. Le drammatiche vicende della gestione del ciclo dei rifiuti mettono ancor di più a repentaglio i diritti elementari delle persone e delle comunità, hanno acuito la tensione sociale e sancito, per via legislativa, che le persone che vivono in Campania sono persone dimezzate meno uguali agli altri del resto d’Italia. In questo clima la “cacciata” dei Rom con la violenza è il segno di un ulteriore imbarbarimento della vita civile in città. I gravi problemi della nostra città, dalla criminalità camorristica alla quotidiana invivibilità hanno motivazioni materiali e strutturali, ma anche motivazioni morali e culturali con la disintegrazione crescente del tessuto sociale che si manifesta nel dissolversi delle reti di solidarietà a scapito dei più deboli, degli ultimi, cui la città appare realtà ostile e dolorosa. La risposta non può essere quella della chiusura, dell’esclusione e della repressione ma pensiamo che questa città può cambiare solo con un impegno comune, partendo dai bisogni e dai diritti degli ultimi, in cui la sicurezza sia prima di tutto sicurezza sociale. Crediamo che sia possibile avviare un processo che per tappe sia in grado di dare contenuti ad un progetto per la città, un progetto che individui nella partecipazione di movimenti, forme auto-organizzate di società civile, di quelle intellettualità, pur non compromesse, che continuano ad assistere silenti al degrado della città, a quella rete, che pure esiste in città, e che si prende cura del “pubblico” e vuole in prima persona elaborare il proprio futuro. La crisi di democrazia che ci affigge può essere superata dalla partecipazione, dal contributo di tutti coloro che credono ancora che un’altra città sia possibile: una città in cui centro e periferia siano uniti per uscire dal degrado e siano in grado di elaborare proposte per una città vivibile e accogliente, una città che consideri l’ambiente e i beni comuni come risorsa pubblica a disposizione di tutti e non invece terreno di rapina e di consumo rapace e selvaggio da parte del mercato.

domenica 22 giugno 2008

Abecedario

Resoconto della riunione del 16 giugno 2008
Discussione sul "focus” dell’abecedario
di Nino Lisi

Lunedì 16 giugno, ci siamo riuniti come da programma.
Eravamo presenti (in ordine di come eravamo seduti) Guido, Enzo, Felicio, Maria, Nino, Sergio, Laura, Gabriele.
Si è discusso sul come proseguire nella costruzione dell’abecedario: su quale debba cioè essere il punto di riferimento da assumere come elemento unificante, l’angolo di osservazione da cui porsi per lo sviluppo dei vari lemmi, il terreno di verifica delle diverse elaborazioni.
Guido, anche in base alle discussioni sviluppatesi sui primi lemmi discussi ed ai testi pubblicati sul blog di La Capria e Capobianco, ha proposto di scegliere tra: la crisi della modernità o la questione napoletana., sottolineando per altro le relazioni tra di esse intercorrenti.
Nel corso della discussione è prevalso l’orientamento di scegliere come focus delle nostre riflessioni la “questione napoletana”, essendosi ritenuto che in presenza della situazione della città non ci potessimo sottrarre all’onere non solo di esaminarla nei suoi vari aspetti, ma soprattutto di risalire ai fattori ed alle dinamiche che l’hanno determinata .
A questa conclusione si è giunti partendo dalla considerazione che in questi giorni è impossibile pensare a Napoli e parlarne eludendo la emergenza rifiuti.. Ma come è ormai è largamente riconosciuto essa ha portato allo scoperto uno stato di crisi generale. L’emergenza napoletana altro non è che l’anticipazione di situazioni di crisi che stanno covando altrove e di cui si avvertono le avvisaglie, come a Roma ad esempio dove sta giungendo a saturazione la discarica di Malagrotta, la più grande di Europa. Ci si è chiesti però del perché la crisi si sia manifestata a Napoli prima che altrove; prima che nelle aree nelle quali la produzione di rifiuti è ben maggiore. Si è ritenuto che la risposta stia nel fatto che Napoli è il punto più debole del sistema italiano, anche sotto questo profilo. Ed allora è parso indispensabile porsi l’interrogativo del perché Napoli sia il punto più debole del sistema, quali siano le dinamiche ed i fattori che hanno giocato in tal senso. E si è rilevato che, a differenza della crisi di altre aree, tra i fattori all’origine della “debolezza” di Napoli non può annoverarsi la globalizzazione, sia perché essa è ben anteriore al fenomeno che va sotto questo nome, sia perché quest’ultima lambisce Napoli solo tangenzialmente (e solo per alcuni dei suoi effetti peggiori): a livello strutturale con il proliferare dei centri commerciali e, a livello sovrastrutturale, con l’influenza che il “pensiero unico” anche qui esercita sul senso comune. Non è mancata la sottolineatura di quanto i centri commerciali concorrano alla produzione in continuo aumento dei rifiuti, di come le soluzioni in voga siano tanto inefficienti quanto deleterie, e di come la stessa composizione dei rifiuti prodotti in loco costituiscano la spia di quanto le condizioni di vita della popolazione napoletana siano inferiori a quelle delle popolazioni settentrionali.
Gli ambiti nei quali collocare lo sviluppo dei diversi lemmi sono stati individuati così su proposta di Guido.
1.territorio e produzione
2. politica e società
3. l’onda lunga della storia
4. cultura e potere
5. post-modernità e modello emergenziale
6. proposte e buone pratiche
In questi ambiti con riferimento alla “questione napoletana” dovranno collocarsi i diversi contributi I due già prodotti in prima approssimazione, e discussi, dovranno quindi in occasione del loro completamento essere riferiti alla questione napoletana e quelli in via di predisposizione dovranno tener conto del taglio deciso.

Tecnologie e sicurezza ambientale

IL CASO DI NAPOLI

di Maria PARADISO
Università del Sannio, Benevento

Obiettivo e approccio di ricerca

Nel tema classico della geografia umana, il rapporto umanità/ambiente, si sono ormai inserite le moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione-ICT rendendo possibili evoluzioni inusitate della convivenza umana con rischio e catastrofi.
E’ prevedibile, d’altronde, che le tecnologie IC e i contenuti digitali si inseriranno in maniera sempre crescente negli aspetti legati alla percezione, valutazione, gestione di rischio e alla sicurezza ambientale. Ciò avverrà man mano che la convergenza dei media e la copertura territoriale delle telecomunicazioni diventeranno più pervasive e la ricerca scientifica sarà stata posta in condizioni di compiere passi significativi anche nella sperimentazione di sistemi tecnologici con cittadini e autorità.
Dal punto di vista della riflessione scientifica, gli aspetti di novità offerti dall’adozione e uso delle tecnologie cominciano ad essere analizzati con sufficiente profondità per quanto riguarda le tematiche di sviluppo regionale e urbano, seppure con sforzi di ricerca orientati, per ragioni logistiche dei ricercatori, soprattutto verso i paesi sviluppati. Sono, inoltre, iniziati studi e orientamenti tesi a considerare il rapporto ICT e rischio politico in termini, ad esempio, di cybersorveglianza e democrazia, sicurezza e antiterrorismo, vulnerabilità delle reti e recupero urbano da catastrofi politiche (ad esempio il lavoro di Moss e Townsend negli Stati Uniti 2006, 2005, di Stephen Graham 1998 in Gran Bretagna).
Lo studio del rapporto tra sicurezza ambientale e tecnologie della comunicazione, invece, pure alla luce di un’ampia disamina internazionale della bibliografia scientifica geografica, geologica, geomorfologica, effettuata per il presente lavoro tramite la banca dati Geobase ABI/INFORM Global Database, appare praticamente inevaso seppure con un’interessante notazione: il grande investimento della ricerca cinese sul tema del ‘disaster’ nella rivista ‘Journal of Disasters management’ e la presenza di numerosi articoli ma con interventi di stampo prettamente tecnologico.
Non si tratta, ovviamente, in termini geografici di considerare l’uso di tecnologie per il mero controllo del territorio, né di impostare una ricerca che consideri le tecnologie come meri prodotti, piuttosto di impostare un ragionamento intrinseco al rapporto uomo/ambiente rispetto alle diverse dimensione della percezione e agire geografico quali l’informazione, previsione, prevenzione, convivenza, gestione, educazione e come esse possano essere influenzate, talvolta potenziate o magari limitate dalle ICT.
Come le ICT interagiscano e cambino la cultura del rischio e delle catastrofi e le pratiche di gestione della sicurezza ambientale (relief, recovery ma anche preparedness ad esempio) costituisce l’obiettivo di ricerca di questo lavoro. Lo scopo è, quindi, anche quello di contribuire al tema della sicurezza ambientale dalla speciale prospettiva della Geografia della Società dell’Informazione che appare foriera di utili apporti e feconda di spunti nuovi.
Ovvie appaiono, pertanto, alcune interconnessioni possibili con i più ampi temi della sicurezza urbana derivanti da fattori geopolitici, per quanto riguarda ad esempio la gestione della ricostruzione o gli aspetti della ‘resilience’ dei luoghi ossia la capacità di ricostruire e riprendere la vita nei territori dopo una situazione disastrosa.

Altrettanto e forse più fecondi appaiono le possibilità di rivisitare categorie tradizionali quali quelle della geografia della convivenza umanità/ambiente con rischio e disastri.
L’approccio che si propone ai fini euristici è, infatti, quello di una prospettiva evolutiva di analisi piuttosto che del ‘salto’ tecnologico: si è pensato di valutare la relazione ICT e sicurezza ambientale alla luce di un’analisi che esamini persistenze e cambiamenti che sono intercorsi nel tempo e, precisamente, tra il passaggio dalla cultura geografica tradizionale e vernacolare di massa (prima dell’avvento dei media di massa), all’era era dei media tradizionali di massa (giornali, televisione, radio, telefono) all’ ‘Era dell’Informazione’ (Internet e ICT in generale).
Tradizionale antico, era dei media tradizionali di massa, era dell’Informazione, sono dunque i tre momenti ipotizzati nella riflessione così come richiamati anche nel prosieguo del lavoro che hanno il pregio di identificare un filo conduttore di comparazione, la cultura e pratiche comunicative delle popolazioni pur in una comparazione tra epoche molto differenti per caratteristiche economiche e sociali.

Fonti e metodologia

I 3 momenti di analisi, il tradizionale antico, l’era dei media tradizionali di massa, l’era dell’Informazione prevedono diverse fonti di informazione che risentono ovviamente anche dei rispettivi momenti di elaborazione della conoscenza.
E’ apparso, inoltre, significativo operare su due livelli di scala di analisi con diversa ma interagente utilità. Da un canto, si è scelto di individuare e selezionare una casistica di interazione catastrofi naturali e ICT alla scala globale, per individuare tendenze ed elementi da porre a verifica e sperimentare alla scala locale, dall’altro è stato selezionato un laboratorio locale ma con evidenti impatti conoscitivi alla scala extra locale per significatività di rischio ambientale e per presenza di esperimenti ICT: si tratta del caso di Napoli che appare paradigmatico in merito soprattutto al rischio vulcanico e terremoti.
Il celeberrimo caso vesuviano, inoltre, rispetto ad altri casi, non solo per l’elevatissima pericolosità in quanto si tratta del vulcano più pericoloso di Europa in un’area densamente e scelleratamente antropizzata, ma anche per la ricchezza di dati e informazioni riguardanti la lunghissima storia eruttiva del Vesuvio derivante da fonti diverse quali la bibliografia scientifica, i racconti dei viaggiatori, i resoconti dei media, immagini quali anche dipinti come le ‘gouaches’, le ‘geografie della convivenza’, permette di cogliere anche in senso diacronico informazioni importanti di confronto dei tre momenti di indagine individuati.
Va notato, ovviamente, che la stessa prospettiva di indagine, quella della mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente offre la particolarità di inquadrare i fenomeni simultaneamente a più livelli di scala oltre ad offrire nuove e interessanti prospettive di comprensione e gestione di taluni fenomeni geografici.
A parere di chi scrive, inoltre, come meglio si ragionerà in seguito, dopo l’indebolimento della conoscenza ambientale locale (vernacolare) operata dai media tradizionali di massa e l’introduzione di comportamenti ‘passivi’ verso l’ambiente, le ICT possono costituire fattore abilitante per la preparazione dei cittadini, il coordinamento, l’agire più consapevole.
Diverse sono, dunque, le fonti di questa ricerca: fonti scritte sia scientifiche, che dei media tradizionali e del web, analisi di immagini non solo cartografiche ma del monitoraggio ambientale in tempo reale, le antiche ‘gouaches’ napoletane, ossia dipinti che mostrano scene eruttive e comportamenti della popolazione, reperimento ed analisi web di siti appositi dedicati ai diversi aspetti tematici del monitoraggio e gestione della scurezza ambientale, colloqui con esperti, documenti governativi, individuazione di casistica in termini di catastrofi naturali e relativi elementi di interazione con le ICT.
In particolare, i dati e la letteratura scientifica riguardano la storia eruttiva del Vesuvio per l’individuazione della geografia della convivenza, la bibliografia scientifica e governativa sul rischio e la protezione dei cittadini, la bibliografia internazionale geologica, geomorfologica per verificare l’applicazione di ICT e gestione di disastri, analisi del rischio, percezione.
I dati di rilevanza scientifica hanno riguardato le immagini e racconti di viaggiatori e visitatori, resoconti di media; Internet ha rappresentato sia fonte di dati per l’analisi di spazi web e prodotti ICT rilevanti per la ricerca che laboratorio stesso di sperimentazione della tematica (blog scientifici, blog di cittadini, siti web tematici).
Colloqui con esperti si sono avuti per testare idee e risultati di ricerca, acquisire dati tematici: in particolare con il Prof. Ugo Leone sono state discusse alcune tematiche della sicurezza ambientale, il caso vesuviano nonché alcuni lavori del Centro di Competenza della regione Campania su ‘rischio ambientale’; con il Prof. Aldo Zollo, sismologo dell’Università di Napoli ‘Federico II’ ed esperto di ‘allarme precoce’ si è potuto testare alcune idee su un prodotto ICT in particolare per la sicurezza ambientale quale l’’early warning’, di cui il gruppo del Prof. Zollo è fra i massimi esperti e progettisti e trova ambito di sperimentazione nell’area napoletana e avellinese; con il Prof. Filippo Russo, geografo-fisico dell’Università del Sannio sono stati discussi elementi geografico-fisici e le carte della pericolosità in area vesuviana.
Il caso di studio, almeno in un’iniziale formulazione, riguarda l’area napoletana con particolare riguardo al rischio vulcanico e terremoti e all’applicazione di ‘early warning’ per la prevenzione e gestione dei disastri derivanti a fenomeni naturali in area ad elevato valore antropico.
Elementi da esperienze alla scala globale possono altresì essere individuati per l’applicabilità alla scala del caso di studio prescelto.

Tradizionale/Antico

La lunga storia eruttiva del Vesuvio è ben documentata in diverse fonti che coprono un arco temporale davvero lungo, a cominciare dalla famosa descrizione di Plinio dell’eruzione catastrofica del 79 DC che, proprio da lui, sono convenzionalmente denominate come pliniane le eruzioni catastrofiche di completa distruzione. Scavi archeologici testimoniano, inoltre, eruzioni e terremoti nell’area napoletana anche nell’evo preistorico dell’età del bronzo (25000 AC) (Rolandi, 1997).
Eruzioni pliniane a parte (70 AC, 1631 AC), numerose sono le fonti di informazione sulle caratteristiche delle eruzioni, gli impatti, i comportamenti degli abitanti e dei curiosi che si recavano appositamente sui luoghi dell’eruzione (sui viaggiatori ad esempio Leone, 1997; sulle gouaches e i resoconti dell’epoca della eruzione del 1794, Russo, 2003).
Ciò che preme sottolineare ai fini del presente lavoro è che, senza andare troppo a ritroso negli ultimi quattro secoli di storia eruttiva dal 1631 al 1944, le eruzioni vesuviane pur caratterizzate da significativa esplosività, a parte quelle catastrofiche che aprivano un ciclo di relativa calma di 400 anni ossia di attività eruttiva esterna, non fanno registrare morti per ‘panico’ causato da fuga: più sovente le morti avvengono per fanatismo religioso (ad esempio i fedeli che si ostinano a rimanere nella chiesa di S. Giuseppe Vesuviano durante l’eruzione del 1906 e muoiono nel crollo dell’edificio), tra curiosi non abitanti, o tra anziani che preferiscono non abbandonare la propria dimora (Santoianni, 1994).
Un secondo elemento da sottolineare riguarda l’insostituibile impegno delle popolazioni locali che non fuggono ai primi segni di eruzione, spesso si adoperano per spalare la cenere dai tetti per evitare danneggiamenti o distruzioni superiori ed abbandonano i centri abitati solo al comparire di cenni che fanno prevedere fasi parossistiche (Santoianni, 1997). Ciò comporta ovviamente dei rischi ma testimonia la capacità del sapere locale di interpretare i segni di fenomeni naturali, di assumere comportamenti attivi di mitigazione del rischio e dell’impatto del disastro, ed evacuare solo prima della successiva fase parossistica: in breve, la catastrofe naturale non è percepita come foriera di sicura morte e la popolazione in maniera solidale assume comportamenti attivi di mitigazione del danno.
Altro aspetto della geografia vesuviana di convivenza con rischio e catastrofi riguardava la capacità della popolazione di intervenire con incredibile prontezza anche a riaprire strade e ripristinare elementi territoriali di aggregazione della comunità onde consentire la più pronta ripresa della vita urbana. Si confronti ad esempio al riguardo, la straordinaria immagine sottostante tratta dal libro di Filippo Russo, 2003, che fa notare la ripresa di attività sul territorio di Torre del Greco, la liberazione della strada forse via Roma attraverso le lavi ancora fumanti del Vesuvio ed altri segni di attività eruttiva.

Figura 1. Torre del Greco distrutta dalla lava: gli abitanti si adoperano per la ripresa delle attività


Fonte: F. Russo, 2003 compresa la didascalia


Si può, dunque, affermare l’esistenza di una straordinaria geografia vesuviana di convivenza con rischio e disastri che, almeno nel passato, è caratterizzata dalla presenza di specifica cultura locale geografica che permette agli abitanti di capire autonomamente, senza mediazioni, la serietà dell’eruzione e la successioni delle attività eruttive (conoscenza locale non codificata del rischio vulcanico e attività eruttiva). Ciò è dovuto alla permanenza sul territorio della popolazione che in una serie storica di eventi catastrofici ha acquisito e sviluppato specifica conoscenza geografica, l’ha trasmessa attraverso metodi di trasmissione orale, ha determinato memoria storica e relativi comportamenti uomo/ambiente in termini di cultura del disastro attiva e non da panico: la gente non fugge disordinatamente, non muore per panico, attua comportamenti collettivi di interazione e mitigazione e ricostruzione post-evento catastrofico.
Interessanti sono, ovviamente, anche documenti governativi che codificano tale cultura geografica della convivenza quali la lapide dei viceré che detta i comportamenti da assumere, peraltro già in uso, e descrive le relative fasi e impatti delle catastrofi vulcaniche.
Non sfuggono, in sintesi, alcuni elementi di confronto delle geografie della convivenza successive nell’era dei media di massa e dell’informazione quali la cultura locale del disastro e le reazioni della popolazione.
Da registrare, infine, quale importante elemento discriminante di interpretazione dei fenomeni, che di fatto la geografia di convivenza tradizionale è finita anche perché dopo l’eruzione del 1944, in cui il Vesuvio ha perso il caratteristico pennacchio, sono scomparse molte delle persone che avevano vissuto eruzioni e la capacità di tramandare tali geografie, si è probabilmente spenta a livello vernacolare; è stata sottoposta a tensioni e trasformazioni da parte dei media tradizionali di produzione non locale ed è stata inficiata, sovente, da inefficienze e incompetenze.


Media tradizionali

‘Ne uccidono più le vuci che le nuci’ è un famoso detto napoletano che, letteralmente, afferma che le persone possono morire più perché hanno prestato orecchio a dicerie che perché hanno utilizzato la ‘testa’ il raziocinio. Questo detto è esemplare di ciò che accade nel comportamento uomo-ambiente laddove i media di comunicazione di massa si sono sostituiti o hanno indebolito il sapere vernacolare ambientale e laddove, in assenza di corretti e tempestivi interventi delle autorità, i media tradizionali non svolgono una corretta informazione ma più spesso fanno da cassa di risonanza alle dicerie, ‘rumours’, come dicono gli americani a proposito della casistica dei comportamenti umani rispetto ai fenomeni ambientali.
I mass media, in particolare riviste e giornali, infatti, producono allarmismo, puntano sugli aspetti più catastrofici e di impatto emotivo per generare presa sui lettori; da un punto di vista di osservazione scientifica delle strategia comunicativa di molti media, spesso essi non utilizzano il concetto scientifico di probabilità, ossia non mettono in rilievo l’evento che più probabilmente accadrà ma puntano normalmente sulle possibilità più remota di accadimento di una catastrofe naturale nella sua magnitudine più letale, resocontandone puntigliosamente gli aspetti più catastrofici: in tal modo sono sicuri della maggiore presa sui lettori o ascoltatori.
Il caso del rapporto tra i media tradizionali di massa (giornali soprattutto) e il Vesuvio è paradigmatico di questo tipo di mediazione nel rapporto uomo-ambiente che attecchisce bene, oltrettutto, in una società che nei tempi moderni, per ragioni geoeconomiche e culturali, ha tra l’altro indebolito l’attitudine attiva ad interagire con l’ambiente: sempre meno persone coinvolte nel settore primario, l’inquinamento e l’urbanizzazione hanno ridotto le possibilità di fruizione della Natura.
Nel caso legato al rischio Vesuvio, inoltre, l’apparente quiete che è iniziata dall’eruzione del 1944, in cui il vulcano ha perso il caratteristico pennacchio fumante che comunque ricordava a napoletani e visitatori l’attività vulcanica, il finire delle generazioni che avevano vissuto fenomeni eruttivi, hanno praticamente dismesso la capacità di trasmettere cultura ambientale del rischio vulcanico e talune ‘geografie della convivenza’ basate sui comportamenti autonomi per fronteggiare la catastrofe e la ricostruzione. In una società sempre più mediata dall’esterno dai media di massa, meno ‘naturale’, più organizzata o comunque mediata dalle autorità, è prevedibile che la percezione del rischio e della catastrofe sia avvertita come situazione senz’altro letale cioè foriera di sicura morte, dimenticando a livello vernacolare, l’antica sapienza locale. Di certo, inoltre, i tradizionali media di massa non hanno aiutato ma accresciuto tale percezione del rischio e delle catastrofi. In più, la scellerata azione umana di urbanizzazione determina un’altissima vulnerabilità e valori esposti (Davoli et al. 2001, Russo e Valletta, 1995,1993, Scandone et al. 1992) e per molto tempo il Vesuvio non è stato nemmeno considerato come risorsa ambientale-culturale-economica (Leone, 1997).
L’analisi dell’azione dei media attraverso le fonti giornalistiche (famosi gli allarmi iniziati dal Sunday Times, National Geographic ma anche nazionali) e scientifiche (soprattutto Santoianni, 1997) -non da ultimo l’effetto del reportage catastrofista del National Geographic di settembre 2007 che ha costretto la Protezione civile a inviare numerosi sms per tranquillizzare gli abitanti che numerosi avevano contattato i ‘call centres’ per verificare le informazioni- consentono di illustrare bene i termini del rapporto uomo-ambiente nella mediazione dei media tradizionali. Anzi, la comparazione tra effetti allarmistici dei media che fanno da casa di risonanza a mal riposte dicerie, spesso accompagnata da inettitudine di amministrazioni preposte negli anni ‘80 e ‘90 e l’ultima situazione di settembre 2007, già la dice lunga, invece, sugli effetti positivi dei media ICT per informare e riportare sui giusti binari la percezione del rischio rispetto al ruolo dei media tradizionali.
Per fornire elementi di dettaglio dell’interazione tra popolazione e media di massa tradizionali, viene qui di seguito illustrata, una storia recente in ambito napoletano di mediazione dei media e panico che ha rischiato vite umane anche in assenza di evento naturale catastrofico (Santoiannni, 1994, 1997)!
Il 5 Gennaio 1983 Panorama, in un articolo intitolato ‘se si sveglia sono guai’, descriveva alcuni comportamenti e fatti in area vesuviana secondo una sequela di descrizione di comportamenti di cittadini in allarme per dicerie e istillava il dubbio che <>; dopo la dichiarazione del Direttore dell’Osservatorio vesuviano (<>), continuava con la descrizione della più catastrofica eruzione del Vesuvio, quella del 1631, effettuava, poi, un passaggio sull’inerzia delle autorità pubblica che non avevano predisposto un piano di evacuazione, denunciando che il Vesuvio era tenuto sotto controllo solo da un sismografo e ne occorrerebbero almeno 9 e concludeva <>.
Questo tipo di articolo ripropone una sequenza di azioni tipica dell’interazione tra una popolazione non ben informata, spesso ignorante e che ha perso memoria storica e i mass media che danno forza e amplificano dicerie e psicosi, spesso giustappongono irresponsabilmente pareri ed inviti alla calma da parte delle autorità dopo che la popolazione è stata alimentata nelle proprie psicosi dai mass media e da ulteriori metodi di trasmissione tradizionali vernacolari quali, magari, il passa parola anche tramite catene di Sant’Antonio via telefono.
Questa sequenza accertata nell’area napoletana ha effettivamente generato comportamenti di panico collettivo, producendo addirittura due morti per infarto e una trentina di contusi gravi. Ma ecco la sequenza ordinata degli eventi (Santoianni, 1997).
Il 4 ottobre 1983 dopo una lieve scossa di bradisismo e il 7 ottobre 1983, in un’atmosfera di paura, dopo che una telefonata di un fanatico presagisce la fine, alimentando una catena di Sant’Antonio telefonica che cessa solo quando si ingenera il black out telefonico per sovraccarico, si innesca l’osservazione del comportamento degli altri alla finestra, per giunta con telefoni muti, con la paura di terremoti dopo il 1980 e del rischio vulcanico ingigantito dai media, in assenza di iniziative da parte delle autorità ma anche in assenza irresponsabile di iniziative di media quali la radio. Con l’unica possibilità di vedere cosa fanno i vicini, ben presto, nei quartieri occidentali di Napoli, si rivela uno scenario apocalittico che ben illustra fenomeni di panico da evacuazione: ossia più di 500000 persone hanno abbandonato le abitazioni e ingenerato un mare di automobile che intasa i quartieri occidentali con alla fine decine di morti infartuati: morale della storia mostra che avvengono ben più morti per panico per diceria che nelle singoli eruzione non pliniane del passato per reali eventi naturali!
Un aspetto delle ‘voci’, la lettura di tutti i dettagli della vicenda e la produzione dei media al riguardo rappresenta senz’altro una lettura spassosa e paradossale che Santoianni riprende in maniera brillante illustrando pure quali sono le verità scientifiche e l’informazione da attuare (1994, 1997), riguarda la ricerca spasmodica di segnali premonitori anche i più assurdi di cui se ne fornisce un breve elenco esemplificativo: la presenza di more mature un po’ prima del tempo nei cespugli delle pendici del Vesuvio, il fenomeno di vino inacidito nelle cantine vesuviano senz’altro gonfiato per avere magari sovvenzioni pubbliche o perché le botti invecchiate divenivano inadeguate, il tutto condito da misurazioni continue di fenomeni bradisistici da parte di mass media, peraltro modesti, registrati ben un anno prima, la registrazione continua delle dicerie che correvano nella popolazione, servizi sulla paura delle persone messe a confronto con le dichiarazioni dei vulcanologi, centinaia di articoli e servizi televisivi che denunciavano anche la carenza di attrezzature di sorveglianza e piani, neutralizzano così le dichiarazioni tranquillizzanti, la morsa delle opposizioni che richiedevano pronunce ufficiali per tranquillizzare, fanno il resto, gli scienziati che possono solo smentire l’imminenza di un’eruzione; la conseguenza per le amministrazioni pubbliche che non hanno il coraggio di redigere comunicati ufficiali ma semi ufficiali sui quali un esperto di protezione civile quale Santoianni dice di stendere un velo pietoso (1997), rappresenta la lista di fatti la cui concatenazione nello scenario dei mass media e in quello locale di paura e impreparazione produce una tale situazione di panico e in taluni casi letale. Tale esperienza la dice lunga anche sugli effetti di una catastrofe in termini di comportamento di massa, in situazioni dove tecnologie ed educazione ambientale non sono responsabilmente e saggiamente dispiegate.
In una situazione di mass media allarmistici, che bombardano di informazione sulle percezioni di paura della popolazione, in un quadro di amministrazioni non pronte a quanti fenomeni, di società basata sul passaparola e senza che i media vengono usati per veicolare informazioni corrette, di una società che ha perso la conoscenza dei fenomeni naturali, ne uccidono, in sintesi, ‘più le vuci che le nuci’.
E se il caso dell’area napoletana è paradigmatico per il rischio e valore esposto è senz’altro applicabile ad altre zone ed utile per cogliere diverse informazioni per la formulazione di scenari di comportamento della popolazione in casi di eventi catastrofici, se non cambia il livello di mediazione dei media e delle autorità.

Inserire Figura 2 (adesso posizionata a fine testo)

Era dell’Informazione: la mediazione ICT


Ben diverso e denso di implicazioni scientifiche e pratiche è lo scenario offerto dalla mediazione delle ICT nella risposta alle crisi, alla gestione dei disastri ma anche in certa misura alla prevenzione (ad esempio i sistemi di ‘allerta precoce’) e alla geografia degli aiuti umanitari; certamente la mediazione ICT contribuisce al salvataggio di vite umane e probabilmente anche ad una migliore educazione ambientale oltre a contribuire a nuove possibilità di gestione degli eventi disastrosi.
Diversi sono gli esempi selezionabili per provare la connessione tra ICT e cultura del disastro, ad esempio:
-‘I Media dei Cittadini’ quali i Blog; ha fatto scuola l’esperienza ‘Blog e Tsunami’ dell’Oceano Indiano, ad esempio, e l’uso di telefoni mobili e comunicazioni satellitari che cambiano la gestione delle crisi da catastrofe e la geografia degli aiuti umanitari;
-la prevenzione e la gestione della sicurezza ambientale attraverso il ‘Real time monitoring’ e ‘early warning’ da ICT su aria, acqua; molte città e regioni ed enti governativi monitorano l’atmosfera e fornsconi dati sui loro siti web in tempo reale e per diversi usi: NOAA possiede un sito di monitoraggio dell’Oceano Atlantico l’ http://polar.ncep.noaa.gov/ofs/ ; dopo lo Tsunami dell’Oceano Indiano ci sono stati molti piani e sforzi per ‘warning system’: nel Pacifico ne esisteva uno da svariato tempo:http://www.geophys.washington.edu/tsunami/general/warning/warning.html. Nel caso di Napoli, si dedicherà una riflessione alla sperimentazione di early warning per rischio terremoti e l’applicabilità al rischio vulcanico;
-il ‘mondo è praticamente sul desktop’, grazie alle potenzialità e usi pratici di Google Earth: per fare pochi esempi, i ricercatori dell’Osservatorio Vulcanico dell’Alaska hanno creato un programma basato su Google Earth per visualizzare la minaccia vulcanica e i sismologi dell’U.S. Geological Survey usano il programma per mappare l’intensità dei tremori post-terremoto (Flora, 2007).Questi sono alcuni esempi individuati e trattati per esplicitare la tematica del lavoro di ricerca su ICT e sicurezza ambientale dalla prospettiva geografica di inquadramento.Ovviamente una forte e spesso negletta negativa dimensione dell’ IT è quella dei rifiuti IT dai seri e nocivi effetti dovuti a tutte le componenti chimiche presenti nei rifiuti da personal computer o telefoni cellulari e non mancano criticità di uso.

Tabella 1 Esempi tematici di mediazione ICT nel rapporto Uomo-Ambiente

Internet, sopravvivenza, aiuti umanitari
Telefoni mobili
Real time monitoring
Il mondo sul desktop: Google Earth
ICT e rifiuti high tech
Early warning
Era dell’Informazione: blog per testare applicazioni di scoperte scientifiche?


Volendo trattare un caso paradigmatico che ricomprenda diversi e significativi tratti di novità forniti dalla mediazione delle ICT nel rapporto uomo-ambiente, può essere ricostruita in chiave critica l’esempio del Blog relativo allo Tsunami dell’Oceano Indiano.
Quando lo Tsunami iniziò il 26 Dicembre, trovò largamente impreparati i media tradizionali per i quali tra l’altro molti corrispondenti stranieri non erano sul posto dato il periodo natalizio; eppure questo evento ha segnato anche la data di inizio a livello mondiale di un nuovo fenomeno legato alla capacità di condividere, organizzare, gestire informazioni ed avere effetti concreti in situ circa la gestione di eventi catastrofici e i connessi aiuti umanitari: l’esperienza del blog iniziato da Bala Pitchandi si è manifestata come un fenomeno globale di interazione uomo ambiente mediata anzi rilanciata dall’uso convergente di diverse tecnologie informatiche, produttrici di informazioni, la cui organizzazione confluiva nel blog, generava commenti e idee di azione e da lì, ritrasmessa a terra, sortiva effetti concreti anche di salvataggio di vite umane; nonché accreditata fonte di informazione per la sua natura veloce, globale, efficiente, offriva possibilità di generare informazioni in situazioni di caos laddove in esperienze simili, senza l’uso delle ICT l’informazione è assente. Da alcuni questo fenomeno è stato chiamato la nascita dell’era dei media dei cittadini (Perrone, 2005).
Si tratta, in sintesi, di poter affrontare meglio il caos, generando informazioni utili laddove prima per il singolo e senza le ICT era impossibile fornirle ed ottenerle; si tratta di offrire la possibilità di un migliore coordinamento in situazioni non solo letali e caotiche ma che vedono ad esempio, 14 Stati impegnati e centinaia e centinaia di organizzazioni per gli aiuti umanitari e la ricostruzione.
Velocità e possibilità di generare informazione in un unico ‘locus’ seppure da fonti distribuite, condivisione planetaria dello sforzo e delle energie creative, ritrasmissione via diversi canali (commenti su blog, sms, comunicazioni satellitari) con effetti diretti a terra e provenienti da diverse località geografiche: è un fenomeno quello dei media dei cittadini (blog) che tratteggia bene i cambiamenti geografici offerti dalle ICT in merito a flussi, luoghi di produzione, trasmissione, consumo di informazioni e beni materiali nonché ad una migliore possibilità di sopravvivenza e possibilità di generare know how su come gestire soccorsi (relief), ricostruzione (ricovery) e sapere ambientale che può aiutare la convivenza (resilience). Si preferisce, nell’impostazione del presente lavoro, il termine ‘convivenza’ più denso di significato di tipo continuativo del rapporto uomo-ambiente e forse anche preventivo laddove possibile, piuttosto che il termine anglosassone, in voga dopo la crisi delle Torre Gemelle, ‘resilience’, che implica una risposta meramente ex post, se non nutrita da fattori di convivenza sostenibile e comportamento consapevole delle comunità umane.
Ecco, in sintesi, alcuni elementi fattuali e la loro interpretazione per ricostruire gli effetti di cambiamento dei blog e ICT in generale, nell’esperienza ‘blog & tsunami’ dell’Oceano Indiano.
Bala Pitchandi, ingegnere del software indiano, dal suo appartamento nel New Jersey e Peter Griffin da Mumbay, iniziano un blog sulla catastrofe, inviano messaggi ad altri bloggers indiani ed iniziano uno sforzo collaborativo che alla velocità del mouse e di Internet diventa globale e non solo: diviene la fonte principale di informazione sullo tsunami, provvede a raccogliere e diramare informazioni di prima mano e in situ utili sia per i soccorsi che per ritrovare parenti vittime e, soprattutto, per la particolarità dello strumento blog connesso ad altri dispositivi di comunicazione tecnologica, fornisce informazioni che altre fonti quelle ufficiali o i singoli non possono dare. Un’altra notazione di estremo interesse è che il blog tsunami, iniziato in un paese in via di sviluppo ha fatto poi scuola anche negli Stati Uniti con ad esempio il tornado Katrina o gli incendi dell’autunno 2007 in California: come a dire contenuti digitali, quindi produzione culturale, che inizia nei paesi in via di sviluppo e si diffonde nei paesi sviluppati, ossia un’altra connotazione degna di nota delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione.
Lavorando sui resoconti giornalistici (Perrone, 2005, The Economist, 2007) sulla base dell’osservazione diretta dei blog collegati, che in taluni casi offrono anche, grazie alla connessione con i satelliti e Google, informazioni in tempo reale sul dispiegamento dei fenomeni naturali, sembra di poter ricostruire un processo della mediazione ICT nell’era dell’informazione, per quanto riguarda la gestione delle catastrofi e degli aiuti umanitari, nel modo che segue: persone coinvolte emotivamente e con certe competenze aprono un blog su Internet, inviano richieste di collaborazione ad altri bloggers, la velocità di inizio e la promozione di alto profilo premia e la notizia del blog si diffonde; milioni di visitatori, allora, accedono (si tratta della prova che il luogo ‘blog’ viene visto come fonte d’informazione); ricevono informazioni e ricavano impressioni, altri inviano commenti su come fare, osservazioni, informazioni (foto ad esempio), altri fanno richiesta di informazioni su ad esempio la ricerca di vittime; l’informazione è diffusa in tutte le direzioni anche via sms e mails in aggiunta ai commenti e l’interazione in linea del blog; la velocità dell’informazione, l’organizzazione dell’informazione con poche ma chiare regole del tipo ‘nessuna politica, nessun commento o controversia solo concentrarsi su come cercare fonti di aiuto e portare aiuto’, l’apporto di siti ad alto traffico come BoingBoing, il riconoscimento da parte di media importanti come una fonte autorevole di informazione e così praticamente avviene cittadini di ogni tipo, ONG, istituzioni e giornalisti si collegano in continuazione e collaborano.
Rispetto alle difficoltà finanziare e logistiche dei media quali la televisione, un’organizzazione di blog di tal genere fornisce prima e meglio, concentra e soprattutto condivide informazioni, idee e collabora per azioni secondo un network di volontari e di intelligenze e mezzi da tutto il mondo. Il Blog Tsunami ha inaugurato un modello comunicativo che ha cambiato la percezione dei fenomeni ambientali e soprattutto la gestione dei flussi di pensieri, informazioni e idee e azioni; ha lasciato un’eredità di esperienza ripresa da altri fenomeni blog analoghi: per ‘Hurrican Katrina’ e ‘Terremoto Pakistan’ e sembra abbia influenzato Croce Rossa nel servizio di ricerca vittime ed alimentato, probabilmente, nuovi eventi scientifici quali la conferenza ISCRAM-International Conference on Information Systems for Crisis Response and Management, che nel 2008 reca il titolo ‘creating advanced systems or inter-organizational information sharing and collaboration’.
Oltrettutto, le principali agenzie di aiuto umanitario delle Nazioni Unite si stanno riorganizzando intorno all’uso delle tecnologie ed esiste Telecom Sans Frontière poiché nel caso di disastri la prima cosa da effettuare è quella di ripristinare o assicurare le comunicazioni e si nota oramai in maniera paradossale, non certo statisticamente maggioritaria, la richiesta di telefoni mobili ancora prima di cibo da parte delle popolazioni colpite.
Senz’altro le tecnologie grazie all’integrazione di comunicazioni mobili e satellitari, la sensoristica di tracciamento delle merci, la ricognizione da satellite e da terra della pericolosità di alcune aree per l’attraversamento di merci umanitarie e persone, le informazioni da scala locale di vario tipo per la scelta di cosa offrire e dove alle popolazioni, ma anche la possibilità di cambiare i percorsi per evitari rischi o informare in tempo reale dove attraccherà la tale imbarcazione, ad esempio, sul lago, cambiano completamente la geografia degli aiuti umanitari ed in particolare la relazione tra le aree dei donatori e dei riceventi che, a questo punto, sono in grado di influenzare meglio gli aiuti. Ma il donatore può anche controllare maggiormente o contattare direttamente livelli locali di governo.
Ovviamente ci sono negatività o correttivi da apportare: ad esempio il call centre approntato dalla Croce Rossa per rintracciare vittime e organizzare soccorsi per l’uragano Katrina andò in tilt per aver sottostimato il numero di persone da impiegare e per lo più volontari (Chabrow, 2006). Siti web del tipo ‘safe and well’ della Croce Rossa’ o ‘Un Portal Relief’ delle Nazioni Unite sono stati creati pur con delle criticità derivanti dalla natura più statica rispetto ai blog. Anche le diaspora unite in Rete contribuiscono in maniera efficace e consistente ai soccorsi ed aiuti nonché a rintracciare le vittime: ad esempio la comunità dello Zimbabwe in diaspora, tramite Internet fornisce su ordine e pagamento di famiglie estese, merci quali buoni benzina che vengono recapitati ai membri della famiglia al momento del ritorno alle proprie abitazioni dopo un disastro (www.mukuru.com); mukuri sta pianificando di aprire in una mezza dozzina di paesi africani nell’anno.

Il caso di Napoli tra rischio vulcanico, terremoti: riflessioni in tema di early warning

La Regione Campania è esposta al rischio sismico relativa ad una magnitudo sismica originata da sistemi di faglia attivi della catena appenninica e al ben noto rischio Vesuvio di eruzione di tipo esplosivo. Nel 1980 con una magnitudo M=6.9 il terremoto in Irpinia è stato il più recente e distruttivo terremoto della Regione causando più di 3000 morti e procurando gravi danni ad edifici ed infrastrutture dell’intera regione (AMRA, 2007).
Nel quadro delle attività delle competenza di sismologia dell’Università Federico II di Napoli e poi del Centro di Competenza ‘AMRA-monitoraggio e rischio ambientale’, nel quadro anche di un progetto finanziato dalla Protezione Civile è stato sviluppato un sistema di allerta precoce e post-evento basato su una densa e vasta dinamica rete di sorveglianza sismica in via di installazione nella catena appenninica (rete sismica dell’Irpinia).
L’uso di sistemi IT considera un allarme che permette l’acquisizione e la sperimentazione di tecnologie innovative in diverse infrastrutture strategiche test con una trasmissione di dati che anticipano l’evento con una finestra temporale che varia da decine di secondi prima dell’evento (l’onda S varia tra 14-20 sec a 40-60 a km di distanza a 26-30 sec relativi a 80-100 km di distanza tra un terremoto di crosta che avviene nell’epicentro) a centinaia dopo l’evento: oltre a funzionare da allerta il sistema immagazzina, processa e distribuisce altre informazioni localizzate di eventuale interesse per la gestione della crisi. Dopo 3 secondi viene compresa la magnitudo.
Come spiegano il coordinatore degli autori del sistema, Prof. Aldo Zollo dall’ipocentro del terremoto partono due diversi tipi di onde: le onde primarie, dette anche P, che arrivano per prime viaggiando a una velocità di 6,5 km al secondo e sono solitamente meno dannose. Quindi, arrivano le onde secondarie più lente che viaggiano a una velocità di 3,5 km al secondo e sono quelle più distruttive. Se, per fare un esempio concreto, il centro abitato che viene raggiunto da queste onde si trova a 65 km dall’origine del terremoto, ciò vuol dire che si possono sfruttare i quindici secondi di tempo che intercorrono fra l’arrivo delle primarie e quello delle secondarie per mettersi a riparo.
I 16-20 secondi di allerta precoce rappresentano il tempo per mitigare gli effetti attraverso l’early warning nell’area di Napoli (circa 2 milioni inclusi i comuni prossimi; in 16-20 secondi possono essere disattivate reti critiche e pericolose (trasmissione gas ad esempio), attivate apparecchiature speciali negli ospedali, rallentata la velocità dei treni. Tutto ciò dipende in primis dalla qualità degli algoritmi e dal grado di automaticità delle informazioni: il futuro tecnologico va in direzione del completo automatismo tra le diverse centrali di ricezione e utilizzo delle informazioni.
Da un punto di vista dell’organizzazione tecnologica e geografica il prototipo Seismic Alert Management System (SAMS) per la Regione Campania è concepito secondo una rete con un livello di analisi e decisione suddiviso tra nodi di diversa funzionalità e rango. Il sistema è originariamente localizzato vicino alla ‘sorgente’ fonte di informazione, l’epicentro: c’è da segnalare che in altri paesi all’avanguardia in questo settore come il Giappone, il principio localizzativo privilegia l’elaborazione in situ ossia la destinazione, ad esempio, nella città dell’allarme.
Topologicamente la Rete è scomponibile in sub-reti reti virtuali che hanno la funzione di concentrare i dati (Local Control Centers). Ciascun nodo è in grado di processare e analizzare in tempo reale la prima onda tellurica P e fornire le misurazioni quantitative (tempo di arivo, frequenza, ampiezza) al più vicino LCC. Quando più stazioni registreranno il segnale sismico, le nuove misurazioni sono inviate ai, e processate da gli LCC, che effettueranno incroci delle informazioni e controlli incrociati dalle diverse stazioni e via via produrranno nuovi risultati e meglio definite stime della localizzazione e magnitudo dell’evento sismico.
Da un punto di vista geografico complessivo è interessante notare come due possono essere gli scenari localizzativi dei sistemi di early warning: nel caso campano sono in Irpinia ossia la possibile fonte, in Giappone sono a ‘valle’ ossia in situ direttamente nelle città.
Inoltre, diverse sono le problematiche di reazione umana: esiste una problematica giuridica non risolta in merito alle controversie che possono nascere da falsi allarmi; ovviamente sistemi post-evento hanno efficacia limitata per l’allerta, i sistemi real time permettono inoltre di verificare le caratteristiche e gli impatti che a loro volta servano da base di dati per l’allerta precoce di fenomeni direttamente collegabili: ad esempio spostamento di animali e loro impatto da zone colpite.
Il problema evacuazione persone non può essere risolto ma sono forniti elementi per la preparazione a minimizzare rischi.
Occorre, tuttavia, pensare ad una contestualizzazione complessiva dell’IT alla scala urbana: ad esempio per l’allerta nelle case occorre pensare ad un concetto di sicurezza urbana complessivo che contempli nuovi criteri di edificazione, ad esempio di edifici intelligenti, ed un sistema di pianificazione territoriale che contempli tutto ciò e favorisca la contestualizzazione nella città di tecnologie utili ai bisogni, altrimenti la trasmissione di dati finisce in pochi punti e a loro volta i dati non possono essere processati per fornire risposte diversificate rispetto ai ricettori delle informazioni.
La sperimentazione di sistemi tecnologici di allerta è resa difficile dalla mancanza di dati territoriali anche diacronici che consentano le simulazioni ad esempio del fruscio dei terremoti in presenza di rumori causati dalle vibrazioni e movimenti fisici di infrastrutture e strutture territoriali. Ossia, ovviamente, ogni evento naturale è geografico ossia ‘path dependance’ e la progettazione del prototipo e delle funzionalità dipende dalla possibilità di simulare diversi dati territoriali anche in connessione al valore e vulnerabilità esposte.
Un’altra riflessione sintetica sull’esperienza in tema di ICT e sicurezza ambientale, indirettamente può essere rintracciata nell’uso che i ricercatori napoletani hanno fatto di un blog scientifico per testate le applicazioni e usi del loro prototipo: è interessante sottolineare che ne hanno ricavato benefici in taluni inputs di idee circa le possibili applicazioni oltre quelle che un team specializzato poteva da solo rinvenire. In prima istanza, pur meritando l’aspetto del ‘blog e sperimentazione scientifica’ un’attenzione a parte, si può affermare che Internet e le ICT in generale offrono nuove opportunità alle pratiche scientifiche e agli sforzi intellettuali, oltre a costituire innovazione culturale e organizzativa nella gestione delle crisi da disastro ambientale.
Resta, a parer nostro, al vaglio dei ricercatori anche delle scienze sociali la messa a punto di un sistema che integri il sistema di allertamento rapido con altri dispositivi ICT di immagazzinamento dati territoriali non solo fisici, che possa sfruttare i quindici secondi di vantaggio.
Dal punto di vista tecnologico gli sms, i segnali acustici di allarme, il blocco automatizzato di sistemi sensibili come ascensori, treni veloci e centrali elettriche sono alcune delle ipotesi suggerite dagli studiosi. Alla base, però, sostengono i geofisici, come pure i geografi, è necessaria un’educazione sui corretti comportamenti da tenere in caso di emergenza. Aggiungerei, che occorrerebbero da parte delle autorità investimenti nei capitoli ‘governance’ dei piani per testare sperimentazioni con i cittadini nella preparazione agli eventi disastrosi ed anche nell’educazione ai fenomeni ambientali nonché a più civili comportamenti umani (education e preparedness in senso ampio).

Riflessioni conclusive

Le ICT possono migliorare la condizione umana nelle sue principali tre sfere: mera sopravvivenza (mere survival), gestione quotidiana (daily management) e nuove attività-opportunità (new doings=opportunities).
Questo lavoro di ricerca ha sviluppato e approfondito l’intuizione delle aumentate possibilità di sopravvivenza e delle nuove opportunità e cambiamenti resi possibili dalla relazione tra ICT percezione del rischio e gestione dei disastri.
Mentre gli studi, sino a questo momento, hanno maggiormente trattato della confutazione del mito della morte della distanza (per una sintesi, Zook et al. 2004), trattato della coevoluzione di sistemi urbani e ICT, della geografia economica e forza di globalizzazione delle ICT, con iniziali contributi su ICT e gestione degli aspetti di vita quotidiana (Wellman 2002, Kellerman 2006, e opportunità per individui e luoghi (Kellerman e Paradiso, 2006), il ruolo delle ICT per il salvataggio di vite umane, la sicurezza ambientale (compresa la geografia degli aiuti umanitari anche post-catastrofe e la gestione delle crisi) rappresentano una cornice nuova di inquadramento e contributo conoscitivo.
L’analisi del tema ICT e sicurezza ambientale (percezione, sopravvivenza,prevenzione, allerta, gestione della catastrofe come relief, recovery, ma anche come ‘resilience’ ) è stato analizzato in una prospettiva evolutiva per tre epoche storiche che permettessero comparabilità rispetto ad un comune filo conduttore (la comunicazione e informazione) e consentissero di illustrare con maggiore evidenza ciò che è nuovo, positivo o negativo. I tre stadi proposti per l’analisi del rapporto uomo-ambiente per quanto riguarda la sicurezza ambientale sono: antico/vernacolare (mondo della comunicazione prevalentemente orale), era dei mass media tradizionali (TV-radio, carta stampata) e l’Era dell’Informazione (ICT e loro convergenza).
E’stata individuata anche un’area geografica test, interessante per il tema sicurezza ambientale e ICT e di valenza non solo locale sotto. Sono stati analizzati esempi e dati da web e fonti non scientifiche e specializzate, gli stessi blog hanno costituito fonti di indagine ed esempi sperimentali.
Il laboratorio ossia il caso geografico test è stato individuato nel Vesuvio e nel rischio terremoti dell’area napoletana.
Si è dimostrata la valenza inusitata delle ICT per la sicurezza ambientale sotto diversi profili di opportunità:
-salvataggio di vite umane (sopravvivenza)
-gestione della vita quotidiana (management of daily life: ossia gli aspetti di socializzazione, economici, sociali, culturali ed emotivi) nella quale le ICT mostrano impatti importanti nella geografia degli aiuti umanitari, nell’informazione, monitoraggio real time e, quindi, modificazioni del mercato delle professioni (può essere considerato un aspetto economico questo) connesso a nuove professionalità e per deduzione anche delle ONG che in alcuni casi sono anche attori economici oltre che sociali-umanitari;
-nuove attività-opportunità in termini di:
a) gestione delle crisi (sopravvivenza, relief, recovery) ed anche inusitati comportamenti attivi di cittadini e ong anche prima degli interventi istituzionali: in questo le ICT si rivelano quale nuova opportunità di attività (permettono informazioni in fasi caotiche dove prima era impossibile ottenerne, consentono una impensabile capacità di coordinamento, consentono media dei cittadini e nuove collaborazioni interstatali e governative, attraverso il monitoraggio real time ed incrocio tra diversi dati consentono una sorta di early warning sugli effetti prevedibili in aree contigue ma anche degli eventi collegabili prevedibili; consentono nuove professionalità e competenze di ‘sharing information and collaboration’, condivisione di informazioni e collaborazioni)
b) le ICT sono anche un’opportunità per la ricerca scientifica (opportunità intellettuale): l’uso combinato delle tecnologie di osservazione, monitoraggio, raccolta dati per ottenere informazioni costituisce un aspetto; la caratteristica di informazioni real time ne costituisce un altro come capacità non solo predittiva ma di supporto alla presa di decisione. Si tratta di un’opportunità per le scienze sociali e in particolare per la geografia in quanto uno sforzo di ricerca nuovo va fatto per pensare l’interconnessione tra dati e strumenti ICT diversi in una certa area (ad esempio informazioni volontarie via foto da cellulari, web camera disposte sul territorio, sensoristica diversa, Townsend e Moss, 2006) e per produrre strumenti predittivi delle vulnerabilità e valore esposti nonché interventi di ripristino (questo è particolarmente importante per l’early warning dove lo studio di caso effettuato mostra la necessità di contestualizzare il sistema tecnologico nel sistema territoriale).
Infine, sempre dallo studio di caso dell’early warning, sembra di poter discernere un’opportunità, che va consapevolmente pensata, di corredo ad un lavoro di ricerca tecnologica ossia quella offerta dall’esposizione di una scoperta o prototipo su blog scientifici: i blog possono rappresentare una nuova opportunità complementare di sperimentazione di una scoperta? Dalla esplorazione dei dati e l’intervista ai colleghi, sembrerebbe che l’interazione inusitata di un blog possa permettere ad una equipe di concepire applicazioni e usi o migliorie non preventivate. Laddove mancano reti locali di ricerca e sperimentazione il blog in parte sostituisce ed integra.
-Educazione e consapevolezza ambientale: le ICT rispetto ai media tradizionali che non hanno voluto o potuto troppo, possono consentire nuove attività di educazione ambientale e consapevolezza ma anche percezione del rischio e dei fenomeni naturali. Nel passato si è, infatti, visto che la trasmissione orale permetteva un sapere ambientale locale non codificato che aumentava la capacità di resistenza e ricostruzione delle popolazioni locali, poi decaduto anche per gli effetti della mediazione spesso sensazionalistica delle informazioni proposte di media tradizionali di massa: Internet apre una frontiera per l’educazione ambientale nella quale i geografi devono fare la loro parte anche sul versante del recupero della memoria storica locale del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini.
Multimedia, cd-rom, dvd, Internet, telefoni cellulari di nuova generazione, reti di accesso a banda larga, e-mail, possono naturalmente essere usati anche nei programmi educativi, formativi e utilizzati e sviluppati per le attività di prevenzione e preparazione all’emergenza (Fischer, 1998)
Ovviamente la debole propensione dei decisori italiani agli investimenti nella ricerca e alla difficoltà di creare complesse reti di ricerca politica-ricerca-impresa-cittadini rimangono come fattore di debolezza.


Tabella 2 Le valenze delle ICT per la Sicurezza ambientale


Sopravvivenza
Salvataggio di vite umane
Gestione della vita quotidiana
Impatti sugli aspetti economici, sociali, culturali, emozionali, socializzazione, le mobilità, nuove professioni.

Nuove attività/opportunità, (socializzazione, percezione,le mobilità)

1. gestione delle crisi e disastri ; 2. attività scientifiche ed intellettuali: opportunità per le scienze sociali derivanti dalle ICT come fonte di combinazioni di dati fisici e socio-economici; le ICT come strumenti per la la ricerca e sperimentazione; i Blog scientifici per sperimentare le applicazioni e usi di invenzioni e prototipi ; 3.educazione e consapevolezza ambientale
4 nuove condivisioni e pratiche umane di intervento.

Da un punto di viste delle negatività, accanto alle potenzialità, occorre rimarcare che l’esiguità di scienziati sociali che si occupano di sicurezza ambientale, tecnologie e territorio, non aiutano certo a spingere per la necessaria realizzazione di prototipi completi in tema di ICT e sicurezza ambientale, ricollegabili anche a parametri insediativi e socio-economici e soprattutto all’educazione ambientale e sperimentazione con i cittadini di comportamenti da tenere per la sicurezza ambientale.
Sembra di poter affermare come prime conclusioni di azione derivanti dall’analisi del rapporto ICT/sicurezza ambientale che occorre tra l’altro:
- recuperare la memoria storica del rapporto Uomo-Ambiente per la preparazione dei cittadini e in questo è evidente il ruolo della geografia e dei media informatici.
- Contestualizzare la tecnologia: occorrono reti complesse e multidisciplinari di ricerca e sperimentazione territoriale con l’uso di dati territoriali insediativi e socio-economici.
- E’ possibile l’uso di media elettronici per la sperimentazione e brainstorming (blog, altri spazi web).
- concepire l’integrazione dei dati e sistemi tecnologici esistenti di osservazione per valutare effetti e comportamenti di gestione delle crisi ambientali.
- sviluppare nuove competenze.
- inserire le tematiche della sicurezza ambientale in una prospettiva interdisciplinare nei piani urbanistici e territoriali, nella governance in generale, nei curricula educativi.




Riferimenti bibliografici

Bevione S. 1991, ‘Se salta il tappo’, Panorama, 17 Febbraio 148-153
Brandel M. (2002). ‘IT on a mission at the American Red Cross. Computerworld, 36(31), 43. Trovato l’11 Settembre 2007 in ABI/INFORM Global database.
Chabrow E. (2006) ‘Katrina’s hard lesson’, InformationWeek, Settembre, 1104 62-64
Davoli L. Fredi P., Russo F., Troccoli A. (2001), ‘Natural and anthropogenic factors of flood hazards in the Somma-Vesuvius area (Italy)’, Géomorphologie: relief, processus, environment, 3 195-208
CNR-Gruppo Nazionale di Vulcanologia (1990), Scenario eruttivo del Vesuvio. Evento massimo atteso nel caso di ripresa dell’attività eruttiva a medio-breve termine. Rapporto redatto per conto del Dipartimento della Protezione Civile, servizio Previsione e Prevenzione, Ottobre
Fischer H.W. (1998), ‘The role of the new information technologies in emergency mitigation, planning, response and recovery’, Disaster Prevention and Management, 7(1), 28 -37 trovato l’11 Settembre 2007, in ABI/INFORM Global database
Flora B. (2007), ‘Google Earth Impact: saving science dollars and illuminating Geo-Science’ Content news, Aprile, www.econtentmag.com
Graham S. 1998, ‘Spaces of surveillant-simulation: new technologies, digital representations, and material geographies’, Environment and Planning D: Society and Space, 16 483-504
Hall S. (2007) ‘Vesuvius countdown’, National Geographic, 3,114-133
Kellerman A. (2006), Personal Mobilities, Londra, Routledge
Kellerman A. Paradiso M., The Geographical location in the Information Age: from destiny to opportunity?, dattiloscritto sottoposto a rivista internazionale per referaggio, 2006
Leone U. (2004) La sicurezza fa chiasso, Guida, Napoli
Leone U. (1997) ‘Vesuvio: qualità della vita e qualità dell’ambiente’, in Longo G. (a cura di) Mons Vesuvius, 329-336
Moss M. Townsend A. 2006 Disaster Forensics: leveraging crisis information systems for social science, Proceedings of the 3rd ISCRAM, May, www.iscram.org
Moss M. Townsend A.2005 Telecommunication infrastructure in disasters: preparing cities for crisis communication, pubblicazione in linea
Perrone J. (2005) ‘The coming of age of citizen media’, Natural Disasters, 26 Dicembre
Rolandi G. (1997). The eruptive history of Somma-Vesuvius, Volcanism and Archeology in Mediterranean area, 77-87
Russo F. (2003) L’eruzione del Vesuvio del 1794. Decennale del Rotary Club di Ottaviano. Linea Grafica Aurora, Boscoreale (Na)
Russo F. Valletta M. (1995) Il rischio geologico sensu lato al Somma-Vesuvio, Rend. Acc. Sc. Fis. Mat. Napoli, Vol. LXII-1993, 125-186
Russo F. Valletta M. (1995) Rischio ed impatto ambientale: considerazioni e precisazioni, Bollettino del Servizio Geologico d’Italia, Vol. CXII-1993 103-126
Scandone R. Arganese G. Galdi F. (1993) The evaluation of volcanc risk in the Vesuvian area. Journal of Volcanology and Geothermal Reserch, 58 263-271
Santoianni F. (1994) Mass media ed emergenza: perché la paura del Vesuvio’. Relazione al Convegno ‘ 1794-1994: il Vesuvio e Torre del Greco due secoli dopo’, Torre del Greco 14-17 giugno 1994, dattiloscritto
Santoianni F. (1997) ‘Uno scenario per l’evacuazione dell’area vesuviana’, in Longo G. (a cura di) Mons Vesuvius, 365-381
Wellman B. Haythornthwaite C. (2002) a cura di, The Internet in every day life, Malden e Oxford, Blackwell
Zook M. Dodge M. Aoyama Y. Townsend A. (2004), ‘New Digital Geographies: information, communication and place’, in S. Brunn S. Cutter e J.W. Hurrington, Geography and Technology, 155-176

Fonti web.

Early warning :
http://www.amracenter.com/
http://www.rissclab.unina.it/content/view/290/350/lang,it/
http://www.news.unina.it/dettagli_area.jsp?area=IN%20ATENEO&ID=3864
http://www.agu.org/sci_soc/prrl/prrl0642.html
http://www.spectrum.ieee.org/dec06/comments/1665
http://www.livescience.com/environment/061204_quake_forecasts.html

Monitoraggio in tempo reale:
http://polar.ncep.noaa.gov/ofs/http://www.geophys.washington.edu/tsunami/general/warning/warning.html
I progetti europei: http://ec.europa.eu/information_society/qualif/env/index_en.htm

Blog e scienza
http://science.slashdot.org/article.pl?sid=06/12/06/0013236

Figura 2. La comunicazione allarmistica sul Vesuvio: l’esempio del National Geographic, Settembre 2007.
(Si noti lo stile sensazionalista e catastrofista della didascalia in cui puntando alla portata massima dell’evento, ma non la più probabile, si evidenzia che la città di Napoli verrà distrutta e l’intera Regione disastrata).

Cosmocrazia

Cosmocittadinanza versus cosmocrazia
Figure della cittadinanza democratica nella società globalizzata


di Maria Antonietta Selvaggio

“La complessità crescente comporta un aumento delle libertà, delle possibilità di iniziativa, nonché nuove possibilità di disordine, tanto feconde quanto distruttive. La sola soluzione integratrice è lo sviluppo di una solidarietà effettiva, non imposta, ma interiormente sentita e vissuta come fraternità”. [Morin E., Introduzione al pensiero complesso]

La società postpolitica tra crisi della statualità, fine delle passioni e nuovi nemici

Questa riflessione si propone di ricercare, con l’ausilio di studi piuttosto eterogenei ma in una certa misura convergenti, una via di ritorno della politica, una possibilità di uscita dalla crisi della politica e della democrazia, entrambe gravemente indebolite dal sopravvento del potere economico, il vero trionfatore del processo di globalizzazione.
Nella società postpolitica nella quale siamo definitivamente precipitati dopo la svolta planetaria del 1989 si osservano due fenomeni, entrambi letali per la vita della polis: da un lato, una sfiducia diffusa che si traduce in assenza di partecipazione o indifferenza rispetto allo spazio pubblico; dall’altro, l’avanzare un po’ ovunque nel mondo di integralismi e di fondamentalismi che nel vuoto lasciato dalle ideologie tradizionali ne impongono di nuove e di tipo violentemente regressivo. Ma il fenomeno più tragicamente evidente è la ripresa della guerra, del ricorso costante alla potenza militare, che negli ultimi quindici anni ha puntualmente dimostrato di saper cogliere come unico risultato non la soluzione dei conflitti o delle tensioni, bensì il riprodursi o l’aggravarsi delle divisioni e delle situazioni di crisi.
Secondo Zygmunt Bauman è “una reazione prevedibile” il diffondersi del “senso di difficoltà” per il fatto di trovarsi in “una situazione che non è chiaro come si possa controllare”, e che segna una discontinuità profonda con “l’ordine” a cui eravamo abituati che significava “tenere le cose sotto controllo”[1].
Di qui il propagarsi di un’insicurezza endemica che pervade la nostra società, svelando l’usura della sovranità e del patto di affidamento che fu all’origine del paradigma moderno della statualità, in quanto potere pubblico legittimo. “Muore così il paradigma securitario della politica moderna” -, conclude Marco Revelli al termine di un acuto ripensamento sul “nuovo ordine mondiale” alla luce di quel processo di globalizzazione che, mandando in frantumi i confini artificiali entro cui si esercitava la sovranità del Leviatano, non consente più la neutralizzazione dei pericoli e delle minacce provenienti dall’esterno, proprio perché non esiste più un esterno, e le barriere tra un dentro e un fuori ormai sono infrante dal pieno sviluppo delle “forze congiunte della Tecnica e dell’Economia” [2]. Il Leviatano, il “dio mortale” capace d’ imporre e mantenere la pace e l’ordine dal momento che concentrava in sé la forza e ne diventava il solo e assoluto depositario, avendola sottratta alla moltitudine naturale degli omnes perennemente in lotta contra omnes, oggi appare del tutto inadeguato a garantire quella sicurezza che all’inizio e a lungo ha costituito la sua ragion d’essere. “Il fatto – spiega Revelli – è che il principio stesso su cui si basava il paradigma securitario della modernità politica, quale si era venuto definendo sull’asse Hobbes-Weber – l’uso positivo del negativo, la produzione dell’ordine attraverso il controllo monopolistico dei fattori specifici del disordine -, non è più sostenibile”[3]. Le ragioni di un tale esito “affondano le radici nel secolo che ci sta alle spalle (quello appunto della massima espansione in potenza dello Stato-nazione e dei suoi apparati della Forza e insieme della sua spettacolare implosione)”, ma “trovano nella cesura – culturale, geopolitica e in qualche misura anche ‘antropologica’ – di fine millennio il proprio detonatore”[4].
La dimostrazione del carattere non contingente e irreversibile di un tale cesura viene affidata a tre argomenti – “tecnologico”, “antropologico” e “geopolitico” – che qui proveremo a passare brevemente in rassegna, limitandoci a segnalarne gli aspetti essenziali.
Per il primo Revelli si dichiara debitore nei confronti di Urlich Beck, in particolare in merito alla definizione della nostra società come “società globale del rischio”[5]. Secondo il sociologo tedesco le più avanzate tecnologie, considerate sotto il profilo militare, presentano caratteristiche e potenzialità del tutto inedite rispetto alle più letali armi del passato (atomiche e biochimiche) e infinitamente più temibili. L’ingegneria genetica, la robotica, la nanotecnologia, infatti, sfuggono al controllo monopolistico di un’autorità centrale. Ciò è dovuto, da un lato, alla facile diffusione e alla continua evoluzione del loro apparato di conoscenze, dall’altro, al fatto che non necessitano della fornitura di materiali e strutture da parte dello Stato, come è accaduto ad esempio per la bomba atomica. E’ all’interno di questa analisi che Beck propone la inquietante categoria di “individualizzazione della guerra”, che mette completamente a nudo l’odierna “impossibilità tecnica di monopolizzare gli strumenti di distruzione di massa”, vanificando di fatto “il paradigma ‘securitario’ della politica moderna, che su quella possibilità di controllo assoluto ed esclusivo delle fonti della violenza da parte del potere sovrano […] fondava per intero il proprio modello di legittimazione basata sull’efficacia”[6].
L’argomento “antropologico” ripropone e riadatta la teorizzazione di Ernesto Balducci intorno alle idee di “città planetaria” e di “uomo planetario”[7]. Quest’ultimo inteso come il soggetto nuovo di una Storia altra, che si è aperta con la frattura radicale nel cammino dell’umanità, dovuta alla minaccia di una sua autodistruzione, divenuta reale con le esplosioni atomiche alla fine della seconda guerra mondiale. Ciò comporta tre tipi di conseguenze: il rifiuto della guerra in quanto “istituzione superata”, la necessità di un diritto e di un’etica di tipo “cosmopolitico” e, soprattutto, il postulato di una “svolta antropologica”, capace di operare il salto “dall’antropologia (ferina e particolare) di quelli che Balducci definisce ‘gli uomini delle tribù’ a quella (pacifica e universale) dell’ ‘uomo planetario’. Di un nuovo tipo ‘umano’ che riconosce nella comunità di destino rappresentata dalla minaccia estrema dell’estinzione il segno ultimo, ed essenziale, dell’unità sostantiva dell’umanità”[8]. Un’unità che rende ogni “comunità parziale” priva di senso, figura anacronistica e asfittica, inadeguata alle sfide del presente. E’ così che la morale e la politica del passato declinano insieme, trascinando nella stessa sorte anche la loro storica separazione. “Inoperosità della politica e obsolescenza della morale, legate entrambe ai vecchi luoghi, alla dimensione spaziale del passato e al vecchio tempo”[9]. Mentre la consapevolezza che l’umanità ha nelle proprie mani il potere di annientarsi deve generare un atteggiamento nuovo, che Balducci chiama “umiltà creaturale”, l’“esatto opposto – commenta Revelli – del superomismo che tenne invece a battesimo il secolo scorso. E che continua pigramente a dominare l’universo mentale dei politici di potere in quello attuale”[10].
Con gli esiti catastrofici – ci sentiamo di aggiungere – che sono sotto i gli occhi di tutti.
Ma se si comprende in che modo “l’argomento tecnologico” (connesso al concetto di “società globale del rischio”) e quello “antropologico” (legato all’idea di “uomo planetario”) rinviino a “quella fondamentale sconnessione spaziale che va sotto il nome di Globalizzazione”[11], ancora più tangibile appare la derivazione da essa dell’ “argomento geopolitico”. Lo “spazio sociale” nuovo, creato dalla globalizzazione, uno spazio senza confini e di grandezza planetaria, comporta infatti la fine di ogni territorializzazione, di ogni spazialità delimitata entro la quale la sovranità moderna poteva stabilmente esercitare il suo dominio e realizzare il suo ordine. Nel sottolineare “il vulnus subìto dalla politica moderna”, Revelli ricorda che proprio la comparsa di uno spazio artificiale, prova concreta della “capacità razionale del Potere di rintracciare i confini, di perimetrare gli spazi dell’ordine e della sovranità”[12], aveva segnato la nascita della statualità moderna provocando una netta cesura con “l’idea arcaica di spazio naturalisticamente connaturato”[13]. Di contro, il mondo attuale “permeabile a mille attraversamenti”, privo com’è del “ruolo immunizzante” del confine, finisce per togliere al Leviatano “gran parte di se stesso” scoprendolo del tutto incapace di contenere il “disordine” e l’ “insicurezza” per mancanza di luoghi in cui esorcizzarli e relegarli. E allorquando si avventura in operazioni di “immunizzazione” - fa notare ancora Revelli – “rischia costantemente di produrre crisi mortali: paragonabili sia per i sintomi che per gli effetti alle patologie che la scienza medica chiama ‘malattie autoimmuni’”[14].
Fin qui l’analisi della postpolitica, tematizzata principalmente come poststatualità, ma il fenomeno può essere letto da un altro versante. Quello della fine delle passioni politiche intrecciate all’ordine mondiale ormai estinto. E’ questo lo sguardo privilegiato da Josep Ramoneda nel suo Dopo la passione politica, in cui invita a considerare preliminarmente le origini del “dopo” prima di descriverne le manifestazioni mature, osservabili oggi. In realtà egli ritiene che la fine della politica non sia stata improvvisa: “le passioni politiche sonnecchiavano già da tempo nell’Europa occidentale. Negli anni Settanta, un vero cimitero degli elefanti, trovano sepoltura tutte le grandi cause globali. La violenza terroristica degli anni di piombo (come vengono definiti in Italia) chiude l’orizzonte rivoluzionario. La guerra del Vietnam seppellisce molte illusioni anche negli Stati Uniti: almeno un paio di generazioni perdono in quell’avventura la fede nel destino del loro grande paese. La militanza si decanta verso cause più concrete: il femminismo, l’omosessualità, i diritti civili, la difesa dei senza tetto e dei sans papier, l’antirazzismo. Le cause si diversificano senza che i loro interessi debbano coincidere per forza. Quando la guerra fredda entra nella fase decisiva della resa dell’avversario, la politica ha ormai perso ogni incanto, esaurita l’epica della grande trasformazione sociale”[15].
All’epoca delle passioni e degli scontri ideologici ha fatto seguito quella dell’ubriacatura neoliberista, del mercato totalitario, del “pensiero unico” con i mistificanti corollari della “fine della storia” o della assolutizzazione del modello di civiltà risultato vittorioso. Sull’onda di questa nuova retorica tutt’altro che pacifica si è propagandato il principio dell’esportabilità della democrazia, intesa come ordinamento il cui brevetto sarebbe saldamente e indiscutibilmente in possesso dell’unica potenza di dimensioni mondiali rimasta sulla scena del globo[16].
Ed ecco riapparire sia all’interno che all’esterno delle società occidentali una nuova figura di nemico.Venuta meno con il crollo del comunismo sovietico la vecchia dinamica amico/nemico legata alla guerra fredda, “L’Occidente si è impegnato a costruire un nuovo nemico, perché la paura è sempre di grande aiuto a chi governa. Il nemico è l’altro, colui che mette in pericolo la propria medesimezza, che la minaccia sia reale o semplicemente indotta”[17].
Sull’utilità della paura per il potere non manca di soffermarsi Bauman, nel suo Vite di scarto, quando affronta le “funzioni” che, loro malgrado, svolgono nelle società globalizzate alcune categorie di persone – immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, sfollati – le quali da “vittime della vittoria planetaria del progresso economico”[18], quali sono, vengono trasformate in facili e comodi bersagli. Quasi fossero “arruolate per contribuire ai tentativi dei governi di riaffermare la propria autorità erosa e indebolita”[19]. Spiega Bauman: “I governi, spogliati di gran parte delle loro capacità e prerogative sovrane dalle forze della globalizzazione che non sono in grado di contrastare – e meno ancora di controllare -, non possono far altro che ‘scegliere con cura’ i bersagli che sono (presumibilmente) in grado di sopraffare e contro cui possono sparare le loro salve retoriche, e gonfiare i muscoli sotto gli occhi dei loro sudditi riconoscenti”[20].
A questo punto possiamo osservare che l’individuazione o l’invenzione di nuovi nemici non è solo necessaria alla strategia d’imposizione di un nuovo ordine mondiale, come già rilevato, ma è anche e simultaneamente, all’interno dei singoli Stati appartenenti al mondo sviluppato, uno strumento per affermare la propria sovranità di fatto ridotta. Il vero “scopo dell’operazione” – avverte Bauman – è quello di “rafforzare (recuperare? ricostruire?) i muri muffi e scrostati che dovrebbero proteggere la venerata distinzione tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’, in un mondo in via di globalizzazione che la rispetta poco o per nulla, anzi la viola abitualmente”[21].
Ancora a Ramoneda dobbiamo un’ulteriore precisazione circa la figura del nuovo nemico in un senso che potremmo definire astratto e metafisico. Esso non si identifica con l’islamismo, secondo quanto potrebbe banalmente apparire, bensì con un soggetto più generico e più funzionale: il barbaro. “Chi è il barbaro? Il barbaro è colui che rifiuta quel modello liberal-democratico il cui trionfo, per Fukuyama, sarebbe il passo finale della storia. Se la storia finisce, è perché non ci sono modelli alternativi possibili. Chi non si adatta al modello trionfante rimane tagliato fuori dalla realtà politico-sociale. O non ci è ancora arrivato – barbarie di colui che è in ritardo all’appuntamento finale – o non ci arriverà mai – barbarie dell’eternamente primitivo, che si lascia sprofondare nel regno delle tenebre. Col che la politica si può tranquillamente abolire per mancanza del nemico. Dato che il barbaro non è un’alternativa possibile, ma un puro e semplice ritardo, rimangono aperte solo due possibilità: o si adatta progressivamente, o rimane escluso per sempre” [22].
Ma come avviene la legittimazione del barbaro? Come si definisce il suo status? La risposta a queste domande chiama in causa l’uso cinicamente strumentale del diritto e dell’etica. La legittimazione, infatti, è fornita dalla “dottrina dei diritti umani, regole del gioco universalmente sacralizzate – attraverso il ruolo delle Nazioni Unite – e mai rispettate. Barbaro è chi esagera nella violazione dei diritti umani. Quando Javier Solana, – fa notare Ramoneda – nel suo ruolo di segretario generale della Nato, difende l’intervento in Kosovo perché ‘lo si è fatto in nome dei princìpi’, e a sostegno di questa tesi fa osservare che in quella zona non c’è petrolio né alcun altro interesse spurio, si avventura su un terreno estremamente delicato: la politica come continuazione dell’etica con altri mezzi. La scelta del nemico viene posta nei termini del bene e del male”[23]. In questo modo assistiamo a una sorta di slittamento del piano dei diritti a quello dei valori. Qual è la vera portata di questa rappresentazione? Vale la pena chiederselo, tanto più che si tratta di una strategia impiegata, in questi anni, su vasta scala: dall’America di Bush all’Inghilterra di Blair, con il tentativo di coinvolgere il resto dell’Europa. A fare da sfondo sempre l’appello alla lotta al terrorismo, mentre l’obiettivo più o meno dichiarato sembra quello di fare dell’Occidente una fortezza chiusa a difesa di valori presuntamene esclusivi, superiori e contrapposti nei confronti di altre civiltà. E’ in quest’ottica che diviene possibile sospendere o annullare, a colpi di Patriot Act, i diritti affermati nelle Costituzioni democratiche e garantiti da Dichiarazioni e Convenzioni di carattere universale. E, quel che è più inquietante, si può rintracciare in tutto ciò un significato sotterraneo: “sembra quasi che si stia avviando una rivincita da lungo tempo attesa” - suggerisce Stefano Rodotà -, mentre si domanda se abbia qualche ragione l’idea che stia tramontando quella che Norberto Bobbio ha chiamato “l’età dei diritti” per fare posto a una presunta “età dei valori’’[24]. La risposta sta nello smascherare questa falsa idea, che attualmente viene comunicata con fin troppa “insistenza” e persino con “aggressività”, e nel respingerla per almeno due motivi. Il primo è che “il fondamento del diritto e dei diritti” è posto chiaramente “nel forte sistema dei valori reso esplicito dalle costituzioni del Novecento”. Il secondo è che “la contrapposizione dei valori ai dritti rivela l’intenzione di sostituire un diverso insieme di valori a quello finora prevalente, con in più un sostanziale azzeramento della dimensione dei diritti”[25].
In realtà, il tentativo è quello di far accettare una visione “bellicosa e autoritaria, che separa i diritti da valori che dovrebbero essere imposti con qualsiasi mezzo”[26].
Oggi è questo il nuovo terreno ideologico per la conversione della guerra in guerra santa. Le insegne della civiltà contro le minacce della barbarie per il compimento della sacra missione di esportare la democrazia. La società postpolitica si scopre così perennemente in guerra contro nemici che non danno tregua, additati di volta in volta come rischio totale. E l’opinione pubblica, spoliticizzata e impaurita, convinta della necessità di intervenire in difesa di valori sacri e inviolabili in quell’altrove terrificante che il potere mediatico – economico - politico s’incarica di agitarle dinanzi, accetta sempre più facilmente e senza grandi scotimenti di vivere in condizioni di illibertà e di censura che violano quotidianamente in patria i princìpi che con la forza delle armi si convertono in prodotti di esportazione.
Tuttavia un tale quadro non riuscirebbe a giustificare la nostalgia dei conflitti e delle tensioni del passato. Sarebbe una scelta irresponsabile, una posizione sterile, del tutto inadatta a comprendere il presente nelle sue possibilità inesplorate e potenzialità già da qualche parte affioranti. Ciò che va verificato invece è se una rinnovata dimensione politica e una democrazia commisurata alla società globale siano oggi non solo desiderabili ma possibili e praticabili, se vi sia spazio, per dirla con Revelli, per una “politica del futuro”. Ritorneremo in conclusione su questo interrogativo, possiamo però fin da ora anticipare la direzione del discorso esprimendo un convinto accordo con il punto di vista del sociologo inglese Colin Crouch, quando pone in risalto che “l’errore fondamentale è ritenere che, poiché la maggior parte delle persone ha perso interesse per la politica, in qualche modo il potere politico tenda a svanire e nessuno lo voglia o ne faccia uso”[27].





La postdemocrazia e le sue sfide



Useremo il termine postdemocrazia secondo il significato indicato da Crouch e, al fine di evitare gli equivoci che sempre accompagnano l’utilizzo del prefisso post, faremo ricorso a due sue puntualizzazioni. La prima offre una chiara lettura della dimensione postdemocratica: “mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore – e oggi in qualche misura sono anche rafforzate -, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica; una conseguenza importante di questo processo è la perdita di attrattiva, sempre più accentuata, da parte di argomenti a favore dell’egualitarismo” [28]. La seconda pone l’accento non tanto sugli aspetti predemocratici (“Almeno nelle società occidentali, il potere privato non sottoposto a regole era una caratteristica delle società predemocratiche”[29]), quanto sui “cambiamenti”. Questi “ci portano oltre la democrazia, verso una forma di sensibilità politica più flessibile rispetto alle contrapposizioni che hanno prodotto i pesanti compromessi di metà Novecento. In certa misura siamo andati oltre l’idea di governo del popolo per sfidare l’idea di governo tout court. Ciò si riflette nel cambiamento di senso del concetto di ‘cittadinanza’” [30].
Come è osservabile, il “post” segnala un alto tasso di complessità che non consente anzi scoraggia qualsiasi reductio ad unum. C’è il declino ma, unitamente a esso, qualcosa di nuovo, e c’è dell’altro: “alcune cose iniziano di nuovo ad avere l’aspetto che avevano nel periodo 1 (= pre)”[31]; nel contempo si conservano segni visibili del periodo culminante della trasformazione democratica della società.
Il tutto rinvia al concetto di cittadinanza, al quale Crouch dedica una parte centrale delle sue riflessioni. Ne sintetizziamo un passaggio molto significativo: la distinzione tra due differenti modi in cui si può praticare la cittadinanza.
Uno è l’approccio attivo, che si configura “quando gruppi e organizzazioni di persone sviluppano insieme identità collettive, ne percepiscono gli interessi e formulano autonomamente richieste basate su di esse che poi girano al sistema politico”[32]. L’altro è quello passivo, che si riscontra “quando lo scopo principale della discussione politica è vedere i politici chiamati a render conto, messi alla gogna e sottoposti a un esame ravvicinato della loro integrità pubblica e privata”[33]. Premesso che “entrambi questi approcci” sono necessari per la democrazia, il Nostro rileva l’attuale prevalere di quello negativo, giudicandolo un dato preoccupante. Per il fatto che in esso è insita “l’idea che la politica sia essenzialmente un affare che riguarda le élite”, di conseguenza alla massa non rimane che il ruolo di chi osserva, accusa e “si arrabbia quando scopre che hanno commesso un errore”[34]. Rientrano quindi tra i paradossi della odierna esperienza politica i seguenti casi: tutte le volte che contribuiamo e assistiamo con compiacimento alle dimissioni di un politico incriminato o colto in fallo, “diventiamo conniventi con un modello che considera il governo e la politica come un affare riservato solamente a piccoli gruppi decisionali di élite”[35]. Finiamo così per avallare un tipo di sistema in cui, non potendo più esprimere “energie creative”, ci accontentiamo di un ruolo limitato e tutto sommato passivo. Analogo è il caso in cui veniamo persuasi, inseguiti da messaggi manipolatori, corteggiati, “convinti ad andare a votare” con “tecniche” e “meccanismi […] sempre più sofisticati”. Questa modalità di comunicare e di rivolgersi ai cittadini, infatti, contiene un’ambiguità di fondo: da un lato non può considerarsi “non democratica o antidemocratica, perché proviene in gran parte dalla preoccupazione dei politici verso la relazione con i cittadini”[36]; dall’altro, non la si può riconoscere democratica dal momento che costringe “a una partecipazione manipolata, passiva e rarefatta”[37].
Le stesse consultazioni elettorali risultano ridimensionate, pur conservando il carattere di elemento indispensabile per identificare un sistema democratico. Si osservi – ci suggerisce Crouch – ciò che accade nella cosiddetta “democrazia liberale”, una forma di governo che ha la sua piena espressione negli Stati Uniti e che intende proporsi oggi come modello democratico più aggiornato ed efficace. “In base a questo modello, anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi”[38]. Insomma ai cittadini non rimane che “un ruolo passivo”, intanto “la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici”[39].
Crouch chiama “minimalista” questa democrazia perché si accontenta di “standard minimi”, senza neanche aspirare ad approssimarsi all’ideale della partecipazione più estesa possibile. Questa tendenza ha le sue ragioni (complesse) in alcuni processi tra cui “la globalizzazione economica” sembra essere il più decisivo. E qui viene rimarcato il ruolo delle “grandi multinazionali” che “hanno spesso superato la capacità di amministrazione di singoli Stati nazionali”[40]. In definitiva – conclude il Nostro –: “Che sia o meno un’esagerazione, la globalizzazione contribuisce chiaramente a limitare la democrazia, un sistema che ha difficoltà ad affermarsi fuori dai confini nazionali”[41].
Quelli fin qui illustrati sono alcuni degli indicatori della curva discendente della parabola democratica, ma ciò che va meglio esplicitato è l’intento del sociologo inglese. Egli non si propone affatto di decretare la fine della democrazia bensì di dimostrare che sono possibili “nuove fasi di crisi e di cambiamento che consentano un nuovo impegno o […] l’emergere all’interno del sistema esistente di nuove identità in grado di mutare le forme della partecipazione popolare” [42]. E insiste nel sostenere che queste “possibilità sono concrete e importanti”, anche se non sarà breve la “condizione di entropia della democrazia”[43], vista l’entità delle trasformazioni avvenute negli ultimi venti-trent’anni e la natura dei processi in atto. Occorre rendersi conto delle ragioni che hanno portato agli esiti attuali, per comprendere la fine di un trend e l’avvio di una nuova fase piena di ostacoli ma anche di potenzialità da sviluppare.
La vicenda democratica viene perciò ripercorsa lungo un arco di tempo che va dagli inizi del ventesimo secolo fino ad oggi, rievocando i momenti ascendenti con gli elementi di sviluppo e di espansione che li hanno accompagnati, per meglio scandagliare la fase discendente caratterizzata dal venir meno proprio di quegli elementi e insieme dalla comparsa di aspetti inediti. Un punto fermo dell’excursus è la constatazione che “nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale e in America settentrionale la fase democratica è iniziata intorno alla metà del XX secolo: poco prima della seconda guerra mondiale negli Stati uniti e nei Paesi scandinavi; subito dopo in molti altri Paesi”[44]. Ciò si è verificato in una congiuntura favorevole, in cui erano stati sconfitti il nazismo e il fascismo, “ultimi grandi movimenti di resistenza alla democrazia”, e nel contempo si poteva contare su “un grande sviluppo economico che rese possibile realizzare numerosi obiettivi democratici”[45]. Restano naturalmente fuori da questa visione i Paesi dell’Europa dell’Est, che presentano un iter molto diverso in ragione soprattutto della loro inclusione nell’orbita socialista sovietica. Del resto si registrano peculiari articolazioni nei percorsi seguiti sia da Paesi come la Francia e l’Italia (connotati da “... un’ambigua combinazione tra concessioni alle richieste della classe operaia per rendere meno attraente il comunismo ed esclusione dai governi per i principali partiti dei lavoratori, perché erano comunisti.” [46]) sia dai Paesi iberici e dalla Grecia. Questi ultimi per essere diventati democratici solo negli anni Settanta, dopo l’estinzione dei rispettivi regimi autoritari.
Ma, a prescindere dagli opportuni distinguo, è possibile fornire un paradigma dell’ascesa della democrazia, così come si è storicamente determinata nelle società che ne hanno fatto la più matura esperienza?
La risposta di Crouch è inequivocabile: approccio keynesiano alle politiche economiche e compromesso fordista sono stati gli ingredienti essenziali di quella formula. L’equilibrio tra interessi economici e poteri politici che ne risultò viene così descritto: “In cambio della sopravvivenza del sistema capitalistico e del generale acquietarsi della protesta contro le disuguaglianze da esso prodotte, gli interessi economici impararono ad accettare certi limiti nell’uso discrezionale del potere. La forza politica democratica concentrata a livello dello Stato nazionale fu in grado di garantire il rispetto di questi limiti, in quanto le aziende erano in gran parte subordinate all’autorità degli Stati nazionali” [47]. Mentre il rapporto tra multinazionali e potere politico che si osserva nell’attuale società globalizzata non prevede alcun tipo di subordinazione, tende a eliminare ogni forma di controllo e rende obsoleta se non del tutto improponibile l’imposizione di limiti. Per esemplificare nella maniera più efficace e facilmente riscontrabile sul piano della esperienza: “I membri dell’élite delle multinazionale non fanno niente di così eclatante come toglierci il diritto di voto […] ma si limitano a far presente al governo che se continua a tenere in piedi, poniamo, un sistema esteso di diritti dei lavoratori, smetteranno di investire in quel Paese. I principali partiti locali, nel timore di veder attuato quel bluff, dicono agli elettori che la legislazione del lavoro è datata e va riformata. L’elettorato, che sia conscio o meno della deregulation proposta, vota per quei partiti, data la scelta piuttosto limitata. A questo punto si può dire che la deregulation del mercato del lavoro è stata scelta liberamente attraverso il processo democratico” [48].
Per il dibattito provocato in Italia dalle tesi di Crouch vale la pena ricordare le posizioni espresse da Giulio Bosetti e da Rossana Rossanda.
Secondo Bosetti, l’intenzione di Crouch è quella di “mettere uno stop agli assalti alla cultura da cui la democrazia è venuta fuori. Crouch è un sociologo inglese che ha studiato l’Europa e vede nel disprezzo per l’uguaglianza un segno dei tempi da prendere sul serio perché è un termometro del declino della democrazia. La parola stessa, postdemocrazia, contraddice l’idea corrente che le sorti della formula politica di maggior successo nel mondo siano magnifiche e progressive”[49]. Rossanda condivide l’analisi di Crouch e sottolinea che “la nostra democrazia non è più una società di ‘libres et égaux en droits’, è un insieme di elettori che delegano potere al ceto politico di elezione in elezione. A sua volta il vertice politico, sciolto da impegni e spese sociali secondo la regola ‘meno stato più mercato’ si va trasformando in una sorta di consiglio di amministrazione di un paese concepito come un’azienda” [50].
C’è da chiedersi come affrontare la “la parabola democratica”. Smascherare l’inganno delle “magnifiche sorti e progressive”, e poi? Sappiamo che non possono bastare la consapevolezza critica e il suo esercizio per superare una crisi in cui la rappresentanza e la partecipazione sono vanificate dal potere delle lobby, dalla deriva populista dei leader e dalla funzione neutralizzante dei sondaggi [51].
Non mancano nel discorso di Crouch, come poc’anzi abbiamo anticipato, alcune proposte operative e alcuni precisi avvertimenti: lavorare con i partiti, sia pure “criticamente e ponendo delle condizioni” (“perché nessuno dei loro sostituti postdemocratici può sostituirne la capacità di portare avanti politiche egualitarie”[52]); non sottovalutare i nuovi movimenti, come i no-global, “poiché possono essere portatori della futura vitalità della democrazia”; “ma anche lavorare con le lobby delle organizzazioni consolidate e di quelle dedite a nuove cause, poiché la politica postdemocratica funziona attraverso le lobby” [53].
In particolare, egli indica pragmaticamente tre direzioni da seguire per contenere e invertire le tendenze postdemocratiche: “la prima, politiche che taglino le unghie alle élite economiche più aggressive e invadenti; la seconda, politiche che riformino la classe politica stessa; la terza, iniziative rivolte direttamente ai cittadini. […] Va escogitato un compromesso, geniale come fu quello escogitato da Keynes e Beveridge, e questa volta bisogna scendere a patti non più con il capitalismo industriale ma con quello finanziario globalizzato. Servono dunque nuove regole per prevenire o contenere i flussi di denaro tra partiti, gruppi di consulenti e lobby. Sul finanziamento legale dei partiti, Crouch appoggia la proposta di Philippe Schmitter: una somma fissa sul reddito di ciascun cittadino viene assegnata al partito politico scelto ogni anno dal cittadino stesso (il che vale anche per finanziare associazioni e gruppi di interesse). Un’altra proposta si ispira alla cultura ‘deliberativa’, vale a dire alle teorie che valorizzano la discussione pubblica tra i cittadini: istituzione di un’assemblea, da mettere in carica per un mese, di persone estratte a sorte per esaminare un piccolo numero di disegni di legge loro sottoposti da una minoranza (un terzo) del Parlamento. […] Ma – sottolinea Giulio Bosetti – la premessa di ogni azione di contenimento della postdemocrazia è che si rimettano sobriamente in valore le idee egualitarie e liberali che portarono a inventare il diritto di voto…” [54].
In altri termini è l’idea di cittadinanza che va rigenerata, sulla base dell’irrinunciabile coniugazione dei due principi di uguaglianza e di libertà, non sottovalutando e contrastando l’operazione cultural–comunicativo-ideologica che ha portato nell’ultimo ventennio al logoramento, se non alla liquidazione, dell’uno e al corrompimento dell’altro.
L’attacco alla essenziale natura egualitaria della democrazia è stato continuo e martellante e operato su tutti i piani della vita pubblica e dell’organizzazione sociale. Ci limitiamo solo a ricordare l’offensiva del mondo economico e delle cosiddette “aziende globali”, le quali hanno deformato e “continueranno a deformare ogni onesto dibattito politico democratico gettando sul piatto le loro affermazioni, per cui esse non sarebbero in grado di operare con profitto se non in regime di deregulation e svincolate da criteri di welfare e redistribuzione del reddito” [55].



3. La cosmocittadinanza come risposta alla cosmocrazia


Dobbiamo a Fatema Mernissi e al suo affascinante viaggio attraverso il “Marocco civico” la scoperta di una nuova specie di cittadini e di cittadine: i Cosmocivici. Chi sono? Ecologisti, artiste/i, insegnanti, antropologi, geografi, artigiani, editori/trici, attivisti dei diritti umani, tessitrici, nomadi, contadine/i, commercianti, “intellettuali tornati nel loro luogo di nascita come attori della società civile moderna”: tutte persone che dai souk o dalle oasi si collegano attraverso Internet e le TV satellitari al resto del mondo, usano l’inglese come lingua mediatica internazionale e allo stesso tempo sono impegnati nel custodire l’integrità del territorio, nel promuovere il valore di tradizioni come la tessitura e la calligrafia, nel dare soluzione, associandosi nelle ONG, a problemi come portare l’istruzione, l’energia elettrica o l’acqua potabile in villaggi sperduti, lottare contro la desertificazione, salvare i siti preistorici.
La Mernissi ha voluto chiamarli Cosmocivici “per contrapposizione a coloro che due giornalisti della rivista inglese The Economist, John Micklethwait e Adrian Wooldrige […] hanno battezzato ‘Cosmocrati’”[56]. Il futuro della democrazia non sarebbe quindi esclusivamente nelle mani di élite che difendono i propri privilegi su scala mondiale, ma potrebbe godere del potenziale di creatività di una categoria di soggetti che comunicano a livello globale e operano a livello locale: “Il Marocco che vi propongo di scoprire è soprattutto quello dei giovani rurali, quello delle montagne (Alto Atlante) e dei deserti (Figuig e Zagora), abitato da una gioventù che si dà da fare, che utilizza Internet e l’energia solare molto più che cittadini che abitano a Casablanca” [57].
Ecco un modo di trarre beneficio dalla globalizzazione attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, una rivoluzione che la sociologa di Rabat considera “prodigiosa” perché “ha permesso ai più svantaggiati e agli esclusi di accedere alla parabolica, che li connette con i satelliti, il telefono e gli Internet café dove possono navigare in rete” [58].
Ma il merito di questa trasformazione non va solo alla innovazione tecnologica. Nel nuovo “Marocco civico”, all’interno del quale veniamo condotti e guidati, si registra un grande risveglio della società civile. Associazionismo e solidarietà creano uno spazio comunitario in cui, ad esempio, può accadere che nella città di Essaouira sia “la società civile a prendere le difese delle donne che arrivano alla pittura passando per la tradizione artigianale del tappeto. Come dimostra il caso di Regraguia Benhila […] le donne proletarie che vogliono affermarsi nello spazio pubblico non hanno più bisogno dell’appoggio patriarcale – marito, figlio o padre che sia – per accedere alle gallerie d’arte. Sono stati i giovani delle associazioni di Essaouira a mobilitare la città per riuscire a pagare l’affitto di Regraguia e impedire che venisse sfrattata dallo studio che occupava” [59].
L’esperienza di questa donna, come quella di altre passate con successo dalla tessitura alla pittura rappresenta una clamorosa smentita degli stereotipi più radicati. Mernissi ne elenca sette, sollecitandoci a liberarcene se vogliamo davvero seguirla nel suo viaggio:
“Stereotipo n. 1: i cambiamenti si producono più al centro che alla periferia.
Nel Marocco civico che cerco di descrivervi […] ci sono più cambiamenti nei paesini dell’Alto Atlante e del deserto di Zagara e Figuig, che nelle metropoli come Casablanca o Rabat. […]
Stereotipo n. 2: l’istruito Occidente tecnologicamente avanzato è superiore a un Oriente indebolito dall’analfabetismo e fermo all’Età della pietra.
Nel Marocco civico, i figli delle tessitrici analfabete fanno meraviglie con Internet. Che sia perché tessere un tappeto, e cioè realizzare un progetto labirintico, richiede la più assoluta concentrazione? […]
Stereotipo n. 3: i laureati producono più ricchezza degli analfabeti.
Nel Marocco civico, dove i media non sono focalizzati ossessivamente sulle élite aristocratiche urbane, il contributo delle donne analfabete alla ricchezza nazionale è più evidente; in particolare, per quanto riguarda i tappeti, fonte costante di valuta estera per lo stato marocchino. […]
Stereotipo n. 4: una persona è ricca se ha denaro.
Nel Marocco civico, il più ricco è chi padroneggia meglio l’arte della comunicazione. […]
Stereotipo n. 5: il conflitto tra uomini e donne è eterno.
Nel Marocco civico dei centri di ascolto e degli Internet café, uomini e donne si aiutano l’un l’altra e cooperano per inventarsi un futuro in cui la solidarietà sia la regola del gioco. […]
Stereotipo n. 6: la biculturalità del Marocco (arabo e berbero) è uno svantaggio.
Nel Marocco civico, al contrario, la nostra diversità è una ricchezza, perché esplorando i nostri due poli culturali e facendo meraviglie con le nostre due lingue nazionali, l’arabo e il berbero, diventiamo i grandi comunicatori che la globalizzazione pretende. Ho scoperto che gli abitanti dell’Alto atlante e del deserto, persone che padroneggiano fin dall’infanzia arabo e berbero, imparano da soli le lingue straniere con una facilità incredibile […].
Stereotipo n. 7: non pronunciate più la parola ‘berbero’, ma sostituitela con ‘amazigh’.
Perché? Perché la parola ‘berbero’ è carica di xenofobia […], ‘amazigh’ ha invece una connotazione positiva, perché in tifinagh, l’antica lingua del Nord Africa, significa ‘uomo libero’” [60].
Ciascuno ci questi stereotipi, come accennato poc’anzi, viene sfatato da una o più storie narrate nel libro, e l’Autrice è estremamente scrupolosa – oltre che come sempre ironica e provocatrice secondo lo stile che la contraddistingue – nel fornirci anche numeri di cellulare e e-mail delle persone e delle associazioni incontrate. Il volume inoltre è arricchito da foto, cartine, illustrazioni che ne fanno una vera guida per un “turismo civico” piuttosto che un convenzionale rapporto di ricerca. In questo modo, per esemplificare, ci viene fatto scoprire che “i montanari di Ait Iktel, paese a cento chilometri da Marrakech, hanno ricevuto un premio per la vendita di prodotti su Internet; che a Zagora, l’ADEDRA (Associazione per lo sviluppo della vallata del Dra) sta facendo formazione ai giovani perché possano a loro volta educare i turisti a proteggere le gazzelle e i siti preistorici; che a Figuig […] Mustapha Boujrad ha aperto un sito web per promuovere il turismo ecologico” [61]. Quale il segreto di queste iniziative, che paiono avere un notevole successo? La risposta di Alì Amahane, capo dipartimento dell’Agenzia per lo sviluppo sociale è che: “quando un gruppetto di cittadini partecipa a tutte le tappe di un progetto, dalla sua concezione fino alla ripartizione dei compiti di manutenzione, riesce a far miracoli” [62]. E la sociologa si fa interprete di questo pensiero, commentando: “Per Amahane, le cose funzionano quando la gerarchia a struttura verticale, quella che piazza un capo sul piedistallo e il resto del gruppo ai suoi piedi, viene rimpiazzata da una struttura orizzontale, nella quale il capo si pone allo stesso livello degli altri membri” [63].
Ma è a Zagora che Fatema Mernissi rimane letteralmente “stregata dai Cosmocivici” in veste di “leader che sanno ascoltare” [64]. Qui conosciamo, tra gli altri, Bannour, che ha realizzato il suo sogno di allestire un atelier-museo per dedicarsi alla creazione, alla comunicazione e alla conservazione di oggetti di arte antica. E’ lui a spiegare, nel corso dell’intervista, il ruolo degli “intellettuali tornati nel loro luogo di nascita come attori della società civile moderna”, decisi a sfruttare tutte le potenzialità positive delle nuove tecnologie della comunicazione, come la parabolica che ha dato a lui e ad altri artisti isolati la possibilità di uscire dalle “periferie marginalizzanti” e di avere accesso a mostre, gallerie, istituzioni culturali ed artistiche. “E’ stato quest’accesso – afferma - a darmi la forza e a portare a galla la fiducia nella mia personale forza creatrice” [65]. D’altra parte il fatto che ogni componente di una famiglia cominciava ad avere, negli anni Novanta, la sua televisione satellitare ha introdotto elementi di individualismo e di divisione prima inesistenti. Mentre Zagora, proprio perché “sospinta […] dalle nuove tecnologie digitali in una improvvisa modernità”, aveva bisogno di “agenti che ridinamizzassero le solidarietà di gruppo”. Di questo bisogno si sono fatti interpreti gli intellettuali rientrati. “Di qui – sottolinea l’A. – il successo di associazioni come l’ADEDRA, in cui nuovi leader […] dimostrano che si accede al potere ascoltando gli altri e non dettando loro ordini ”[66].
Non è possibile riportare qui tutti gli esempi di “felice coincidenza tra satellite e dinamica civica”, ma è importante segnalare la scoperta di un nuovo tipo di leadership.
Che non sia anche questa una via, desiderabile e possibile, di ritorno della politica e di riqualificazione della democrazia?
Con Fatema Mernissi, come si è visto, diventiamo esploratori/trici di altri mondi possibili. Impariamo a riconoscere i pregiudizi che di solito ci guidano nella conoscenza della realtà e a superare le resistenze nel rapportarci agli altri. Il viaggio attraverso un Marocco non turistico è un espediente per farci uscire dalle nostre cornici abituali, da nostro “campo o matrice percettivo-valutativa”, una strategia di apprendimento dell’“arte di ascoltare/osservare”, che si propone di ottenere da noi un “Cambiamento” significativo [67].
E’ importante adottare questa metodologia se non si vuole restare impigliati nella trappola di visioni parziali e legate a una centralità improponibile nel mondo attuale.
Figure di cittadinanza, quelle messe in luce dalla sociologa marocchina, che non a caso richiamano alla mente le riflessioni del premio nobel per l’economia, Amartya Sen, sulla democrazia e sull’ “indebita appropriazione che ne ha fatto l’Occidente”, soprattutto a causa di “una grave disattenzione per la storia intellettuale delle società non occidentali”.[68]
E ancora, nelle pagine di Karawan ci è sembrato di trovare una risposta alla domanda di Bauman: “Diventare universali o lasciarsi globalizzare?” [69]. Il termine “universale”, secondo Bauman, rivela oggi una completa ed esclusiva appartenenza al passato, “al pensiero proto e classico moderno”, quando “annunciava […] la volontà di cambiare e rendere migliore il mondo, di diffondere il mutamento e il progresso a una dimensione globale, cioè all’umanità intera”. Era una parola che esprimeva “speranza”, “intenzione”, “determinazione”; ora, invece, il significato di “globale” si riferisce non a qualcosa che si vuole raggiungere o intraprendere con spirito d’iniziativa, bensì a ciò che si subisce, “agli effetti globali” di qualcosa di non voluto, frutto di “forze anonime”, che operano “al di sopra delle capacità che ciascuno di noi ha di progettare e agire”[70]. In alternativa, osiamo osservare, sono proprio le capacità di “progettare e agire” il punto di forza, la leva che mostrano di possedere i Cosmocivici di Fatema Mernissi. In questo senso, essi dichiarano con le loro pratiche che non è ineluttabile il destino di passività a cui sembra condannata la cittadinanza nelle società globalizzate e che vi sono altre possibilità che vale la pena sperimentare.
Volendo applicare la categoria di cosmocittadinanza ad altre realtà, potremmo riscontrarla questa volta in un’esperienza di resistenza[71], in atto in alcuni territori dell’India, anch’essa carica di uno speciale potenziale politico e democratico.
E’ Arhundati Roy, la scrittrice indiana impegnata nel difendere il suo Paese dagli interventi distruttivi delle multinazionali, a parlarcene e a fornircene un’interessante chiave interpretativa. Il caso riguarda la lotta dei contadini della Valle del Narmada contro la costruzione della diga, da cui conseguirebbero per loro deportazione e miseria, per la natura maggiore squilibrio e nuove catastrofi. “Quel che sta accadendo al nostro mondo è quasi troppo grande perché la ragione umana possa contenerlo. Ma è una cosa terribile, terribile. Osservarne il profilo, la circonferenza, cercare di definirlo, e al tempo stesso lottare contro tutto questo, è impossibile. L’unico modo per combatterlo è condurre lotte specifiche su questioni specifiche. Un buon posto per cominciare sarebbe la Valle del Narmada. Attualmente, l’unica cosa al mondo che valga la pena di globalizzare è il non conformismo. Il non conformismo delle scelte. Il non conformismo dell’immaginazione.
Voi lo incontrerete nella Valle del Narmada. Le frontiere sono aperte. Venite”[72].
Con questi esempi non si pretende di offrire una dimostrazione della soluzione del problema, tuttavia non si può fare a meno di notare come le sfide lanciate dalla postdemocrazia vengano in qualche modo raccolte. Talvolta con risultati che non vanno minimizzati, anche se non siamo in grado di misurarne né di prevederne l’effettiva fecondità, la forza trasformatrice, gli esiti durevoli. Una difficoltà di misurazione e di previsione che è tipica della complessità del nostro mondo e ha a che fare con il suo inesorabile corollario d’incertezza.
Intanto non è escluso, anzi è possibile, che attraverso queste esperienze si faccia strada “un nuovo paradigma politico”. In particolare, il variegato laboratorio civico descritto in Karawan presenta, a nostro parere, più di una convergenza con “il concetto di subpolitica (subpolitcs) introdotto da Beck […]: un termine […] che rinvia alle categorie della relazionalità e dell’orizzontalità” [73]. E che rompe radicalmente con la concezione verticale moderna, basata sul dominio dall’alto e sulla forza come la sola formula di governo decisiva e risolutrice. Inoltre la pregnanza del concetto è felicemente contenuta – come ricorda Revelli - “nelle pratiche diffuse a livello mondiale da parte dei nuovi movimenti e di inedite forme di organizzazione (Greepeace, Robin Wood, Amnesty International, Terre des Hommes… l’Onu ne ha censite circa 50.000)”[74]. Per Beck si tratta di una figura nuova della cittadinanza e della politica, capace di coniugare insieme i bisogni degli individui e le istanze collettive, due dimensioni che la “prima modernità” ha concepito in irriducibile contrasto tra loro e che “la politica della seconda modernità” interpreta in un modo profondamente diverso. Essa infatti non intende più l’organizzazione quale “contenitore di potenza”, ma dà vita a “sistemi reticolari, relazionali, cooperativi entro spazi trans-borders, non più segnati dalle scansioni artificiali della obsoleta geografia politica…” [75].
Pertanto, nella prospettiva del sociologo tedesco, l’erosione dei confini dei vari Leviatani e i nuovi sistemi di connessione non rappresentano soltanto il segno di un’irrevocabile crisi del vecchio paradigma, ma diventano i prerequisiti di quella che si delinea come una “cittadinanza globale” [76].
Un futuro per la politica, dunque, ossia una sua riconfigurazione all’altezza dei processi di cambiamento in atto e dei problemi evidenziati dalla postdemocrazia, non solo appare possibile ma si può ritenere in qualche misura insito in alcune nuove figure di democrazia. L’orizzonte delle paure, delle solitudini e degli integralismi forse ha buone probabilità di essere superato, a patto che lo sguardo sulla realtà sia il più ampio possibile e che l’esperienza del confronto, dello scambio e del dialogo sia praticata con insistenza. Insomma l’idea che solo a pochi è dato governare la complessità e che il potere si vada fatalmente accentrando nelle mani di potenti élite, parallelamente alla frammentazione delle nostre esistenze e alla crescente incontrollabilità dello spazio globalizzato, può essere messa in discussione da nuove forme di aggregazione, di responsabilizzazione e di partecipazione.
In un certo senso la crisi della politica presenta forti analogie con la crisi della scienza. Entrambe queste attività umane hanno mostrato, nel passaggio alla postmodernità, i limiti della razionalità da cui erano mosse, vivendo una “crisi di legittimazione” per molti versi simile. In ambito scientifico, per segnalare la discontinuità con il modello precedente si è introdotto il concetto di “scienza post-normale”. Con esso si pone sotto accusa “il modello illuminista della razionalità scientifica e, di conseguenza, non solo la legittimità ma anche l’utilità, ai fini dell’avanzamento del sapere, delle tradizionali barriere tra il dibattito interno alle comunità scientifiche e l’opinione pubblica”. A ciò ha contribuito in particolare la questione ecologica con i nuovi rischi ambientali. “Le minacce ecologiche – sostiene Luigi Pellizzoni - spesso indefinite nei loro caratteri e nei confini spaziali e temporali (basta pensare a questioni come il mutamento climatico, il sconfinamento delle scorie radioattive, gli effetti degli organismi geneticamente modificati), sono […] diverse dai tradizionali problemi scientifici, in quanto si sottraggono alla consueta verifica sperimentale”[77]. Si tratta di fenomeni che fanno apparire “inaffidabili” le collaudate metodologie basate su “modelli” e “simulazioni”. Dinanzi a tali difficoltà si è prospettata l’opportunità di “un approccio pluralista, che integri forme differenti di conoscenza, che faccia dialogare esperti e profani. L’inclusione di questi ultimi, in particolare i gruppi più direttamente esposti a un rischio, nella ‘comunità di pari’ che discute su una questione implica un’estensione dei ‘fatti’ da prendere in esame”[78]. Si delinea in questo modo un “diverso ruolo della razionalità scientifica: non più l’unica, ma una tra le diverse forme di conoscenza che gli esseri umani hanno del mondo, con le quali è necessario dialogare per fronteggiare i rischi ambientali”.
Ma bisogna essere consapevoli che “l’integrazione tra il sapere scientifico e gli alti saperi” non è impresa facile e che incontra “molte resistenze”[79]. Del resto, aggiunge Pellizzoni, è chiaro che i casi in cui si sono svolte esperienze di consensus conferences, su “temi scientifici e tecnologici” come, ad esempio, l’agricoltura transgenica (Parigi, 1998), rientrino nelle manifestazioni di quella che Beck definisce ‘subpolitica’. Ritorna quindi il riferimento a una nuova partecipazione politica, a una forma di organizzazione autonoma, diretta, “dal basso”, in grado di “promuovere una trasformazione della democrazia di massa”, in particolare sulla spinta dei “rischi ambientali”, che pertanto vanno assumendo “un ruolo cruciale” in tale processo di trasformazione. Per comprendere come la subpolitica si ponga in alternativa rispetto alla “razionalità strategica” della politica tradizionale e nel contempo in analogia con l’altro fenomeno, evocato prima, dell’“allargamento della comunità dei pari che sta al centro dell’idea di scienza post-normale”, Pellizzoni si sofferma sul significato di iniziative quali le consensus conferences e i citizen panels. “Esse – chiarisce - promuovono esperienze pubbliche di dialogo orientate a superare la pura aggregazione o mediazione tra gli interessi di parte e a istituire o ripristinare una relazione fiduciaria tra cittadini, politici ed esperti”. E ancora, relativamente al potenziale politico che esprimono: “L’idea di democrazia dialogica o deliberativa è quella di un’associazione di cittadini i cui affari sono governati dalla discussione pubblica, in vista di un bene comune”[80]. Tuttavia non va ignorato che “è facile poi tacciare di irrilevanza le esperienze condotte sin qui” e notare che “la politica, quella vera, procede con i mezzi usuali”; ma, per quanto si riconosca che i segni “di una diversa razionalità sociale” siano “appena percepibili in un quadro tuttora dominato dalla ragione strumentale”, non si può sottovalutare l’emergere sia nel “fare scientifico post-moderno” sia “nelle esperienze di democrazia deliberativa” di “una democraticità ampliata o recuperata e, allo stesso tempo, di un’accresciuta capacità di conoscenza e di apprendimento” [81].
Pur tra approssimazioni e qualche ambiguità - non tutti gli autori considerati condividono le stesse enfasi e di certo non c’è grande affinità tra alcuni di loro -, possiamo concludere che indizi di un nuovo “statuto della politica” sono ravvisabili in alcune delle esperienze oltre che delle riflessioni del presente, ma soprattutto, per dirla con Revelli, vanno rintracciati “negli interstizi del disordine globale”, laddove “decine, forse centinaia di migliaia di donne e uomini sono al lavoro per ‘riannodare i nodi’, ricucire le lacerazioni, ‘elaborare il male’” [82].

[1] Bauman Z., Dentro la globalizzazione. Conseguenze sulle persone (1998), Roma-Bari, Laterza 2001, p. 65. Si veda in particolare tutto il capitolo III, “E dopo lo stato nazione?”, in cui tra l’altro l’A. interpreta il valore periodizzante del crollo sovietico e della conseguente fine dell’ordine bipolare nei termini seguenti (assunti e condivisi nel presente lavoro): “Prima del crollo del blocco comunista, la natura casuale, mutevole e imprevedibile dello stato globale delle cose non era tanto inesistente quanto invisibile, data la necessità quotidiana […] di mantenere l’equilibrio tra le potenze mondiali. Dividendo il mondo, la politica delle potenze trasmetteva un’immagine di totalità. Le divisioni del mondo erano ricomposte assegnando a ogni cantuccio e a ogni buco del globo il suo significato ‘nell’ordine globale delle cose’, ossia nel conflitto che opponeva eppure manteneva le due sfere in meticoloso equilibrio controllato, anche se sempre precario. […] Tutto al mondo aveva un significato, e tale significato discendeva da un centro diviso e tuttavia unico – dai due enormi blocchi di potere legati, inchiavardati e incollati a vicenda in un combattimento estremo -. Oggi […] il mondo non appare più una totalità; sembra piuttosto un campo di forze disperse e disparate, che si manifestano in luoghi imprevedibili, mettendo in moto energie che nessuno realmente sa come arrestare” (p. 66).
[2] Revelli M., La politica perduta, Torino, Einaudi 2003, p. 88.
[3] Ivi, p. 66.
[4] Ivi, p. 66-67.
[5] Revelli si riferisce nello specifico a due scritti di Beck U.: La società del rischio. Verso una seconda modernità (1996), Roma, Carocci 2000 e Un mondo a rischio (2002), Torino, Einaudi 2003.
[6] Revelli M., cit., p. 69.
[7] Balducci E., L’uomo planetario, Milano, Camunia 1985. Della rivisitazione di Revelli sono oggetto anche altri scritti di Balducci, quali La comunità mondiale al primo vagito, in “L’Unità”, 28 agosto 1990 e La morale dell’uomo planetario, in “Testimonianze”, n. 281, 1986; ora in M. Bassetti e S. Saccardi ( a cura di), Ernesto Balducci: attualità di una lezione, numero monografico di “Testimonianze”, nn. 421-22, a. XLV, gennaio-aprile 2002.
[8] Revelli M. cit., p.80.
[9] Ivi, p. 81.
[10] Ivi, p. 82.
[11] Ibidem.
[12] Ivi, p. 86.
[13] Ibidem.
[14] Ivi, p. 88. Revelli riprende qui il significato che alla metafora medica ha dato Roberto Esposito, indicando con essa: “lo scioglimento del negativo da ogni funzione positiva e il suo raddoppiamento distruttivo su di sé” (R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Torino, Einaudi 2003, p. 198).
[15] Ramoneda J., Dopo la passione politica. Presentazione di Barbara Spinelli, Milano, Garzanti 2002, p. 22.
[16] Cfr. Ammaturo N., “Democrazia: modello esportabile?”, in Idem, La dimensione della solidarietà nella società globale, Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 65-75 e Stiglitz J., “Che significa esportare la democrazia?”, in “La Repubblica”, 13 aprile 2005, pp.1,19.
[17] Ramoneda J., cit., p.23.
[18] Bauman Z., Vite di scarto (2004), Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 79.
[19] Ibidem.
[20] Ivi, p. 72.
[21] Ivi, p. 74.
[22] Ramoneda J., cit., p. 24
[23] Ivi, p. 25
[24] Rodotà S., Se l’Occidente si chiude in una fortezza, in “La Repubblica”, 27 agosto 2005, pp. 1, 17.
[25] Ivi, p.17.
[26] Ibidem.
[27] Crouch C., Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 4.
[28] Ivi, p. 9.
[29] Ivi, pp. 30-31.
[30] Ivi, p. 27.
[31] Ibidem. La parentesi esplicativa è mia. Crouch infatti costruisce uno schema astratto in cui distingue tre periodi: 1 = pre -X; 2 = culmine di X; 3 = post-X . Ciò per dare l’idea di un movimento parabolico, che è a suo parere la dimensione indicativa del “post”.
[32] Ivi, p. 18.
[33] Ibidem.
[34] Ivi, p. 19.
[35] Ibidem.
[36] Ivi, p. 28.
[37] Ibidem.
[38] Ivi, p. 6.
[39] Ibidem.
[40] Ivi, p. 37.
[41] Ivi, p. 45.
[42] Ivi, p. 17.
[43] Ibidem.
[44] Ivi, p. 10.
[45] Ibidem.
[46] Ivi, p. 11.
[47] Ivi, p.11.
[48] Ivi, pp. 43-44.
[49] Bosetti G., Cosa resta di una democrazia. Viaggio in un sistema affetto da malanni cronici, in “La Repubblica”, martedì 4 novembre 2003, pp. 42-43.
[50] Rossanda R., Se il paese diventa una specie di azienda, in “La Repubblica”, cit., p. 43. L’intero dibattito si trova pubblicato in Reset, novembre 2003.
[51] “L’abitudine di basare ogni decisione politica sull’auscultazione dell’opinione pubblica attraverso inchieste e sondaggi neutralizza la partecipazione invece di attivarla. L’azione dei governanti si fa erratica, perché essi non si preoccupano affatto di contraddirsi se il verdetto dei sondaggi lo consiglia. E la politica ne esce screditata” ( J. Ramoneda, cit., p. 28).
[52] Crouch C., cit., p. 137.
[53] Ibidem.
[54] Bosetti G., cit. p. 43.
[55] Crouch C., ,cit., p.137.
[56] Mernissi F., Karawan. Dal deserto al web, Firenze - Milano, Giunti Astrea, 2004, p. 14.
[57] Ivi, p.40.
[58] Ivi, p. 15.
[59] Ivi, p. 156.
[60] Ivi, pp. 17-19.
[61] Ivi, p. 44.
[62] Ivi, p. 48.
[63] Ibidem.
[64] Ivi, p. 194.
[65] Ivi, p. 188.
[66] Ivi, p. 189
[67] Le espressioni citate sono tratte da Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Milano, Paravia - Bruno Mondadori editori, 2003. Il “Cambiamento di cui si parla è quello che viene chiamato dall’A. Cambiamento 2 (= cambiamento di campo, della cornice) per distinguerlo dal Cambiamento 1 (= cambiamento entro un campo, entro una cornice). Si veda in particolare nella Parte Prima del volume, “Come si esce dalle conci di cui siamo parte”, pp. 23-31.
[68] Sen A., La democrazia degli altri, Milano, Mondadori, 2004.
[69] Bauman Z., Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, cit., p. 67.
[70] Ivi, pp. 67-68.
[71] Usiamo la parola “resistenza“ nel significato specificato dalla scrittrice africana-americana bell hooks, facendo ricorso alle parole del monaco buddista vietnamita Thich Nhat Hahn: “ resistenza, alla radice, deve significare qualcosa di più di semplice resistenza alla guerra. Si tratta di resistenza a qualsiasi cosa somigli alla guerra […] Allora, forse, resistenza significa opposizione: non lasciarsi invadere, occupare, assalire e distruggere dal sistema. Lo scopo della resistenza, in questo caso, è cercare di guarire se stessi in modo da imparare a vedere con chiarezza […] Io credo che le comunità di resistenza dovrebbero essere luoghi che permettano a ognuno di guarire e di recuperare la propria integrità.” (in bell hooks, Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Milano, Feltrinelli, 1998, p. 28).
[72] Arundhati R., Ahisma. Scritti su impero e guerra, Roma, Datanews, 2003, p. 59.
[73] Revelli M., cit., p. 122.
[74] Ibidem.
[75] Ivi, p. 123.
[76] Beck U., La società globale del rischio, cit., pp.51-53.
[77] Pellizzoni L. , “Rischio ambientale e modernità”, in B. De Marchi, L. Pellizzoni, D.Ungaro, Il rischio ambientale, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 107-108.
[78] Ivi, p. 109.
[79] Ivi, pp. 109-110.
[80] Ivi, pp. 115-116. Va ricordato che l’interpretazione del concetto di subpolitica da parte di Pellizzoni è piuttosto articolata e ne pone in luce il carattere, a suo giudizio, ambiguo. L’ambiguità, di cui lo stesso Beck non renderebbe ben conto, consiste nelle due dimensioni della subpolitica. Una delle quali “tende a rafforzare la razionalità strategico-elitista. Essa si esprime nelle campagne mediatiche di boicottaggio, nel lobbying professionalizzato delle organizzazioni ambientaliste”, ma senza produrre “vera partecipazione”, creando di solito “nuove forme di comunità, che tendono però alla chiusura, all’esclusività, alla mobilitazione controculturale, a una partecipazione senza sbocchi esterni”; l’altra, che rivela “meno ambiguamente i segni della crisi della razionalità strategica” (ivi, pp.114-115), è quella delle consensus conferences e de i citizen panels, più direttamente implicata, come si vede, nel nostro discorso.
[81] Ivi, p. 121.
[82] Revelli M., cit. p. 135.


Riferimenti bibliografici

Ammaturo N., La dimensione della solidarietà nella società globale, Milano, Franco Angeli, 2004
Balducci E., L’uomo planetario, Milano, Camunia, 1985.
- La morale dell’uomo planetario, in “Testimonianze”, n. 281,1986.
Bassetti M. e Saccardi S. (a cura di), Ernesto Balducci: attualità di una lezione, numero monografico di “Testimonianze”, nn. 421-22, a. XLV, 2002.
Bauman Z. Dentro la globalizzazione. Conseguenze sulle persone, Roma-Bari, Laterza, 2001.
- Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza, 2005.
Beck U., La società globale del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000.
- Un mondo a rischio, Torino, Einaudi, 2003.
bell hooks, Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Milano, Feltrinelli, 1998.
Bosetti G., Cosa resta di una democrazia. Viaggio in un sistema affetto da malanni cronici, in “La Repubblica”, martedì 4 novembre 2003, pp. 42-43.
Crouch C., Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.
De Marchi B., Pellizzoni L., Ungano D., Il rischio ambientale, Bologna, Il Mulino, 2001.
Esposito R., Immunitas. Protezione e negazione della vita, Torino, Einaudi, 2003.
Mernissi F., Karawan. Dal deserto al web, Firenze-Milano, Giunti Astrea, 2004.
Morin E., Introduzione al pensiero complesso, Milano, Sperling & Kupfer, 1993.
Pellizzoni L., Rischio ambientale e modernità, in De Marchi B., Pellizzoni L., Ungano D., “Il rischio ambientale”, cit., pp. 85-124.
Ramoneda J., Dopo la passione politica, Milano, Garzanti, 2002.
Revelli M., Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro,Torino, Einaudi, 2001.
Revelli M., La politica perduta, Torino, Einaudi, 2003.
Rodotà S., Se l’Occidente diventa una fortezza, in “La Repubblica”, 27 agosto 2005, pp.1,17
Roy A., Ahisma. Scritti su impero e guerra, Roma, Datanews, 2003.
Sclavi M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Milano, Paravia-Bruno Mondadori editori, 2003.
Sen A., La democrazia degli altri, Milano, Mondadori, 2004.