lunedì 10 novembre 2008

RIFIUTI LEGALITA' E DEMOCRAZIA

Le osservazioni delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno sulle
"Linee programmatiche2008-2013 per la gestione dei rifiuti urbani"
Le Assise della Città di Napoli e del Mezzogiornod'Italia, riunitesi domenica 2 novembre 2008 in PalazzoMarigliano in seduta straordinaria insieme a numerosicomitati cittadini e associazioni ambientaliste, molti deiquali riuniti nel Coordinamento Regionale rifiuti(Co.Re.Ri.), hanno commentato le "Linee programmatiche2008-2013 per la gestione dei rifiuti urbani", formulando leseguenti osservazioni:Le "Linee programmatiche" elaborate dalla Giunta regionale, di concerto con l'Assessorato all'Ambiente, sonostate adottate in assoluta violazione del diritto di partecipazione così come previsto dalla Convenzione di Aarhus e questo mentre è in corso, da diversi mesi, la costituzione di un Forum regionale, che ha come sua ragion d'essere proprio l'applicazione della suddetta Convenzione. Pertanto fin da ora si fa presente che tutti gli atti adottati in forza e in riferimento alle suddette "Linee programmatiche" in violazione della Convenzione di Aarhus sono da ritenere illegittimi e disapplicabili direttamente dalla magistratura civile e amministrativa. Si invita dunque la Giunta regionale alla riformulazione immediata delle suddette "Linee programmatiche" e a tal fine si chiede che il diritto di partecipazione, così come previsto anche dalla Costituzione italiana, sia reso effettivo fin dalla prima fase elaborativa. Nel merito "Le linee programmatiche" non considerano affatto lo stato della salute delle popolazioni campane e la condizione tragica in cui versano molte aree rurali del nostro territorio, oggetto di sversamenti illegali e legalidi rifiuti tossici, speciali, pericolosi e tal quali. Per una situazione ritenuta grave da tutte le maggiori organizzazioni scientifiche nazionali e internazionali (CNR,OMS, etc.) discariche, inceneritori e le cosiddette"ecoballe", sostanza delle discusse "Linee programmatiche", non sono la scelta ottimale. In Italia, ormai da anni, al ciclo integrato dei rifiuti, incentrato sulla pratica dello "smaltimento" e finalizzato al recupero energetico, si è sostituito il concetto della filiera dei materiali, incentrata sulla pratica della "gestione" e finalizzata al recupero della materia. In questo tipo di gestione basta una raccolta differenziata di umido e secco, impianti di vagliatura e selezione meccanica, impianti di recupero del residuo. Non ultima la Sardegna si sta adeguando a questo modello. Tutto ciò avrebbe un costo ambientale e sociale pari a zero e peserebbe decisamente di meno sull'erario pubblico e sui fondi europei.
Nicola Capone
Segretario generale delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia
Alberto Lucarelli
Presidente del Comitato scientifico delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia
Co.Re.Ri ( Coordinamento Regionale Rifiuti)

La comunità cristiana di base san Paolo di Roma scrive a Roberto Saviano

LETTERA APERTA A ROBERTO SAVIANO

Caro Saviano,
vogliamo manifestarti la solidarietà della nostra comunità cristiana di base di san Paolo di Roma.
Per questo abbiamo deciso di dedicare la preghiera eucaristica di domenica 9 no­vembre ai "testimoni scomodi" fra i quali ti abbiamo riconosciuto.
Abbiamo quindi inserito accanto alle letture bibliche anche un brano del tuo "Go­morra" nella speranza che questo piccolo gesto di condivisione ci aiuti a non esse­re indifferenti e a non rinnegare l'amicizia coi giusti.
La comunità cristiana di base di san Paolo Roma

9 novembre 2008


Rifiuti e carcere

Carcere per chi Abbandona Rifiuti - Odore di Truffa
di Alessio Viscardi

E' da poco entrato in vigore il Decreto che punisce con il carcere coloro che abbanandonano Rifiuti Ingombranti per strada. La norma ha la chiara finalità di punire severamente chi si macchia del deprecabile reato di inquinare il territorio campano. Infatti, nella piena tradizione delle Leggi Ad Personam, questo è un Decreto Ad Regionem in quanto applicato soltanto in Campania. E dato che nel nostro paese esiste ancora una Costituzione che sancisce il principio per cui "la legge è uguale per tutti" sono in molti - come i Presidenti della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre e Valerio Onida - a contestarne la legittimità costituzionale.
Dove sta l'inghippo? In Italia esiste già un reato che punisce con il carcere chi smaltisce illegalmente i rifiuti. Tale provvedimento è rivolto principalmente contro le organizzazioni criminali che si occupano della Sversamento Illegale di Rifiuti Tossici ed Industriali.
La nuova norma - fortemente voluta da Bertolaso (quello delle discariche il cui percolato veniva coperto da materiali di risulta per avere un aspetto migliore all'occhio del cittadino) - si rivolge a chi, nel suo piccolo di privato, abbandona per strada mobiletti inutilizzati, tv rotte e frigoriferi ormai caldi. Non a caso i primi arresti, come quelli di Vitale Varchetta, hanno assicurato alla giustizia pericolosi elementi che inquinavano con le proprie lastre di ferro un territorio martorizzato soprattutto dall'amianto delle industrie.
A questo punto uno potrebbe anche domandarsi a cosa servono due norme che puniscono lo stesso reato. Se oggi un camorrista viene beccato a far scaricare immondizia tossica, viene arrestato ed accusato ai sensi del Decreto ultimamente promulgato. Dato che questo stesso Decreto è probabilmente illegittimo, verrà prima o poi abrogato, e retroattivamente chiunque sia stato incarcerato verrà rilasciato perché il fatto non consiste più reato. Anche i camorristi arrestati, e che ai sensi della vecchia normativa sarebbero stati accusati di Smaltimento Illegale di Rifiuti, verranno rimessi in libertà.
Per interpretare questo provvedimento abbiamo due chiavi di lettura. La prima, inquietante, è che il Governo cerchi di fare favori alla Camorra, forse come ringraziamente per lo smaltimeto dei rifiuti ordinari (quelli scomparsi dalle strade e che nessuno sa che fine abbiano fatto). La seconda, più inquietante, è che il Governo abbia preso l'ennesima svista e che per realizzare una legge-spot che richiamasse clamore mediatico, abbia messo in mano ai veri criminali un'arma potente che garantirà loro l'impunità.



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sabato 8 novembre 2008

ANCORA SUI RIFIUTI


NAPOLI: IMMONDIZIA ED OBESITÀ DUE FACCE DELLA SUA MODERNITA’
di Sergio Vellante

La febbre, in questo caldo sabato di fine settembre, non mi ha permesso di andare alla manifestazione di Chiaiano contro l’apertura della discarica, ma mi sta dando l’occasione di metteremano a questo articolo per Decanter. Purtroppo mentre scrivo, giungono notizie di scontri di piazza che diffuse in modo “falsamente asettico” fanno apparire i manifestanti una banda di scalmanati. Iquali vogliono mettere in discussione “il miracolo” dello smaltimento dei rifiuti fatto a Napoli da Berlusconi-Bertolaso e avviato da Prodi-DiGennaro-Bassolino. Miracolo di cui, a “Porta a Porta” ed in altre trasmissioni tv, tutti ne rivendicano i meriti. Una rappresentazione efficace del detto napoletano che troppi “galli cantano ncoppa a munnezza”, nascosta ma non eliminata. Intanto si riproduce quella dura realtà che mette in discussione il diritto alla vita dei cittadini napoletani sospinti nelle aree periferiche come Chiaiano. Altro che questione ambientale! Ci si trova di fronte ai nuovi e violenti termini di una “Questione Meridionale”, riguardante tutti i “Mezzogiorni” d’Europa, e su cui la quasi totalità delle forze della cultura e delle classi dirigenti non indaga e non elabora più autonomamente rendendosi succube di un’egemonia culturale – gramscianamente intesa – nata, cresciuta e pasciuta altrove, dettata da potentati economici, ma perfettamente incompatibile con la società ed il territorio del Mezzogiorno. Un’incompatibilità che, come sottolineato in un precedente contributo, risiede in quel modello di produzione e di consumo, ad altissima entropia e di inconcepibile spreco energetico. Un modello che sta scardinando l’equilibrio territorio-produzione maturato nella storia del rapporto uomo-natura a livello planetario. E che contemporaneamente alimenta quelle pesanti contraddizioni tra cambiamenti climatici e distruzione delle risorse naturali, tra insalubrità da iperalimentazione ed espansione della fame nel mondo, ed infine tra efficienti tecnologie distruttive della natura ed inefficienti tecnologie poste a difesa dell’umanità dalle reazioni della natura stessa (l’avanzatissimo armamentario bellico degli USA nulla ha potuto contro la distruzione di New Orleans determinata dall’uragano Katerina potenziato dall’indotto dissesto ambientale).
Uno scardinamento dell’equilibrio territorio produzione che: innanzitutto nelle aree deboli
ed interne si manifesta con quel continuo dissesto idrogeologico generatore perenne di frane
riparate curando gli effetti, ma non rimuovendone l’origine; in secondo luogo nelle aree forti si
concretizza in un’erosione delle biodiversità e dei patrimoni genetici combinata con una crescita di processi produttivi, prevalentemente internazionalizzati e ad alta intensità industriale. Processi che generano un forte impatto ambientale, uno scarso assorbimento occupazionale, se non addirittura la diffusione di disoccupazione, ed una quasi distruzione di quel sistema di piccole e medie imprese legato alle variegate risorse del territorio. Si diffonde, così, a livello globale un modo di produzione e di consumo permeato sia dalla cosi detta macdonaldizzazione1 dell’alimentazione domestica e collettiva che dalla cosi detta carrefourizzazione2 della distribuzione dei beni di primaria necessità.
1 << Ho usato il termine "macdonaldizzazione"dice George Ritzer: (Il mondo alla Mcdonald's, il Mulino, 1997.) per descrivere il processo con cui tali princìpi si sono diffusi in tutta l'industria del fast food, in altri settori della società americana e in misura crescente in altre società del mondo. L'enorme popolarità di questo modello riflette il fatto che ha molto da offrire, ma comporta anche una serie di problemi, tra cui l'eccessiva importanza data alla velocità e alla quantità a scapito della qualità, lo scarso o nullo interesse per beni e servizi unici e la riduzione, fino all'eliminazione,
della manodopera specializzata. Implicazioni di espressioni quali "fast food" e "cibo spazzatura", sono solitamente associati a tale processo>>. Nei fatti si tratta di strategie aziendali che, dando per scontato la saturazione alimentare e l’opulenza degli stili di vita delle popolazioni dei paesi del primo mondo, offrono a prezzi più che accessibili il cibo - standardizzato, sempre più artificializzazato (modifica fisico chimica dei componenti originari) ed energeticamente
eccedente i fabbisogni nutrizionali (insalubrità del sicuro alimento) - ed altri consumi primari.
2 Il modello MacDonald, di ristorazione collettiva ha pervaso anche i consumi alimentari domestici che si fanno pervenire sul tavolo della gran parte dei consumatori attraverso la GDO (grande distribuzione organizzata) in cui domina, a livello europeo, il gruppo francese della Carrefour. Di qui il termine di carrefourizzazione che è relativo alla distribuzione effettuata su larga scala ed a prezzi contenuti ed accessibili alle classi di reddito più basse. Il che comporta
l’uso di imballaggi (shit packging) che curano solo gli aspetti estetici del marketing ma di scarsa qualità rispetto alla
Un perverso meccanismo che genera quell’ossimoro dell’infelice benessere economico
contrassegnato dalla forte diffusione dell’obesità, delle spazzature e delle perenni emergenze
territoriali.
Da questo punto di vista Napoli, capitale virtuale dei Mezzogiorni Europei nonché luogo
dove si concentrano tutti i nuovi termini di una “Questione EuroMeridionale” (inclusiva di quella
Settentrionale?), è la città emblema: investita in modo relativamente maggiore, rispetto alle altre
metropoli europee, dai fenomeni di macdonaldizzazione e carrefourizzazione realizza il triste
primato non solo per la produzione di rifiuti solidi urbani, ma soprattutto per la diffusione
dell’obesità dei bambini e degli adolescenti. Due tragedie che hanno tra di loro un forte
concatenamento e di cui non si cerca d’individuarne le cause e rimuoverle, ma semplicemente di
gestire gli incurabili effetti per consolidare interessi leciti ed illeciti. Ciò per incentivare, attraverso il degrado ambientale e sociale del Mezzogiorno, una crescita economica ed un’espansione del PIL che come ammoniva Giorgio Amendola trentatre anni fa (in una lucida intervista sull’antifascismo, ripubblicata in questi giorni dall’Editore Laterza) non è “sviluppo”. Questa forte consapevolezza meridionalistica che permeava allora il Partito Comunista Italiano e le altre forze socialiste e democratiche del Mezzogiorno, è stata oggi colpevolmente abbandonata a favore di un riduzionismo culturale “ incapace d’intendere e di volere con la propria testa”. Per tale ragione la risoluzione dello smaltimento dei rifiuti in Campania non può venire: né da chi punta sull’incenerimento e lo stoccaggio in CDR non ritenendo sempre necessarie le fasi di
differenziazione e riciclaggio (vari commissari e vari governi); ne tanto meno da chi punta a
realizzare un piano industriale importabile dal nord Italia ed incentrato sulla differenziazione, il
riciclaggio e la riutilizzazione (l’attuale Assessore all’Ambiente della Regione Campania Ganapini
e l’economista ambientale Guido Viale) riducendo l’incenerimento e lo stoccaggio. I motivi di
questa improbabile risoluzione del problema, tralasciando quelli di natura teorica volti ad ipotizzare un impossibile azzeramento dei rifiuti, risiedono in un deficit analitico riguardante l’evoluzione dei consumi di primaria necessità nel Mezzogiorno a partire dagli inizi degli anni ’80. Infatti in questi anni giungono a maturazione gli effetti delle politiche keynesiane di sostegno alle fasi storiche della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, e del miracolo economico che avevano ridotto le distanze economiche (abbattimento delle gabbie salariali) tra Nord e Sud del Paese. Una riduzione di distanze concretizzatasi nel fatto che, pur persistendo una differenza nei redditi medi pro-capite tra i cittadini meridionali e quelli del resto del paese, era stata raggiunta una “saturazione alimentare e primaria” nel senso che non si moriva più di fame ed era garantito il consumo dei beni di primaria necessità. Consumi e bisogni che erano soddisfatti da un tessuto produttivo e da un sistema distributivo prevalentemente di origine locale ma che non ha retto alla concorrenza internazionale delle grandi multinazionali che iniziavano a generare i fenomeni di macdonaldizzazione e carrefourizzazione prima richiamati. Non va inoltre trascurato che in quell’epoca l’affermazione delle politiche neoliberiste (o Thatcheriane) in Italia si concretizza con l’abolizione della scala mobile sui salari dei lavoratori. E ciò riporta le distanze di reddito tra Nord e Sud ai valori precedenti al 1980 che tuttavia persistono anche ai giorni nostri pur essendo cresciuta la ricchezza del paese.
Tale persistente distanza fra i redditi, come dimostrano studi che sto ultimando, ha generato,
a Napoli, più grande sistema metropolitano del Mezzogiorno, e sta generando, nei grandi sistemi
urbani di Palermo e Catania, una composizione dei consumi primari foriera di un tasso di crescita
dell’obesità e del volume dei rifiuti solidi urbani quasi doppio rispetto a quello di Milano e
Bologna.
Tali studi fanno, infatti emergere, che nel 1980 la saturazione alimentare era garantita, in
termini di kilocalorie, da una reintegrazione energetica di 2000 unità (ad es. 500 gr. polpette) e da un spreco in rifiuti di 200 unità (carta oleata come contenitore). Fornivano tali energie cibi più
genuini, non elaborati chimicamente ed ottenuti in gran parte dai sistemi produttivi locali e che non biodegradabilità, il riuso, il riciclaggio e perfino l’incenerimento dei rifiuti. Tutto ciò si manifesta in modo più accentuato dove dominano – come nel Mezzogiorno – redditi pro-capite più bassi rispetto alla media europea.
ponevano complessi problemi di tracciabilità rispetto alla provenienza aziendale e territoriale.
Notevolmente differente è tale situazione ai giorni nostri, quando la reintegrazione energetica si
attesta in media sulle 2400 kilocalorie (ad es. 500 gr di hamburger: junk food emblema della
macdonaldizzazione) grazie all’uso di quei cibi ipercalorici, ed artificializzati prima richiamati. In
pratica in questi quasi 30 anni i consumi calorici di base hanno subito un incremento del 20%
creando quel fenomeno di un’obesità sociale per cui si mangia, ci si gonfia ma non ci si nutre. Più
grave è tuttavia la situazione riguardante le chilocalorie destinate allo spreco (es. contenitori degli
hamburger in polistirolo espanso: lo shit packging emblema della carrefourizzazione) ed alla
produzione di rifiuti. Infatti se nel 1980 lo spreco di calorie era soltanto il 10% rispetto a quelle
utili, oggi tale percentuale sale al 300% creando la condizione che per ogni unità calorica utile se ne sprecano 3 in termini di energie non rinnovabili. Quindi data una parità dei prezzi impliciti relativi del 1980 con quelli di oggi, attualmente la spesa per i beni di primaria necessità (pari ad un totale di 9600 chilocalorie contro un totale di 2200 nel 1980) si sostanzia per i ¾ nell’acquisto di merci destinate allo spreco e per ¼ nell’acquisto di quelle utili. Con l’aggravante che queste ultime, non più di provenienza locale ma dalle zone del mondo in cui si realizzano costi del lavoro più bassi e profitti più alti, pongono seri problemi di tracciabilità aziendale e territoriale. Merci che, certificate di qualità standard da apparati tecnico-scientifici legati agli interessi dei produttori e non dei consumatori, abbinano alla diffusione cronica dell’obesità lo scoppio di gravi malattie come la BSE o “mucca pazza”, la peste suina e l’aviaria per restare a quelle più di moda.
Questi sin qui presentati sono dei dati strutturali connessi a situazione estreme tipiche dei
sistemi produttivi e distributivi dell’impresa manifatturiera internazionalizzata e della GDO (Grande distribuzione organizzata). Tali strutture tuttavia operano competitivamente sul mercato e raggiungono con prezzi accessibili anche quei segmenti dove viene espressa la domanda di beni di primaria necessità dalle classi di reddito più basse. E qui offrono quel junk food e shit packging approfittando del fatto che operano in una condizione di quasi oligopolio. Ciò determina una composizione dei consumi molto differente da quella realizzata nelle aree ricche. Dove, esistendo una maggiore competitività da parte di piccole e medie imprese che producono maggiore qualità, la GDO non gode dei vantaggi competitivi come nell’altro caso.
In questi dati di fatto prosperano l’emergenze (ma sono tali o un dato strutturale della
realtà?) rifiuti ed obesità a Napoli. Qui in media ogni cittadino dispone di circa 500 € al mese per i consumi primari, differentemente dal milanese che né ha 900. Così più dell’80% della spesa a
Napoli e nel Mezzogiorno viene realizzata, per la maggiore accessibilità dei prezzi, presso la GDO,
mentre molto meno del 45% a Milano. Quindi Napoli si avvicina sempre di più al limite di quelle
9600 chilocalorie che per il 75% generano rifiuti dopo il consumo mentre Milano se ne distanzia in basso. Infatti le stime dicono che quando un consumatore napoletano ritorna a casa dopo la spesa il suo sacchetto di 10 litri contiene in media circa 4 Kg di merci, mentre quello del milanese ne contiene tra i 7 e gli 8. Tali stime elaborate al momento della spesa e prima della produzione di
rifiuti, sono state sottoposte ad una verifica empirica, fatta pesando i sacchetti di spazzatura
prelevati a campione dalle strade di Napoli e Caserta. I risultati di tale verifica, hanno addirittura
fatto emerger che ogni 10 litri di spazzatura pesano meno dei 4 kg. stimati. Un ulteriore conferma che, in Campania e nel Mezzogiorno, quando tecnicamente si affronta il problema dello
smaltimento dei rifiuti non bisogna ragionare in termini di peso ma di volumi. E bisogna essere
altresì consapevoli che ogni cittadino campano pur producendo, secondo i dati del Commissariato,
485 kg. pro-capite per anno riversa nei contenitori 1213 litri mentre quello lombardo producendone di più per un valore di 503 kg. pro-capite riversa nei contenitori solo 628 litri che ne è circa la metà.
Un dato strutturale quest’ultimo che rende arduo, se non impossibile e forse incompatibile,
l’applicazione di modelli di smaltimento di rifiuti che hanno avuto successo al Nord. Ciò tanto per
quelli ad alta entropia ed alto impatto ambientale che puntano sull’incenerimento e lo stoccaggio,
quanto per quelli di più bassa entropia che puntano sulla differenziazione, il riciclaggio, il riuso ed il compostaggio. Due modi di smaltire i rifiuti apparentemente alternativi ma che sostanzialmente si muovono nell’ottica dell’ulteriore sfruttamento delle risorse naturali ed umane al di fuori dei luoghi di lavoro per garantire ricchezza aggiuntiva a chi lecitamente (determinate imprese e determinati professionisti) ed illecitamente (camorra e mafia) gestisce questo modo di produzione che attacca tutte le forme di vita del pianeta. Un attacco che nel Mezzogiorno assume i drammatici connotati di queste strutturali emergenze non recepite pienamente da chi non lo vive. E che sostanzialmente non è in grado di verificare quanto sia difficile differenziare il 60 o 70 % del volume dei rifiuti.
Un dramma questo dei rifiuti che è un aspetto non irrilevante della Questione Meridionale
dei nostri tempi e che utopisticamente è di facile risoluzione. Basterebbe un decreto legge che
proibisse l’uso di contenitori non riutilizzabili (addio allo shit packging) e nell’area metropolitana di Napoli scomparirebbe come d’incanto più del 70% della monnezza. Si creerebbe inoltre una virtuale barriera all’entrata ai cibi obesizzanti (junk food) che necessitano dello shit packging per essere spostati da una parte all’altra del mondo. Si darebbe cosi spazio al rilancio delle produzioni di origine locali che innovate, con l’inclusione delle culture tecnologiche maturate nella storia dei
luoghi, potrebbero riequilibrare il rapporto territorio produzione prima della distruzione definitiva dell’ambiente. Un’utopia che comporterebbe innanzitutto la dissoluzione di quel “blocco storico” tra industria del nord e camorra, cementato dallo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania e descritto magistralmente da Roberto Saviano in Gomorra ed evidenziato efficacemente nell’omonimo film di Garrone. Un’utopia che il Meridionalismo Socialista e Democratico deve raccogliere a piene mani e liberarsi da incompatibili egemonie culturali esogene se vuole che il Mezzogiorno partecipi al processo di unificazione europea con le sue peculiarità storiche, sociali ed ambientali.

martedì 21 ottobre 2008

Due morti diverse ma il significato è lo stesso

Una lettera dal Guatemala
di Gerardo Lutte *

E' deceduta l'altro ieri in ospedale, dopo che un autista ubriaco, intenzionalmente dicono alcuni, l'avesse investito sulla strada dove chiedeva l'elemosina. Rosa, Sofia, Tiziana, Laura e le altrestudentesse che erano venute nel '99 in Guatemala si ricorderanno di lei. L'avevo conosciuta nel 97. Aveva dieci anni, era una ragazza sveglia, intelligente, piena di gioia di vivere, con un sensoincredibile di umorismo. Si vestiva da plagliaccia e andava nei busper guadagnarsi qualche soldo,Nel '98, i commercianti del mercato del quartiere "La Parrocchia" avevano deciso di cacciare il gruppo di una quarantina di bambine, bambini e adolescenti che si erano costruito una capanna nel piccolo parco, non lontano dal mercato. Un giorno, un uomo aveva sparato all'impazzita con un fucile automatico sul gruppo delle ragazze e ragazzi promettendo di tornare per sterminarli tutti. Con l'aiuto di associazioni, avevamo iniziato un dialogo con il comitato dei venditori. Un pomeriggio, c'era una riunione nel mercato e Mishell prese la parola: "Voi, dopo il lavoro avete la fortuna di tornare a casa vostra, ma noi, che siamo stati costretti a lasciare la nostra famiglia per vari motivi, la nostra casa la capanna che volete distruggere. Anche noi abbiamo bisogno di un tetto e la nostra famiglia, ora, quella che vive nella capanna". Tutto detto con una voce chiara e convincente, senza esitazioni, come un oratore nato.Di lei mi tornano in memoria tanti altri episodi. Mi ha annunciato oggi la triste notizia della sua morte, Grecia, compagna di quei tempi gi anziani. Da anni, Grecia vive fuori della strada, ha due figli e per vivere vende creme e lozioni di bellezza che lei stessa fabbrica.Mishell non aveva avuto la stessa determinazione per uscire dalla strada. Era diventata dipendente dal crack, una droga brutta e tenace. Poi aveva avuto una figlia e tentava di vivere lontano dalladroga, un piede dentro la strada e l'altro fuori. Per vivere, custodiva carri o chiedeva l'elemosina. Per anni l'avevo cercata invano e finalmente l'anno scorso era venuta a trovarmi con suasorella minore, anche lei con una lunga storia di strada e con due figli. L'avevo rivista per caso quest'anno e l'avevo invitata a frequentare il gruppo delle quetzalitas. Lei si vergognava. Questoluned, Grecia e sua sorella Jennifer l'avevano convinta a venire la prossima domenica al gruppo delle quetzalitas. Aveva il desiderio di una vita differente. Non far parte delle quetzalitas, ma la voglio vedere come una quetzalitas che ha preso il volo irresistibile verso il sole, le stelle, un mondo di rispetto e di felicit che cercava quando, piccolina, aveva deciso l'avventura della strada. Adesso rimane un'orfana in pi in questo paese dove la morte facile.Grecia, disperata per la morte dell'amica pi cara, ha deciso per amore per lei a convincere la sorella a entrare con i suoi due bimbi a nella casa dell'otto marzo.Oggi vi ho parlato di due partenze: quella di Vittorio Foa a 98 anni e quella di Mishella a 21 anni, due vite segnate dalla ricerca dell'amicizia, della felicit, delal giustizia. Per non giusto morire cos a 21 anni, non giusto vivere così a 21 anni
Gerardo

* Gerardo Lutte, gài ordinario di psicologia dello sviluppo all'Università di Roma La Sapienza, fondatore ed animatore del Mojoca, movimento autogestito dei ragazzi e delle ragazze di strada nella Città di Guatemala. Le quetzalitas sono un gruppo del Mojoca e la casa 8 marzo una casa nella quale vivono insieme una decina di ragazze che sono uscite dalla strada ed i/le loro bambini e bambine

lunedì 20 ottobre 2008

LETTERA APERTA A ROBERTO SAVIANO

IO SONO SAVIANO
di Rosanna Camerlingo*

Caro Roberto
è appena stata resa pubblica la smentita di Schiavone in relazione alle minacce alla tua vita. Gli credi? Gli “uomini di niente” non hanno onore, né umanità. Io non ti conosco personalmente, ma ti conosco attraverso il tuo libro, i tuoi articoli, lo spettacolo teatrale e il film. Io non ti conosco personalmente, ma il tuo urlo è risuonato e risuona dentro di me. Sono nata e vivo in Campania, nella provincia martoriata di Napoli, in quella chiaiano-marano in cui si vuole fare una discarica in pieno centro abitato. Caro Roberto come fare a dirti resta? Infatti ti dico parti, vai lontano da Napoli, dall’Italia, vai e riprenditi la tua vita. Troppo dolore, troppa sofferenza, tutta la negatività che ci hai raccontato è stata aumentata in modo esponenziale dall’indifferenza, dalle difficoltà che hanno blindato la tua esistenza. Vai Roberto, parti, vai lontano da un paese che ha bisogno di eroi, magari morti, da incensare, da santificare, ma quando quegli uomini sono vivi danno fastidio. Danno fastidio alle piccole meschine umanità che sopravvivono a se stessi, agli squali che navigano a vista, agli “uomini di niente” che vogliono farti la pelle. Il sistema si compatta per liberarsi in un modo o nell’altro di un alieno che rischia di far inceppare qualche ingranaggio. Caro Roberto resisti nella forza della vita, parti e sorridi, incontra chi vuoi, come vuoi e quando vuoi, torna a scrivere stando dentro la vita e non guardandola scorrere davanti a te.
Caro Roberto so che sai che tante persone ti vogliono bene come ad un amico intimo, un fratello, un figlio, e chi ti vuole bene non può dirti resta, so anche che siamo con te, che porti dentro la tua terra, che scriverai ancora e scriverai inevitabilmente di te, di noi, della nostra martoriata terra. Forse potrai aiutarci ancora di più o forse no, ma è la tua vita che deve riprendere. Ricorda che sparsi per questa “povera Patria” ci sono tanti “io sono Saviano”e vogliamo urlare insieme a te basta. Solo questo,vogliamo urlare insieme a te perché questa coltre collosa di menzogne e di malaffare possa prima sbrindellarsi, poi dissolversi alla luce della verità.
A noi italiani e campani resta il senso di vergogna per non essere stati in grado di garantire a te e alla tua famiglia un’esistenza normale, mentre gli “uomini di niente” dormono e mangiano spesso nelle loro case, con le loro famiglie e festeggiano i propri compleanni con gli amici. Caro Roberto sogno il momento in cui la gente prenderà coscienza e una grande ondata di indignazione cancellerà “gli uomini di niente” ovunque essi siano, intanto resistiamo e sappiamo che ovunque tu sarai,noi saremo con te, e la nostra terra sarà dentro di te, perché “io sono saviano”.

*insegnante, sociologa e psicologa da Chiaiano-Marano

domenica 19 ottobre 2008

SULLA QUESTIONE NAPOLETANA

E teniamoci la camorra
di Nino Lisi
Per esprimere solidarietà ed amicizia a Roberto Saviano non è bastato che scrivesse Gomorra, e vivesse sotto scorta per alcuni anni.. Ci è voluto che fosse costretto a fuggire dall’Italia per sfuggire al rischio di saltare in aria come Falcone e Borsellino.
Per dichiararci amici, che so, di Sergio Nazzaro, che ha scritto Per fortuna io c’ho la camorra, di Maurizio Bracci e di Giovanni Zoppo, autori di Napoli comincia a Scampia, di Rosario Esposito La Rosa che, frequentando ancora il liceo di Scampia, l’anno scorso ha pubblicato Al di là della neve, dove neve sta per cocaina; o anche di Mirella Pignataro che sempre a Scampia anima il GRIDAS, acronimo di Gruppo di Risveglio dal Sonno, o del circolo di Lega Ambiente di Scampia, La Gru, o della Scuola di Pace che il 18 ottobre dell’anno di grazia 2008 inizia a via Foria un ennesimo “anno scolastico”, quello 2008-2009, cosa aspettiamo? Che siano costretti ad andarsene anche loro?
E quando ci dichiareremo amici delle centinaia di piccole associazioni e gruppi e singoli più o meno anonimi che a Napoli lavorano tutti i giorni per aggregare giovani e non giovani e farli pensare nei “quartieri”, alla”sanità” a “fuorigrotta” e nelle tante zone dove il degrado è maggiore, mettendo oscuramente a repentaglio la pelle? Forse mai, perché lavorano e lottano nel quasi anonimato, sicché se dovessero essere costretti a smettere o ad andarsene anche loro la cosa non farebbe neppure notizia. Solo la loro morte cruenta farebbe notizia. Per poco. E troppo tardi. C’è da augurarsi quindi che non facciano notizia mai, che per sempre nessuno si occupi di loro.
Eppoi, che significa dichiararsi amici?
Cos’è la solidarietà se non poggia su solide basi materiali, se non ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a lavorare e lottare con loro quando ancora sono in condizioni di farlo, se non si fatica (e forse non occorrerebbe neppure una grande fatica) per scoprire i legami della camorra con la politica e denunciarli a gran voce. Per questo sì che ci vorrebbe una voce grande ed un coraggio ancora più grande. E chi ce li dà?
Però non limitiamoci a pensare e a dire che il nodo da spezzare sia solo quello dei rapporti tra camorra e politica. Perché se nella politica trova supporti e complicità e nell’ignoranza e nella fame del sottoproletariato trova la sua manovalanza, è nella connivenza palese ed in quella occulta della borghesia napoletana che la camorra trova l’habitat per espandersi.
Connivenza palese che sta nei collegamenti e nei supporti professionali che la camorra vi trova per i suoi traffici. Connivenza occulta che sta in quelle che Michele Prisco nel febbraio del 1990 descriveva cosi: .
.
Si tratta dunque di una realtà complessa ed intricata come mai.
Sì, per cercare di contenere o per lo meno per contrastare la camorra, la magistratura e le forze dell’ordine, ci vogliono (i militari un po’ meno). E’ vero: per ostacolare il ricambio della manovalanza camorristica occorre creare un’altra alternativa ad una povertà che diventa miseria d’animo.
Ma non è solo così che si può sradicare il fenomeno; la soluzione sta altrove.
Va apprestata sul piano della cultura diffusa, per modificare la “particolare filosofia che è alla base del temperamento dei napoletani”, affinché non continui a perpetuare l’endemica inclinazione al malgoverno amministrativo e la carenza di senso civico. Ma chi può farlo? Chi può entrare in gioco mettendo in circuito valori, comportamenti, sensibilità e stili nuovi? .
A Napoli ci sono “casi esemplari”: l’Istituto di Studi Filosofici, il Suor Orsola Benincasa, Napoli 99, ad esempio per ricordare soltanto gli stessi che citava Prisco. Ma sono isole. Felici, ma isole che non incidono sulla “filosofia” di vita dei napoletani, non rompono la incredibile assuefazione della borghesia a tenere insieme arte, filosofia, bellezza, camorra e “munnezza”, non mettono in crisi la sua rassegnata accettazione (che è poi un alibi) dell’esistenza di due città contrapposte, non usano , per dirla con Attilio Wanderlingh, l’editore di Intra Moenia. Il quale aggiunge, e sono pienamente d’accordo, .
Ed allora? Allora occorrerebbe una mobilitazione grande dell’intellettualità diffusa che, con significative ma poche eccezioni, è però generalmente è assente dal problema, inerte. Altrimenti? Altrimenti Napoli resta come è; e se c’abbiamo la camorra ce la teniamo.


giovedì 16 ottobre 2008

Questione napoletana


«Orrorosi» napoletani
Ponticelli e Castelvolturno, i «casalesi» e Saviano, e il «precedente» del 1799.
Intervista di Angelo Mastrandrea ad
Ermanno Rea
da il manifesto del 15 ottobre 2008
Ermanno Rea è «più che preoccupato» dagli ultimi eventi che riguardano Napoli, la città che ha raccontato in buona parte della sua produzione letteraria. Ultimo l'attentato che i Casalesi starebbero preparando entro Natale a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, «che dimostra quanto sia grave questa malattia» che si chiama camorra, una malapianta che «non si combatte con mitragliette e pattuglie» ma «andando alla radice del problema e proponendo un modello di società diversa». Ma per parlare di quella che è diventata oggi la sua città e la sua regione preferisce proiettare lo sguardo oltre, all'indietro. Per questo Rea ci aspetta nella sua abitazione romana con una vecchia edizione di un libro di una certa consistenza (in pagine) tra le mani. Leggiamo insieme: «E' degno di esser notato che fu veduta ieri una cosa orrorosa a dirsi, ma che fa conoscere che cosa sia l'uomo. Essendosi bruciati i corpi di due giacobini, il popolo furioso e sdegnato ne staccava i pezzi di carne abbrustolita e li mangiava, offrendoseli l'un l'altro fino i ragazzi. Eccoci in mezzo ad una città di cannibali antropofagi che mangiano i loro nemici». Il racconto è di un avvocato partenopeo del quale oltre al nome, Carlo de Nicola, non si è tramandato assolutamente nulla se non un dettagliatissimo «Diario napoletano» della rivoluzione del 1799.

Di cose «orrorose» la città di Napoli continua a offrirne ripetutamente: la strage di Castelvolturno, i roghi dei campi rom di Ponticelli, l'attentato a Saviano se fosse stato compiuto. Spesso dietro c'è la camorra. E i «casalesi».
Tutti questi fatti che hai elencato mi preoccupano molto e dimostrano quanto sia grave la malattia che affligge Napoli e il suo hinterland. L'origine della camorra sta in un modello di società sbagliato. Ed è soprattutto la politica che va messa sotto accusa perché finora l'ha fatta prosperare. Ci sarebbe bisogno di più fatti e meno parole. Invece la saga dei casalesi viene ormai trattata dai media come una soap opera, quando per combatterla servirebbe affrontare la questione del sottosviluppo napoletano.

Che non produce solo camorra, ma negli ultimi tempi ha alimentato anche più di un episodio di razzismo.
Ogni volta che avviene un caso come quelli di Pianura o Ponticelli in molti mi pongono la seguente domanda: com'è possibile che i napoletani, con la fama che hanno di popolo mite e tollerante, riconosciuta dal mondo intero, fanno questo? Io rifletto e mi dico che sono domande che non necessitano di una risposta rassicurante, del tipo «per carità, i napoletani sono brava gente». Al contrario, non esiste una bonomia innata, intangibile, a prova di bomba.

Cos'è dunque che sta intaccando questa bonomia?
La tolleranza è figlia di un clima sociale, politico, istituzionale. Così come la violenza e il razzismo sono figli di un clima imbarbarito. Per questo non bisogna meravigliarsi se accadono fatti come quelli di Ponticelli o Pianura. Eppure Napoli, pur nell'imbarbarimento generale, continua a rappresentare un'anomalia in Italia. Il degrado che c'è qui non esiste in nessun'altra parte del Paese. Nelle campagne del casertano c'è uno sfruttamento della manodopera immigrata che non credo ci fosse nemmeno negli Usa de «La capanna dello zio Tom». Altro che razzismo, questo è schiavismo. Ma attenzione: Saviano ha raccontato come la camorra si stia espandendo al nord,dunque l'infezione si può propagare. Se tutta l'Italia non capisce che bisogna intervenire, non ci sarà salvezza per nessuno. Napoli è una ferita nel corpo del Paese.

In realtà, Berlusconi sostiene che sta occupandosi di Napoli e di aver risolto il problema rifiuti.
Di Berlusconi non voglio parlare. Non riesce proprio a vedere la sostanza, si ferma alla superficie.
Eppure c'era stato un periodo in cui si era parlato di «rinascimento napoletano».
Possiamo anche dire che esiste una cultura napoletana di grande spessore e non solo cose «orrorose». Nella letteratura c'è un gran fervore, il «caso camorra» nasce da lì, ma è una letteratura dolente. Purtroppo oggi prevale lo sfarinamento. E una città che si sfarina non può pensare al futuro, vive l'esperienza del negativo. A ciò aggiungiamo che Napoli si trascina dietro un ceto premoderno, la vecchia plebe che oggi non saprei come definire e che può fare cose «orrorose». Certamente c'è una continuità nella storia.

Come mai?
Per via della classe dirigente napoletana e non solo. E' dal 1860 che Napoli viene sistematicamente espropriata delle sue energie produttive e intellettuali. E questo è un punto. Aggiungerei pure che oggi Napoli non conosce se stessa. Ci sarebbe stato bisogno di rivoltare la città come un guanto per conoscere tutto di lei. Invece nessuno l'ha fatto, anche per via dell'emigrazione e della scarsa lungimiranza dei politici. Con il risultato che ogni volta che accade qualcosa caschiamo dalle nuvole. Mi chiedo: come si può somministrare una medicina senza conoscere perfettamente la malattia? Ma la vera anomalia di Napoli è di natura socio-economica. La sua salvezza non può che passare attraverso il lavoro. Non si può pensare alla sopravvivenza di una città senza una sua economia legale. Mi chiedo che cosa accadrebbe se a Napoli fossero paralizzate tutte le attività illegali. Questa è una città che campa di nero. E di neri.

Quelli che lei definisce i «nuovi napoletani» e che vediamo nel suo ultimo romanzo, «Napoli ferrovia».
Sì i «nuovi napoletani» sono gli immigrati e il futuro di Napoli è quello di diventare una città meticcia. Una cosa che noi napoletani abbiamo nel sangue: il nostro dialetto è pieno di francesismi, spagnolismi, siamo un popolo cosmopolita per natura. Due anni fa promossi un decalogo che fu sottoscritto da più di un centinaio di intellettuali e politici napoletani. Oggi è attuale come non mai, si potrebbe rilanciarlo (parla di «Napoli città-mondo», aperta al Mediterraneo e meticcia, e propone la creazione di una Consulta sull'immigrazione composta da «vecchi» e «nuovi» napoletani. Forse il razzismo, e i «casalesi», si possono cominciare a combattere partendo da lì, ndr).

giovedì 9 ottobre 2008

RIFIUTI

Un paradosso nella gestione Bertolaso
di Ugo Leone


Chi decide, che cosa? È il quesito che da più tempo mi pongo quando rifletto sul problema dei rifiuti a Napoli e nel resto della regione. Può darsi che, come scrivevo in un precedente intervento (“il buio oltre il 23 luglio”11 luglio 2008) la gestione della soluzione del problema sia ancora schizofrenica. Ma la malattia appare in via di miglioramento, grazie al ciglio decisionista del presidente Berlusconi nella inedita veste di “operatore ecologico”. E sempre più chiara appare la strategia.
Il tutto viene chiarito dalla recentissima proposta/decisione di avviare la costruzione di un quinto impianto di incenerimento. Cerchiamo di ragionare con qualche numero: ogni anno in Campania si producono 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti. Se, nel parziale rispetto della legge (Ronchi) se ne volessero avviare a raccolta differenziata almeno il 30%, in questo modo si avvierebbero nelle filiere del riciclaggio 750.000 tonnellate. Ne resterebbero da smaltire le restanti 1.750.000 tonnellate.
Come? Una ragionevole integrazione delle varie fasi del ciclo dei rifiuti vorrebbe che, nel modo più virtuoso possibile, partendo dall’obiettivo di ridurre il più possibile (ed è realisticamente possibile) a monte la produzione di rifiuti, una volta prodotti, i rifiuti vengano, innanzitutto selezionati e separati nelle due frazioni umida e secca. L’umido dovrebbe andare negli impianti di compostaggio. Il secco dovrebbe essere smaltito il più possibile (sempre a termini di legge) in modo differenziato; la restante parte dovrebbe finire in discarica e negli inceneritori. In realtà le discariche hanno una funzione che è inversamente proporzionale al il numero di impianti di incenerimento: più sono questi ultimi, minore è la necessità di discariche. Ma poichè un inceneritore non si costruisce dall’oggi al domani, in assenza di un poderoso impulso al riciclaggio opportunamente incentivato, le discariche conservano il ruolo fondamentale di stivare rifiuti in attesa che gli impianti di incenerimento diventino funzionanti. A questo punto il problema è che più sono gli inceneritori, minore è la convenienza ad effettuare la raccolta differenziata. Con buona pace dei molti sindaci dei comuni virtuosi e ricicloni che si svenano e svenano le loro già povere finanze per mandare a chilometri fuori regione la frazione umida che non si può smaltire in Campania per mancanza di impianti.
Il tutto anche in contrasto con l’obbligo, a suo tempo indirizzato ai Comuni, di avviare la raccolta differenziata per lo smaltimento dei rifiuti pena il commissariamento dei Comuni stessi. Quei Comuni che hanno preso sul serio questa “minaccia” si sono attrezzati. Talora faticosamente e a costi economici elevati, come prima ricordavo. È quanto sta avvenendo, tra l’altro, in molti comuni del Parco Nazionale del Vesuvio. Ebbene proprio qui, come paventavo nell’articolo che citavo all’inizio, il sottosegretariato di Bertolaso sta procedendo a tappe forzate per rendere operativa una discarica esistente nel comune di Terzigno (ma soprattutto contigua ai comuni di Boscoreale, Trecase e Boscotrecase) nella quale ci si propone di sversare quotidianamente 1.000 tonnellate di rifiuti “tal quale”. Prescindo dalle valutazioni su tutto ciò che significa questa apertura in un Parco nazionale come il Vesuvio già massacrato da anni di abusivismo e di sversamenti in cave e discariche che hanno ingoiato rifiuti di ogni provenienza e della peggiore specie. Ne prescindo perché queste valutazioni sono valutazioni presentate dall’Ente Parco nelle sedi deputate. Ma una sola riflessione vorrei indurre a fare: per quale motivi i sindaci virtuosi dovrebbero continuare a raccogliere in modo differenziato i loro rifiuti per avviarli al riciclaggio? Perché dovrebbero far questo con costi elevati mentre a costo zero li potrebbero mandare “tal quale” a Terzigno?
da“la repubblica Napoli” 8 ottobre 2008

giovedì 2 ottobre 2008

S.O.S RAZZISMO

Scoppiano i tafferugli durante la manifestazione antirazzistura a Pianura
Napoli, scontri al corteo donne pestano immigrato

Alcuni residenti lanciano sassi e ribaltano i cassonetti.
Colpito anche il cronista di Polis ANSA Italia


Tratto dal quotidiano - Il Verona del 30 Settembre

■ Taniche di plastica e secchi di metallo usati come tamburi per scandire il ritmo afro della protesta. Cartelli e striscioni di denuncia contro i razzismi. È cominciata così la manifestazione degli immigrati di via Dell’Avvenire a Napoli. Un corteo colorato e pacifico che ha attraversato le strade di Pianura. Uomini e donne in fuga dai loro paesi in guerra, storie di sfruttamento, di povertà, di sopravvivenza, volti affaticati ma fieri e dignitosi. Lo slogan invocato dai 300 che diventa un martello : “Stop, stop, stop razzismi”.
Le associazioni, il sindacato Rdb, le reti degli immigrati riuniti per lanciare un appello alla stragrande maggioranza dei residenti onesti di Pianura insomma quelli che non vanno ad imbrattare i muri con le minacce: “Negri morte”, “Neri via”, “Neri m...”. Il clima è pesante.
A molti non è piaciuto il corteo. Poi le contraddizioni che esplodono in una guerra tra poveri. «Mia figlia è andata a Torino perché non trovava lavoro - dice Lucia , 60 anni - ora sopravvive. Io non sono razzista però gli immigrati non possono pretendere cose che non hanno neppure i nostri figli». E ancora:
«Abito in via Dell’Avvenire - dice Giusy appena 20 anni - e i neri ci danno fastidio sono sempre ubriachi». Intanto il corteo prosegue e arriva in una strada larga dove svetta l’edificio disabitato -T1-. Qui vi risiedevano fino due mesi fa immigrati e napoletani.
Soumahoro (Rdb) denuncia le violenze e aggressioni che nelle ultime settimane hanno come obiettivo gli immigrati. «Abbiamo paura - urla - ci sono esponenti politici della destra che fomentano la folla inneggiando all’odio razziale». «La voglia di mandare via noi neri - continua - è dovuta ai tanti interessi legati alla riqualificazione del centro antico di Pianura». Mentre la manifestazione giunge nel cuore del quartiere una pattuglia di donne trascina i cassonetti per bloccare il corteo. Tra loro c’è qualcuno come Assunta che cerca di ragionare, di discutere, di mediare. Ammettere anche che le scritte razziste vanno cancellate subito. Una voce non ascoltata. Compaiono strani personaggi che aizzati ad arte preparano la trappola. Cristian, 32 anni, della Romania stringe tra le mani un cartello:
“Ragazzi non buttate le pietre”. Un auspicio caduto nel vuoto. In via Dell’Avvenire si scatena la guerriglia. I residenti vogliono evitare che gli immigrati rioccupino le case. Sassi contro gli agenti e caccia al nero. Nella bolgia anche il cronista del quotidiano “Il Napoli” (gruppo E Polis) viene brutalmente malmenato. I militari riescono a fare un cordone per salvare gli immigrati, ma uno di loro resta indietro. Kasmir, doveva fare la dialisi, attende un trapianto di reni, è in Italia con regolare permesso di soggiorno ma vienebrutalmente malmenato. Un carabiniere lo salva dal linciaggio.

INTERROGATIVI SU NAPOLI


Sabato 18 OTTOBRE 2008 ore 18.30 presso la chiesa battista, via foria 93 - Napoli
Napoli, crocevia di culture, valori, paure e esperanze
SCUOLA DI PACE 2008/09
Napoli è ancora punto di incontro delle culture mediterranee?
relatore: Gerardo Marotta
introduce e modera: Francesco De Notaris

lunedì 29 settembre 2008

I NERI SI RIBELLANO ALLA CAMORRA. A QUANDO I BIANCHI?

Prima volta
da "Catena di San Libero" (n. 370) di Riccardo Orioles

Per la prima volta in Campania c'è stato un movimento di massa contro la camorra. Non l'hanno fatto i campani, l'hanno fatto i negri. Hanno fatto casino, hanno sfilato, hanno gridato frasi contro i camorristi e i loro complici. Hanno fatto disordine, hanno dato fastidio alle vetrine. E cos'altro potevano fare? La legge non gli concede nessun altro modo di esprimersi. E lo stesso a Milano: i neri, i senzaviso, i pochi bianchi umani e timorati di Dio hanno finalmente trovato il coraggio di scendere nella strada a dire "basta".I grandi giornali democratici, che avrebbero avuto un titolo facile facile da sbattere in prima pagina - "La rabbia e l'orgoglio": se non qui, quando? - hanno preferito titolare sui "disordini al corteo" e roba del genere. I "disordini" consistevano in un paio di biscotti - non molotov, non pezzi di selciato: biscottini - lanciati contro il bar dei linciatori.Il movimento, in ogni caso, è partito. E' partito come partono sempre - spontaneamente, umanamente, fra dolore e collera - i movimenti dei poveri. E' successo una volta, dunque succederà ancora. Ne nasceranno cose, anche "politiche", le uniche veramente politiche del momento.Quanto alla camorra, finalmente hanno mandato i poliziotti (perché non prima? Perché col buffo contorno propagandistico dei "soldati"?) e questo grazie al martirio e alla lotta dei neri, non della popolazione "bianca" ormai asservita. Staremo a vedere se i nuovi poliziotti serviranno a "controllare" ancora di più i neri o, finalmente, a fare la lotta dura alla camorra. Certo con un governo del genere non sarà facile, coi sottosegretati citati come "interlocutori" dai camorristi (l'Espresso è stato minacciato dall'alto, mediante perquisizioni, per aver pubblicato questa storia) e con Bossi che dice "Hanno fatto bene" quando i camorristi assaltano a colpi di molotov i campi zingari. Ma polizia e carabinieri troveranno la forza per fare, governo o non governo, il loro dovere.Sul piano dell'informazione: perché i neri uccisi dovevano essere tutti camorristi? Nessuno di loro era nigeriano, dell'unica etnia che possiede clan mafiosi. E' come se la mafia, per controllare gl'immigranti del sud (poniamo, nella Torino anni '60) avesse fatto una strage di abruzzesi, lucani e pugliesi risparmiando accuratamente napoletani e siciliani. Terrorismo mafioso, non lotte fra clan, avrebbero scritto allora i giornalisti. Quelli di ora hanno preferito buttarsi sui "neri tutti delinquenti", favoreggiando oggettivamente la camorra assassina (e qualcuno, stando a Saviano, non solo oggettivamente).A proposito di Saviano: "L'Italia rappresentata da Gomorra" al festival di Cannes. Cazzate. Gomorra non rappresenta affatto l'Italia. Rappresenta i neri vittime e ribelli, rappresenta i ragazzi tipo "Napoli Monitor", rappresenta i bravi preti anticamorra della provincia di Caserta, rappresenta i pochi italiani che, in Campania e altrove, si battono per la dignità umana e dunque contro il governo e la camorra. Noi siamo una minoranza, e ne siamo orgogliosi. Un giorno, tornerà a non essere più così. Ma ora siamo come nel '36. A noi ci rappresenta Saviano. A loro, Lapo Elkann e Calderoli.

domenica 28 settembre 2008

L'IMBROGLIO DEI RIFIUTI

Rifiuti: ci stanno imbrogliando alla grande
di Marco Mascagna onlus


A credere ai mass media Berlusconi ha compiuto il miracolo risolvendo il problema rifiuti in Campania. La realtà è che ci stanno imbrogliando ancora una volta e che la pagheremo cara. Vediamo perché esaminando una serie di fatti.

- “A Parco Saurino ho trovato una discarica perfettamente attrezzata nel 2002, mai usata. Come è possibile che nessuno si sia posto il tema di utilizzare una discarica che da sola può contenere tutti i rifiuti prodotti dalla Campania in 6 mesi e, dunque, usandola non ci sarebbe mai stata l’emergenza?”. Questa è la denuncia che Walter Ganapini, Assessore all’Ambiente della Regione Campania dal febbraio 2008 nonché uno dei maggiori esperti di rifiuti italiani, ha fatto il primo giugno 2008. A questa precisa denuncia il Commissariato non ha mai risposto. Nei giorni successivi, anzi, il Commissario si è negato a incontri con i giornalisti e non ha rilasciato nessuna dichiarazione: una strategia ben nota in comunicazione quando si è nel torto. (L’intervista a Ganapini è su www.openpolis.it/dichiarazione/356713)

- “A Parco Saurino, in un campo, ho trovato abbandonati i vagli mobili acquistati nel 2002 e mai usati, del valore di qualche decina di milioni di euro”, queste macchine che non sono mai state usate avrebbero potuto far funzionare correttamente gli impianti CDR e impedire che venissero prodotte milioni di ecoballe. Questa è un’altra denuncia di Ganapini a cui il Commissariato non ha dato risposta (vedi la medesima intervista sul medesimo sito).

- Il Governo approva il decreto rifiuti che deroga a 47 leggi nazionali (molte di esse sono recepimenti di normative europee). Grazie all’emergenza verranno smaltiti rifiuti indifferenziati e anche pericolosi in discariche, verranno costruiti 4 inceneritori capaci di bruciare oltre il 60% dei rifiuti prodotti attualmente in Campania, sono definitivamente ripristinati i CIP6 per gli inceneritori Campani (cioè l’elargizione di circa 60 euro per ogni tonnellata di rifiuto bruciato, soldi presi tramite la tassa del 7% sulle bollette dell’energia elettrica, che dovrebbe invece finanziare le energie rinnovabili; finanziare l’incenerimento è contrario alla normativa europea e la UE ha più volte richiamato l’Italia).

- L’Unione Europea mette sull’avviso l’Italia: “Le autorità italiane devono rispettare la legislazione comunitaria in materia ambientale. La normativa comunitaria in materia ambientale stabilisce un quadro per la tutela della salute umana e dell'ambiente. Sarebbe paradossale se, per affrontare rischi di carattere sanitario a breve termine, fossero nuovamente messi in pericolo la salute umana e l'ambiente, ad esempio per la mancata applicazione di disposizioni chiave della direttiva sulle discariche, che prevedono obblighi sanitari di lungo periodo che dipendono dalla natura, pericolosa o non pericolosa, dei rifiuti destinati a discarica” (Commissione Europea 17/6/08).

- Un recente documento dell’ANIDA (le imprese che costruiscono inceneritori) dal titolo “Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani” propone di costruire nuovi inceneritori per una capacità complessiva di 17 milioni di tonnellate l’anno. In tale maniera si potrebbe bruciare il 65% dei rifiuti attualmente prodotti in Italia. L’inizio del documento è significativo: «Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione quale strumento decisivo per superare le emergenze ambientali attuali e future». I diversi partiti sono PdL, UDC, PD. La proposta di introdurre i CIP6 è del PD, la Lega è recalcitrante ma poi vota a favore insieme a PDL e UDC. Il documento propone anche di bruciare i rifiuti tal quali, senza più trattarli in impianti per separare dai rifiuti la parte bruciabile (il CDR che è circa il 30-40% dei rifiuti) e di ripristinare i CIP6 per tutti gli inceneritori presenti e futuri in Italia.

- Parte la raccolta differenziata a Napoli. Si inizia con 20.000 abitanti dei Colli Aminei. In soli 2 mesi si arriva ad una percentuale del 73% di raccolta differenziata. Ad ottobre la raccolta sarà estesa al Rione Alto, Chiaiano, Ponticelli, Bagnoli, Pianura: entro dicembre 2008 riguarderà 100.000 abitanti ed entro fine 2009 200.000 abitanti, entro il 2011 600.000 abitanti. Anche in moltissimi Comuni della Campania è partito il porta a porta con percentuali di raccolta intorno al 60-70%.

- Vista l’emergenza e visto che in Campania si producono 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno – come recita il cappello di tutti i recenti documenti, ordinanze e decreti sui rifiuti in Campania – saranno realizzati 4 inceneritori (uno dovrebbe entrare in funzione nel 2009, gli altri non prima del 2011), si sono aperte diverse discariche, altre sono in costruzione e altre ancora in progetto (Berlusconi e Bertolaso hanno dichiarato il 4/9/08 che “bisogna allestire altre discariche per una capacità complessiva di 3-4 milioni di tonnellate”). Quindi avremo tante discariche capaci di accogliere da sole tutti i rifiuti prodotti in Campania nei prossimi 24-30 mesi e tanti inceneritori capaci di smaltire il 60% dei rifiuti prodotti in Campania (il solo inceneritore di Acerra può smaltire il 25% dei rifiuti prodotti). E le politiche di riduzione dei rifiuti, il riciclaggio, il compostaggio, previsti dalla normativa europea e nazionale che fine faranno? E i rifiuti raccolti in maniera differenziata dai tanti Comuni della Campania?

- In Sicilia è stato siglato un accordo che introduce la regola del “deliver or pay”: in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un Comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso. La regola del “deliver or pay” è stata richiesta anche per gli inceneritori della Campania.

- Stante l’attuale normativa europea l’Italia riceverà salatissime multe per avere contravvenuto alle norme che vietano lo smaltimento di rifiuti indifferenziati e tossici in discarica, l’incenerimento di rifiuti indifferenziati, il finanziamento dell’incenerimento dei rifiuti (CIP6).

- I famigerati CIP6 non solo sono un enorme esborso di soldi per l’incenerimento ma distorcono anche l’economia di mercato, perché rendono non conveniente economicamente il riciclaggio della carta e di gran parte delle plastiche (polistirene, polipropilene, ecc.): conviene infatti più bruciarle e intascare i CIP6 che venderle a cartiere e industrie della plastica.

In conclusione l’emergenza rifiuti è stata determinata ad arte ed è stata risolta mettendo in piedi un sistema sovradimensionato ed estremamente dispendioso dal punto di vista economico: nell’immediato, quando sarà a regime e ancora più quando la UE ci comminerà le sue multe. Un sistema che non tutela la salute dei cittadini e dell’ambiente (per tale motivo smaltire rifiuti indifferenziati e pericolosi in discarica e bruciare rifiuti indifferenziati sono vietati dalla UE), ma che fa guadagnare cifre da capogiro a molti. Un “grande affare”, un mare di soldi, e, quando ci sono tanti soldi, in tanti ci si buttano per accaparrarsene una parte. Forse così si spiega il silenzio di voci critiche, l’afasia di gran parte degli “esperti” (troppe consulenze e finanziamenti hanno avuto grazie all’emergenza rifiuti!). Tutti in riga per non disturbare il grande affare, per non rischiare ritorsioni, per non esporsi. Perfino un istituto autorevole come l’Istituto Superiore della Sanità ha firmato un documento insieme all’Ordine dei Medici e al Commissariato nel quale si dice che “Gli impianti di incenerimento (quale quello che entrerà in funzione ad Acerra) non rappresentano un rischio aggiuntivo per la salute delle popolazioni residenti nelle aree circostanti. Il loro impatto ambientale è paragonabile a quello conseguente a normali situazioni di traffico urbano”. (www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/rifiuti_piano_salute/index.html).
Ora si stima che l’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico automobilistico (in particolare quello urbano) determina oltre 30.000 morti all’anno in Italia (Künzli Lancet 2000), per cui tale asserzione è una palese contraddizione, una mistificazione indegna.
Che possiamo fare di fronte a questo quadro desolante? Bisogna:
- smascherare questa mistificazione, informando quante più persone è possibile del grande imbroglio;
- fare in modo che la raccolta differenziata sia dappertutto un successo come ai Colli Aminei, per rendere evidente l’inutilità di 4 inceneritori e di altre discariche;
- impedire che la regola del “deliver or pay” sia adottata anche in Campania;
- rallentare il più possibile la costruzione degli inceneritori di S. Maria la Fossa, Salerno e Napoli (quello di Acerra basta e soverchia per bruciare il CDR che residua dalla raccolta differenziata). In questa maniera si può arrivare nel giro di un anno o poco più ad una situazione di fatto che faccia capire anche ai più distratti o ideologici l’assurdità del sistema messo in piedi dal Governo Berlusconi con l’appoggio dell’UDC e del PD.
Associazione Marco Mascagna onlus
www.giardinodimarco.it

mercoledì 3 settembre 2008

CRESCITA E SVILUPPO. UNA TESTIMONIANZA INCONTROVERTIBILE

Amazzonia: saccheggio e rivolta
Lettera aperta di alcuni missionari e della campagna “Sui Binari della Giustizia”

In tanti stanno parlando e scrivendo sull’Amazzonia. Eppure siamo convinti che quello che abbiamo da dirvi ha ancora sapore, perché scritto da una terra che era Amazzonia e non lo è piú.
Siamo una comunitá missionaria comboniana che è venuta a cercare questi posti, sfidata dalla violenza silenziosa della devastazione, che parla con spazi immensi di niente: solo terra, terra, terra… per chi? Per quale progetto di sviluppo?
Vi scriviamo da Açailândia, in Maranhão, Brasile. Il nome della nostra cittá significa ‘la terra dell’açaí’, un frutto rosso sangue che è stato risucchiato via dal disboscamento.
La regione della nostra comunitá si chiamava Piquiá, era il nome di un’altro frutto; pochi anni fa l’hanno ribattezzato Pequiá, acronimo che sta per ‘Polo Petrol-Químico de Açailândia’.
Nei nomi, i destini delle cose.
Ora l’Amazzonia è lontana, anche per noi. Qui siamo quello che un giorno altri, alcune centinaia di kilometri piú all’interno, potrebbero diventare: deserto.
Deserto verde, certo: monoculture di brachiaria, che è l’erba dei pascoli immensi nei latifondi.
O di eucalipto, la ‘tenda verde’ per nascondere i forni di produzione del carbone. Usavano eucalipto per bonificare le paludi del Lazio; oggi in Maranhão abbiamo piantagioni di questa specie con centinaia di milioni (!) di alberi, cresciuti in suoli diserbati dal concime chimico: a breve le falde acquifere rischiano di esaurirsi, facendoci passare dal deserto verde alla steppa.
Açailândia secondo noi è un paradigma, una strofa della storia dello sviluppo in Brasile che bisogna imparare tutti a memoria… per evitare di ripeterla in altri racconti.
Non è per questo, peró, che la nostra cittá ha scelto il monumento-simbolo al suo ingresso: due enormi tronchi di alberi nativi, uno incassato nell’altro a formare un ‘tau’ che inneggia al passato delle 60 grandi segherie della zona. Memoria che lo sviluppo è passato di qui, secondo alcuni; monumento ai caduti, secondo altri. Per entrambi i gruppi, resta il fatto che le segherie hanno mangiato legna fino a dieci anni fa senza lasciare nemmeno le briciole; poi si sono tutte trasferite in Pará, piú a nord, lasciandoci solo… la segatura!
Cosí siamo una cittá-simbolo: orgoglio del Maranhão, secondo municipio piú ricco nel nostro Stato, modello efficace della crescita… ma anche luogo del delitto in cui è ancora possibile scovare le tracce di tutti i responsabili della devastazione.
Andiamo a conoscerli.
La Estrada de Ferro Carajás é una delle maggiori ferrovie mai costruite: 892 kilometri per collegare il piú ricco giacimento di ferro del mondo (Carajás) a uno dei principali porti commerciali dell’America Latina: São Luís. Ci passano quotidianamente 12 treni di 330 vagoni e 4 locomotive, carichi di minerali: nel solo 2005 il guadagno netto della ferrovia è stato di piú di 200 milioni di dollari.
Senza calcolare che oggi il minerale di ferro imbarca a São Luís al prezzo di 50 dollari alla tonnellata e viene riscaricato in Cina a 140 dollari. La stessa impresa che estrae il minerale si occupa del suo trasporto, occasione per altri guadagni massicci: state conoscendo la seconda compagnia mineraria del mondo, Vale do Rio Doce.
È questo colosso il grande responsabile di molti movimenti economici qui in Maranhão e nel Pará: una compagnia con 35 mila impiegati, 10 mila domande di lavoro nella sola zona dei giacimenti e una esternalizzazione ad altre aziende del 90% della mano d’opera locale.
Fa capo alla compagnia Vale do Rio Doce lo sfruttamento complessivo di questa fonte di ricchezza, nei suoi diversi passaggi: il ciclo di estrazione del minerale di ferro, la fusione nelle industrie siderurgiche locali senza nessun tipo di filtro né controllo ambientale, il consumo di carbone per alimentare gli altiforni, la devastazione della foresta vergine (fino a qualche anno fa) per ottenere carbone vegetale e le piantagioni massicce di eucalipto (da pochi anni) per sostituire la foresta che c’era prima.
Il “Programma Grande Carajas”, che ha innestato la ferrovia in queste terre per ‘portarvi lo sviluppo’, è stato fin dall’inizio pilotato dall’esterno: le imprese multinazionali durante il regime militare erano le uniche ad avere accesso ad informazioni privilegiate sulla ricchezza di queste terre.
Grandi oligopoli giapponesi e statunitensi, alleati ai generali di fine dittatura, si sono spartiti nel lontano 1978 la terra e le opportunitá. La compagnia Vale do Rio Doce all’inizio è stata anche pubblica, ma dal 1997 è tornata privato bottino degli investitori internazionali.
Cosí, ogni giorno, il nostro popolo maranhense affacciato alla finestra della sua baracca vede passarsi sotto il naso ricchezze enormi a cui non potrá avere il minimo accesso.
Lo sfruttamento minerario è solo una tappa della grande sequenza dello sviluppo: un anello di cui non si riconosce piú l’inizio. Latifondo, disboscamento per produrre, allevare o ricavare carbone, incendi costanti per ripulire grandi aree improduttive da destinare a pascoli, monocultura della soia e dell’eucalipto, industrie siderurgiche, camion…
La violenza ambientale è evidente e innegabile, tanto che la compagnia si è subito prodigata in operazioni mediatiche: poca preservazione ambientale e molta divulgazione della sua preoccupazione per la natura. Nel linguaggio degli affari, si chiama ‘greenwashing’: Una sorta di lavaggio in verde della coscienza davanti all’opinione pubblica. La compagnia ha annunciato che solo nel 2008 investirá 260 milioni di dollari per la preservazione dell’ambiente… eppure continua ad essere il gruppo minerario con piú multe ambientali in Brasile!
Per due volte ufficialmente Vale do Rio Doce ha dichiarato di non rifornire minerale di ferro alle industrie siderurgiche che ancora stessero tagliando legna direttamente dalla foresta. Ottima intenzione, ma giá questo bisogno di rinnovare pubblicamente l’impegno fa sospettare che la prima volta non si sia riusciti a mantenerlo…
C’è poca trasparenza nelle operazioni ambientali della compagnia. Quello che si riesce a vedere, sempre e comunque, sono le 14 industrie siderurgiche lungo la ferrovia, costruite a ridosso delle case della nostra gente (che era lí da almeno 20 anni prima). Ne stiamo aspettando altre due qui vicino e una grande acciaieria ad Açailândia, cittá che non ha ancora imparato a tenersi in piedi sotto il peso della produzione del ferro.
Il sistema di produzione energetica è pericolosamente inquinante (come nel caso di Barcarena, Pará, con una futura centrale a carbone importata da oltreoceano!) o devastante (come nel caso della grande diga di Tucuruí, che -lunga 11 km- ha coperto 2.430 km² di foresta e terre indigene).
Il dolore che questo sistema provoca non è solo per la foresta, ma per tutta la vita che vi si incontra:
le popolazioni indigene, ad esempio, sono spesso vittime inconsapevoli del progresso. Quasi sempre in un silenzio collettivo di complicità.
Ogni tanto, come nel luglio scorso, appaiono piccoli segni di riscatto: il popolo indigeno Krenak, in Minas Gerais, ha ottenuto un’indennizzazione di quasi 8 milioni di dollari per danni morali collettivi, grazie ad un’azione sostenuta dal Ministero Pubblico Federale.
Ad Ourilândia (Pará), in una delle zone di assentamentos dove vivono i piccoli produttori rurali, lo Stato brasiliano ha avuto il coraggio di processare la compagnia Vale do Rio Doce per illegalità nell’estrazione del nichel.
In maggio 2008 il Tribunale Permanente dei Popoli ha condannato la compagnia per crimini ambientali e violazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani nella regione di Sepetiba (Rio de Janeiro).
È su queste sintonie che dobbiamo muoverci, per scrivere frammenti di storia che escano dagli spartiti di chi possiede gli strumenti di potere.
Oggi sembra che le uniche proposte redditizie siano il latifondo, la monocultura o l’agribusiness.
Ma chi conosce la ‘nostra’ gente crede ancora possibile, malgrado tutto, scommettere sulla produzione familiare, su progetti di piccole dimensioni: ben accompagnati, seguiti per un numero garantito di anni, magari finanziati proprio dalla multinazionale che qui in Brasile sta guadagnando di piú dalla terra e dalla foresta.
È con questo sogno che una rete di enti locali del nord del Brasile si sta stringendo sempre di piú: oltre a noi Missionari Comboniani, si sono riuniti Fórum Carajás, Sociedade Maranhense dos Direitos Humanos, Central Única dos Trabalhadores (Maranhão), Cáritas (Maranhão), Sindicato dos Ferroviários de Pará-Maranhão-Tocantins, Fórum Amazônia Oriental, Associação Juízes para a Democrazia e vari altri gruppi.
Da fine 2007 è nata una campagna, chiamata “Justiça nos Trilhos” (Sui binari della Giustizia) che sta articolando tutte le realtá coinvolte dalla compagnia Vale do Rio Doce nel corridoio di Carajás con altri gruppi di vari paesi del mondo che vivono le stesse contraddizioni.
Il primo appuntamento importante sará il Forum Sociale Mondiale (FSM), dove la campagna “Sui binari della Giustizia” presenterá un seminario internazionale con la partecipazione di Marina Silva, ex ministra dell’ambiente, vari attivisti locali della regione di Carajás e rappresentanti di movimenti di altre parti del mondo.
Fino al FSM (e molto oltre) la campagna continuerá a studiare l’impatto ambientale di Vale do Rio Doce e del modello di sviluppo oggi indiscusso qui in Brasile.
L’obiettivo della campagna è triplice: ottenere indennizzazioni per tutte le violazioni commesse da Vale do Rio Doce nel corridoio della ferrovia, forzare le operazioni di compensazione ambientale che sono state assunte come impegno, ristabilire un fondo di sviluppo della regione intera, a quota fissa annuale proporzionale ai guadagni della compagnia, gestito da un consorzio di municipi e movimenti sociali locali.
Il treno della campagna sta giá correndo, tanto lanciato quanto quelli della multinazionale.
Giá il fatto di essersi incontrati ‘sui binari’ in gruppi tanto diversi è un segno di speranza e organizzazione popolare, che forse puó ispirare anche altri movimenti, in altri luoghi.
A chi ci legge chiediamo solidarietà e collaborazione: abbiamo visto altre volte quanto le multinazionali siano sensibili all’opinione pubblica internazionale; saliamo insieme, dunque, sui binari della giustizia!
Per il coordinamento della campagna:
p. Dário Bossi,
Missionário Comboniano
Box:
Campagna “Sui binari della Giustizia”
www.justicanostrilhos.org
Contatti:
Italia: binaridigiustizia@gmail.com
Brasile: justicanostrilhos@gmail.com

martedì 19 agosto 2008

NU ZI' NISCIUNO SI OPPONE A STIGLIZ

PIU' SINISTRE CI VOGLIONO PER IMBOCCARE LE STRADE DI UN'ALTRA ECONOMIA
di Nino Lisi

Stigliz insegna alla Columbia ed è Premio Nobel: insomma è un economista di tutto rispetto. Invece io sono, come si dice a Napoli "nu zi' nisciuno". Nondimeno ardisco contraddirlo. (vedi il suo articolo qui sotto) Più sinistra, anzi moltissima sinistra ci vuole ma non per crescere, bensì per passare ad un'. La ragione del disaccordo è semplice: una crescita sostenibile non è possibile, non esiste.
In economia come in natura nulla si crea e nulla si distrugge. La cosiddetta creazione di ricchezza, nel che consisterebbe la crescita, in realtà è semplicemente un trasferimento di risorse, cioè la sottrazione di risorse ad alcuni (lavoratori, ambiente, paesi produttori di materie prime, di solito poveri,) e la loro concentrazione in altri (capitalisti e paesi cosiddetti avanzati). Il meccanismo dell'accumulazione funziona così.
L'espressione "creare ricchezza" è una fandonia" e quella "crescita sostenibile" è un osimoro. Ed oggi, nella fase della globalizzazione, è un ossimoro anche l'espressione "crescita inclusiva", perché al contrario di quanto avveniva nella fase fordista, l'accumulazione procede per esclusione.
E' vero, come afferma Stigliz, che il disastro economico di cui stiamo pagando le conseguenza a livello planetario è frutto delle dissennate politiche delle destre, in primis di quella statunitense, ma anche le sinistre ci hanno messo il loro zampino, avendo scoperto anch'esse le virtù taumaturgiche del mercato, come anche in Italia è avvenuto.
Per porre rimedio al disastro occorre cambiare strada, imboccare quella di un'altra economia, che non abbia l'assillo della crescita, cioè non punti ad arricchire pochi a danno dei più.
Per questo occorrerebbe molta sinistra, anzi molte più sinistre, non contaminate, però, dall'abbaglio dello sviluppo, della crescita e delle virtù del mercato.
Ma esistono sul piano politico sinistre siffatte? Io non ne vedo. Probabilmente vanno cercate ed organizzate nella società.

Crescita e sinistra. O decrescita?

Per tornare a crescere ora serve più sinistra
di Joseph E. Stigliz
professore alla Columbia University, il premio Nobel Prize per l´economia 2001.
da La Repubblica, dell'11 agosto 2008

Sia la sinistra sia la destra affermano di volersi impegnare per la crescita economica. Gli elettori dovrebbero pertanto scegliere a chi di loro dare il voto come se dovessero semplicemente scegliere tra due team di manager tutto sommato equivalenti? Se solo la faccenda fosse così facile! Parte del problema ha a che vedere con il ruolo rivestito dalla fortuna: l´economia americana negli anni Novanta è stata benedetta da bassi prezzi delle fonti energetiche, alti tassi di innovazione, prodotti di alta qualità di fabbricazione cinese a prezzi sempre più bassi, e tutto ciò ha determinato una bassa inflazione e una rapida crescita.
Al presidente Clinton e all´allora presidente della Federal Reserve americana Alan Greenspan va dunque una piccola parte soltanto di merito, anche se sicuramente una cattiva politica avrebbe potuto complicare di gran lunga le cose. Al contrario, i problemi odierni – alti prezzi delle risorse energetiche e dei generi alimentari, un sistema finanziario allo sfascio – devono in buona misura essere imputati a cattive politiche.
Ci sono in realtà importanti differenze in termini di strategie di crescita, che rendono molto probabili esiti del tutto diversi. La prima differenza concerne il modo stesso in cui si concepisce e si parla di crescita: crescita non significa soltanto ottenere un Pil più alto. Deve essere sostenibile: la crescita basata sul degrado ambientale, su consumi sfrenati finanziati tramite il debito, sullo sfruttamento di esigue risorse naturali senza reinvestirne i proventi non è sostenibile.
La crescita deve essere anche inclusiva e a beneficiarne deve essere quanto meno la maggioranza della popolazione. La "trickle down economics" (economia a percolamento) non funziona: un aumento del Pil in realtà può comportare un peggioramento della situazione economica della maggior parte della popolazione.
La crescita americana degli ultimi tempi non è stata né una cosa né l´altra, né sostenibile né inclusiva, e oggi la stragrande maggioranza degli americani si ritrova in una situazione economica peggiore rispetto a sette anni fa.
Non occorre però che vi sia un compromesso tra ineguaglianza e crescita: i governi possono dare impulso alla crescita aumentando la portata della sua inclusività. La risorsa più preziosa di un Paese è la sua popolazione e di conseguenza è essenziale far sì che tutti, proprio tutti, possano vivere al massimo delle loro potenzialità, il che richiede opportunità educative per tutti. Un´economia moderna esige altresì di accollarsi dei rischi: i singoli sono maggiormente disposti a correre rischi sapendo che vi è una buona rete di sicurezza. Se così non è, i cittadini possono chiedere protezione nei confronti della concorrenza straniera: la protezione sociale è più efficiente del protezionismo.
Il fallimento nella promozione della solidarietà sociale può comportare altri costi, non ultime le spese sociali e private necessarie a proteggere la proprietà e a mettere in carcere i criminali. Si calcola che nel giro di pochi anni in America nel settore della sicurezza lavoreranno molte più persone di quante saranno occupate nel settore dell´educazione. Un anno di prigione potrà costare più caro di un anno a Harvard. Le spese connesse alla carcerazione di due milioni di americani – uno dei tassi pro-capite più alti al mondo – dovrebbero essere considerate qualcosa da sottrarre dal Pil, pur essendo invece aggiunte.
Seconda grande differenza tra sinistra e destra è quella relativa al ruolo dello Stato nella promozione dello sviluppo: la sinistra ha capito che il ruolo che il governo ha nella fornitura di infrastrutture ed educazione, nello sviluppo della tecnologia e come imprenditore è di importanza vitale. Al governo si devono le rivoluzioni legate alla nascita di Internet e delle moderne biotecnologie. Nel XIX secolo, la ricerca condotta presso le università finanziate dal governo americano ha gettato le premesse della rivoluzione agricola. Il governo ha poi esteso questi progressi a milioni di coltivatori americani. I piccoli prestiti aziendali sono stati di importanza fondamentale non soltanto ai fini della creazione di nuove aziende, ma di intere nuove industrie.
L´ultima differenza potrebbe parere stravagante: la sinistra ora comprende a fondo i mercati e il ruolo che questi possono e dovrebbero rivestire nell´economia. La destra, soprattutto in America, no. La Nuova Destra, identificabile nell´Amministrazione Bush-Cheney, è in realtà semplice corporativismo di vecchio stampo sotto nuove vesti: non sono ultraliberali, credono in uno Stato forte con poteri esecutivi solidi, come quello utilizzato per la difesa di interessi ormai consolidati, con scarsa attenzione ai principi di mercato. L´elenco degli esempi è lungo, ma comprende i sussidi alle grandi aziende agricole, le sovvenzioni per sostenere l´industria dell´acciaio e, più di recente, il mega piano di salvataggio di Bear Starns, Fannie Mae e Freddie Mac. L´incoerenza tra la realtà e ciò che di essa si va ripetendo sussiste da tempo: il protezionismo si è allargato sotto Reagan, ivi compresa l´imposizione delle cosiddette limitazioni volontarie alle automobili giapponesi.
Contrariamente alla destra, la nuova sinistra sta cercando di far funzionare i mercati. I mercati senza restrizioni non funzionano bene di per sé, constatazione ribadita dall´attuale debacle finanziaria. Chi difende i mercati talvolta ammette di fallire, addirittura in modo disastroso, ma asserisce nondimeno che i mercati "si correggono da soli". Durante la Grande Depressione capitò facilmente di sentir dire che il governo non doveva fare assolutamente nulla in proposito, perché i mercati sul lungo periodo avrebbero rimesso in sesto l´economia e l´avrebbero riportata alla piena occupazione. Come era solito dire però John Maynard Keynes, "sul lungo periodo saremo tutti morti".
I mercati non si auto-correggono in un contesto temporale determinato. Né del resto il governo può starsene tranquillamente in panciolle a osservare un Paese che scivola nella recessione o nella depressione, anche quando ciò accade per l´eccessiva avidità dei banchieri o per una errata valutazione dei rischi da parte dei mercati delle securities o delle agenzie di rating. Se però ai governi spetta pagare la retta ospedaliera dell´economia odierna, i governi devono agire per far sì che un lungo ricovero in ospedale si renda meno inevitabile possibile. Il mantra della destra della deregulation era errato, e adesso ne stiamo pagando le conseguenze. In termini di utili mancati stiamo parlando di una cifra che potrebbe essere molto ingente e raggiungere nei soli Stati Uniti più di 1,5 trilioni di dollari.
La destra spesso vanta la propria discendenza intellettuale da Adam Smith, figura rilevante che ammise sì il potere dei mercati, ma al contempo anche i loro limiti. Perfino ai suoi tempi le aziende avevano scoperto che potevano incrementare gli utili facilmente cospirando per un aumento dei prezzi, più che producendo in modo più efficiente prodotti più innovativi. Si rendono dunque necessarie severe norme anti-trust.
Organizzare una festa è semplice e sul momento tutti si sentono a loro agio. Promuovere una crescita sostenibile invece è molto più difficile. Oggi, in netto contrasto con la destra, la sinistra ha un´agenda in materia molto coerente e razionale, che non soltanto propone una crescita maggiore ma assicura anche giustizia sociale. Per gli elettori, di conseguenza, scegliere dovrebbe essere facile.

Il piano della lobby degli inceneritori

Ma perché mai tutto l’arco parlamentare è d’accordo nel non vedere che c’è dietro i rifiuti? Collusi o ciechi?
di Guido Viale
da il manifesto del 12 agosto 2008

«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme
alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale
imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il
suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170
mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80,
oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci,centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non
cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i
ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne
della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato
malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a
bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di
infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai
quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di
produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata.
Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via
incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle
imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma ttuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.

lunedì 4 agosto 2008

CARESTIA

da una LETTERA DAL GUATEMALA
di Gerad Lutte

............... Per darvi un'idea dell'aumento dei prezzi, vi scrivo la seguente tabella.

Prodotto dicembre 2007 luglio 2008 aumento 1

1 panino 0,20 Quetzales 0,50 Q 150%
1 kg di riso 4,40 Q 9,90 Q 125%
2,27 kg di latte 95 Q 170 Q 79%
(in polvere)
1 tortilla 0,20 Q 0,33 Q 65%
1 Kg di carne 33 Q 44 Q 33%
30 uova 20 Q 27,50 Q 35%
1 kg di fagioli 6,60 Q 16,50 Q 150%
1 kg di zucchero 2,86 Q 4,59 Q 58%

Gia` prima della speculazione mondiale sugli alimenti, molte famiglie guatemalteche vivevano nella fame e alcuni morivano. Possiamo immaginare le conseguenze disastrose che si manifestano molto piu` nelle campagne che in citta`.
Molti ragazzi e ragazze che sono usciti dalla strada sopravvivono vendendo caramelle nei mezzi pubblici e anche per loro la sopravvivenza sara` una lotta continua.
..........Noi stiamo iniziando un programma di microcrediti ma i piani belli, fatti sulla carta sono spesso annientati dall' irruenza della poverta` . Uno dei nostri ragazzi aveva iniziato in un paesino nei dintorni della capitale una vendita di prodotti alimentari di base e tutto procedeva bene. Pero` un giorno vennero ad abitare nella casa fratelli e sorelle che non avevano mezzi di sostentamento e che in pochi giorni mangiarono tutte le provviste del negozio.
Ma di questo vi parlero` in modo piu` dettagliato in una prossima lettera ....
Gerard Lutte

PER UN'ALTRA ECONOMIA


Per un nuovo modello di sviluppo. Costruire un’economia parallela.
di Enzo Falco

E’ sotto gli occhi di tutti la stortura di uno sviluppo economico che si è voluto misurare solo ed esclusivamente con il reddito prodotto (PIL):1. le auto occupano gli spazi della città e hanno reso la nostra aria irrespirabile;2. le risorse idriche ed energetiche, con il ritmo di consumo che abbiamo, che peraltro riguarda solo una parte del mondo, sono destinate a finire;3. i rifiuti, al di là dei problemi di smaltimento che abbiamo già oggi, sono destinati a crescere vertiginosamente; stiamo facendo la fine della città di Leonia mirabilmente descritta da Italo Calvino;4. negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa 300 mila specie vegetali perdendo un patrimonio di biodiversità enorme e straordinario;5. tutto questo riguarda, in particolare, una piccola parte del mondo mentre il resto vive nella più profonda delle povertà.Che razza di mondo abbiamo costruito? Soprattutto se a fronte di questi aspetti negativi tutti, nessuno escluso, parlano solo ed esclusivamente di una maggiore “qualità della vita”.Eppure già Antonio Genovesi nel XVIII secolo, da Napoli, parlava di economia civile e del fatto che l’aumento oltre una certa soglia del reddito pro-capite non aumenta la felicità, né la “qualità della vita”.Analizziamo quanto sta succedendo:a. la capacità produttiva aumenta sempre di più;b. non aumenta invece il numero di compratori perché la ricchezza si concentra nelle mani di pochi;c. se il mercato non si espande numericamente e geograficamente è chiaro che deve accelerare temporalmente.Questo avviene attraverso due meccanismi:d. l’innovazione continua dei prodotti che rende rapidamente obsoleti quelli “vecchi”;e. cambia la scala dei valori: l’oggetto non ha più un “valore d’uso” ma è funzionale all’apparire e assume un “valore simbolico” quindi destinato velocemente ad invecchiare.Se queste sono le storture del nostro modello di sviluppo che ci da ricchezza (a pochi per la verità) e non “qualità della vita/felicità” è ovvio che bisogna pensare ad un modello di sviluppo diverso.Per dirla con Pasolini dovremmo puntare al progresso più che allo sviluppo ed in ogni caso ad uno sviluppo che non abbia come parametro di valutazione solo la ricchezza prodotta (PIL).Dobbiamo promuovere la crescita di una economia parallela incentrata sul “valore d’uso”; promuovere le attività che producono tasselli di qualità della vita anziché merci destinate al solo consumo:- manutenzione urbana, cura del territorio;- educazione/istruzione;- industria della cultura/cultura autoprodotta/spazi di aggregazione e di cratività;- riscoperta e valorizzazione intelligente, utilizzando in positivo le nuove tecnologie, dei saperi tradizionali;
-agricoltura biologica e di qualità;- trasporti e mobilità ecocompatibile;- aumento delle zone pedonalizzate;- uso di bici e auto ecologiche.Tutto questo è possibile se si riesce a comporre preventivamente gli interessi dei soggetti sociali, economici e produttivi che, di norma, configgono per poi ricomporsi solo a valle di una dura competizione.E’ ovvio che per determinare questa composizione preventiva bisogna attivare i meccanismi di partecipazione attiva e costruttiva non solo del mondo dell’offerta mossa dal motore del profitto, ma anche e soprattutto dei cittadini, singoli o associati.Tutto questo si chiama sviluppo sostenibile.Ma favorire la partecipazione dei cittadini e delle rappresentanze presenti nel “Forum della Sostenibilità” per la definizione e condivisione degli obiettivi e nell’individuazione delle azioni prioritarie da attivare, non significa dare vita a forme assembleari inconcludenti. Esistono ormai veri e propri metodi favoriti da esperti facilitatori. Uno dei più utilizzati è l’EASW. Si parte da un possibile scenario immaginato e si costruisce, attraverso incontri successivi, sulla base degli elementi conoscitivi acquisiti nelle fasi precedenti, un Piano di Azione Locale, che sarà lo strumento di conoscenza e di attuazione per i decisori politici, ma che vincola responsabilizzandoli tutti gli attori che hanno partecipato alla sua stesura.Insomma, con la partecipazione attiva di tutti, si creeranno quelli che sono stati definiti gli “Atelier del futuro”; veri e propri laboratori “artigianali” di idee per un futuro migliore, se possibile per noi stessi, ma soprattutto per le future generazioni.