martedì 21 ottobre 2008

Due morti diverse ma il significato è lo stesso

Una lettera dal Guatemala
di Gerardo Lutte *

E' deceduta l'altro ieri in ospedale, dopo che un autista ubriaco, intenzionalmente dicono alcuni, l'avesse investito sulla strada dove chiedeva l'elemosina. Rosa, Sofia, Tiziana, Laura e le altrestudentesse che erano venute nel '99 in Guatemala si ricorderanno di lei. L'avevo conosciuta nel 97. Aveva dieci anni, era una ragazza sveglia, intelligente, piena di gioia di vivere, con un sensoincredibile di umorismo. Si vestiva da plagliaccia e andava nei busper guadagnarsi qualche soldo,Nel '98, i commercianti del mercato del quartiere "La Parrocchia" avevano deciso di cacciare il gruppo di una quarantina di bambine, bambini e adolescenti che si erano costruito una capanna nel piccolo parco, non lontano dal mercato. Un giorno, un uomo aveva sparato all'impazzita con un fucile automatico sul gruppo delle ragazze e ragazzi promettendo di tornare per sterminarli tutti. Con l'aiuto di associazioni, avevamo iniziato un dialogo con il comitato dei venditori. Un pomeriggio, c'era una riunione nel mercato e Mishell prese la parola: "Voi, dopo il lavoro avete la fortuna di tornare a casa vostra, ma noi, che siamo stati costretti a lasciare la nostra famiglia per vari motivi, la nostra casa la capanna che volete distruggere. Anche noi abbiamo bisogno di un tetto e la nostra famiglia, ora, quella che vive nella capanna". Tutto detto con una voce chiara e convincente, senza esitazioni, come un oratore nato.Di lei mi tornano in memoria tanti altri episodi. Mi ha annunciato oggi la triste notizia della sua morte, Grecia, compagna di quei tempi gi anziani. Da anni, Grecia vive fuori della strada, ha due figli e per vivere vende creme e lozioni di bellezza che lei stessa fabbrica.Mishell non aveva avuto la stessa determinazione per uscire dalla strada. Era diventata dipendente dal crack, una droga brutta e tenace. Poi aveva avuto una figlia e tentava di vivere lontano dalladroga, un piede dentro la strada e l'altro fuori. Per vivere, custodiva carri o chiedeva l'elemosina. Per anni l'avevo cercata invano e finalmente l'anno scorso era venuta a trovarmi con suasorella minore, anche lei con una lunga storia di strada e con due figli. L'avevo rivista per caso quest'anno e l'avevo invitata a frequentare il gruppo delle quetzalitas. Lei si vergognava. Questoluned, Grecia e sua sorella Jennifer l'avevano convinta a venire la prossima domenica al gruppo delle quetzalitas. Aveva il desiderio di una vita differente. Non far parte delle quetzalitas, ma la voglio vedere come una quetzalitas che ha preso il volo irresistibile verso il sole, le stelle, un mondo di rispetto e di felicit che cercava quando, piccolina, aveva deciso l'avventura della strada. Adesso rimane un'orfana in pi in questo paese dove la morte facile.Grecia, disperata per la morte dell'amica pi cara, ha deciso per amore per lei a convincere la sorella a entrare con i suoi due bimbi a nella casa dell'otto marzo.Oggi vi ho parlato di due partenze: quella di Vittorio Foa a 98 anni e quella di Mishella a 21 anni, due vite segnate dalla ricerca dell'amicizia, della felicit, delal giustizia. Per non giusto morire cos a 21 anni, non giusto vivere così a 21 anni
Gerardo

* Gerardo Lutte, gài ordinario di psicologia dello sviluppo all'Università di Roma La Sapienza, fondatore ed animatore del Mojoca, movimento autogestito dei ragazzi e delle ragazze di strada nella Città di Guatemala. Le quetzalitas sono un gruppo del Mojoca e la casa 8 marzo una casa nella quale vivono insieme una decina di ragazze che sono uscite dalla strada ed i/le loro bambini e bambine

lunedì 20 ottobre 2008

LETTERA APERTA A ROBERTO SAVIANO

IO SONO SAVIANO
di Rosanna Camerlingo*

Caro Roberto
è appena stata resa pubblica la smentita di Schiavone in relazione alle minacce alla tua vita. Gli credi? Gli “uomini di niente” non hanno onore, né umanità. Io non ti conosco personalmente, ma ti conosco attraverso il tuo libro, i tuoi articoli, lo spettacolo teatrale e il film. Io non ti conosco personalmente, ma il tuo urlo è risuonato e risuona dentro di me. Sono nata e vivo in Campania, nella provincia martoriata di Napoli, in quella chiaiano-marano in cui si vuole fare una discarica in pieno centro abitato. Caro Roberto come fare a dirti resta? Infatti ti dico parti, vai lontano da Napoli, dall’Italia, vai e riprenditi la tua vita. Troppo dolore, troppa sofferenza, tutta la negatività che ci hai raccontato è stata aumentata in modo esponenziale dall’indifferenza, dalle difficoltà che hanno blindato la tua esistenza. Vai Roberto, parti, vai lontano da un paese che ha bisogno di eroi, magari morti, da incensare, da santificare, ma quando quegli uomini sono vivi danno fastidio. Danno fastidio alle piccole meschine umanità che sopravvivono a se stessi, agli squali che navigano a vista, agli “uomini di niente” che vogliono farti la pelle. Il sistema si compatta per liberarsi in un modo o nell’altro di un alieno che rischia di far inceppare qualche ingranaggio. Caro Roberto resisti nella forza della vita, parti e sorridi, incontra chi vuoi, come vuoi e quando vuoi, torna a scrivere stando dentro la vita e non guardandola scorrere davanti a te.
Caro Roberto so che sai che tante persone ti vogliono bene come ad un amico intimo, un fratello, un figlio, e chi ti vuole bene non può dirti resta, so anche che siamo con te, che porti dentro la tua terra, che scriverai ancora e scriverai inevitabilmente di te, di noi, della nostra martoriata terra. Forse potrai aiutarci ancora di più o forse no, ma è la tua vita che deve riprendere. Ricorda che sparsi per questa “povera Patria” ci sono tanti “io sono Saviano”e vogliamo urlare insieme a te basta. Solo questo,vogliamo urlare insieme a te perché questa coltre collosa di menzogne e di malaffare possa prima sbrindellarsi, poi dissolversi alla luce della verità.
A noi italiani e campani resta il senso di vergogna per non essere stati in grado di garantire a te e alla tua famiglia un’esistenza normale, mentre gli “uomini di niente” dormono e mangiano spesso nelle loro case, con le loro famiglie e festeggiano i propri compleanni con gli amici. Caro Roberto sogno il momento in cui la gente prenderà coscienza e una grande ondata di indignazione cancellerà “gli uomini di niente” ovunque essi siano, intanto resistiamo e sappiamo che ovunque tu sarai,noi saremo con te, e la nostra terra sarà dentro di te, perché “io sono saviano”.

*insegnante, sociologa e psicologa da Chiaiano-Marano

domenica 19 ottobre 2008

SULLA QUESTIONE NAPOLETANA

E teniamoci la camorra
di Nino Lisi
Per esprimere solidarietà ed amicizia a Roberto Saviano non è bastato che scrivesse Gomorra, e vivesse sotto scorta per alcuni anni.. Ci è voluto che fosse costretto a fuggire dall’Italia per sfuggire al rischio di saltare in aria come Falcone e Borsellino.
Per dichiararci amici, che so, di Sergio Nazzaro, che ha scritto Per fortuna io c’ho la camorra, di Maurizio Bracci e di Giovanni Zoppo, autori di Napoli comincia a Scampia, di Rosario Esposito La Rosa che, frequentando ancora il liceo di Scampia, l’anno scorso ha pubblicato Al di là della neve, dove neve sta per cocaina; o anche di Mirella Pignataro che sempre a Scampia anima il GRIDAS, acronimo di Gruppo di Risveglio dal Sonno, o del circolo di Lega Ambiente di Scampia, La Gru, o della Scuola di Pace che il 18 ottobre dell’anno di grazia 2008 inizia a via Foria un ennesimo “anno scolastico”, quello 2008-2009, cosa aspettiamo? Che siano costretti ad andarsene anche loro?
E quando ci dichiareremo amici delle centinaia di piccole associazioni e gruppi e singoli più o meno anonimi che a Napoli lavorano tutti i giorni per aggregare giovani e non giovani e farli pensare nei “quartieri”, alla”sanità” a “fuorigrotta” e nelle tante zone dove il degrado è maggiore, mettendo oscuramente a repentaglio la pelle? Forse mai, perché lavorano e lottano nel quasi anonimato, sicché se dovessero essere costretti a smettere o ad andarsene anche loro la cosa non farebbe neppure notizia. Solo la loro morte cruenta farebbe notizia. Per poco. E troppo tardi. C’è da augurarsi quindi che non facciano notizia mai, che per sempre nessuno si occupi di loro.
Eppoi, che significa dichiararsi amici?
Cos’è la solidarietà se non poggia su solide basi materiali, se non ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a lavorare e lottare con loro quando ancora sono in condizioni di farlo, se non si fatica (e forse non occorrerebbe neppure una grande fatica) per scoprire i legami della camorra con la politica e denunciarli a gran voce. Per questo sì che ci vorrebbe una voce grande ed un coraggio ancora più grande. E chi ce li dà?
Però non limitiamoci a pensare e a dire che il nodo da spezzare sia solo quello dei rapporti tra camorra e politica. Perché se nella politica trova supporti e complicità e nell’ignoranza e nella fame del sottoproletariato trova la sua manovalanza, è nella connivenza palese ed in quella occulta della borghesia napoletana che la camorra trova l’habitat per espandersi.
Connivenza palese che sta nei collegamenti e nei supporti professionali che la camorra vi trova per i suoi traffici. Connivenza occulta che sta in quelle che Michele Prisco nel febbraio del 1990 descriveva cosi: .
.
Si tratta dunque di una realtà complessa ed intricata come mai.
Sì, per cercare di contenere o per lo meno per contrastare la camorra, la magistratura e le forze dell’ordine, ci vogliono (i militari un po’ meno). E’ vero: per ostacolare il ricambio della manovalanza camorristica occorre creare un’altra alternativa ad una povertà che diventa miseria d’animo.
Ma non è solo così che si può sradicare il fenomeno; la soluzione sta altrove.
Va apprestata sul piano della cultura diffusa, per modificare la “particolare filosofia che è alla base del temperamento dei napoletani”, affinché non continui a perpetuare l’endemica inclinazione al malgoverno amministrativo e la carenza di senso civico. Ma chi può farlo? Chi può entrare in gioco mettendo in circuito valori, comportamenti, sensibilità e stili nuovi? .
A Napoli ci sono “casi esemplari”: l’Istituto di Studi Filosofici, il Suor Orsola Benincasa, Napoli 99, ad esempio per ricordare soltanto gli stessi che citava Prisco. Ma sono isole. Felici, ma isole che non incidono sulla “filosofia” di vita dei napoletani, non rompono la incredibile assuefazione della borghesia a tenere insieme arte, filosofia, bellezza, camorra e “munnezza”, non mettono in crisi la sua rassegnata accettazione (che è poi un alibi) dell’esistenza di due città contrapposte, non usano , per dirla con Attilio Wanderlingh, l’editore di Intra Moenia. Il quale aggiunge, e sono pienamente d’accordo, .
Ed allora? Allora occorrerebbe una mobilitazione grande dell’intellettualità diffusa che, con significative ma poche eccezioni, è però generalmente è assente dal problema, inerte. Altrimenti? Altrimenti Napoli resta come è; e se c’abbiamo la camorra ce la teniamo.


giovedì 16 ottobre 2008

Questione napoletana


«Orrorosi» napoletani
Ponticelli e Castelvolturno, i «casalesi» e Saviano, e il «precedente» del 1799.
Intervista di Angelo Mastrandrea ad
Ermanno Rea
da il manifesto del 15 ottobre 2008
Ermanno Rea è «più che preoccupato» dagli ultimi eventi che riguardano Napoli, la città che ha raccontato in buona parte della sua produzione letteraria. Ultimo l'attentato che i Casalesi starebbero preparando entro Natale a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, «che dimostra quanto sia grave questa malattia» che si chiama camorra, una malapianta che «non si combatte con mitragliette e pattuglie» ma «andando alla radice del problema e proponendo un modello di società diversa». Ma per parlare di quella che è diventata oggi la sua città e la sua regione preferisce proiettare lo sguardo oltre, all'indietro. Per questo Rea ci aspetta nella sua abitazione romana con una vecchia edizione di un libro di una certa consistenza (in pagine) tra le mani. Leggiamo insieme: «E' degno di esser notato che fu veduta ieri una cosa orrorosa a dirsi, ma che fa conoscere che cosa sia l'uomo. Essendosi bruciati i corpi di due giacobini, il popolo furioso e sdegnato ne staccava i pezzi di carne abbrustolita e li mangiava, offrendoseli l'un l'altro fino i ragazzi. Eccoci in mezzo ad una città di cannibali antropofagi che mangiano i loro nemici». Il racconto è di un avvocato partenopeo del quale oltre al nome, Carlo de Nicola, non si è tramandato assolutamente nulla se non un dettagliatissimo «Diario napoletano» della rivoluzione del 1799.

Di cose «orrorose» la città di Napoli continua a offrirne ripetutamente: la strage di Castelvolturno, i roghi dei campi rom di Ponticelli, l'attentato a Saviano se fosse stato compiuto. Spesso dietro c'è la camorra. E i «casalesi».
Tutti questi fatti che hai elencato mi preoccupano molto e dimostrano quanto sia grave la malattia che affligge Napoli e il suo hinterland. L'origine della camorra sta in un modello di società sbagliato. Ed è soprattutto la politica che va messa sotto accusa perché finora l'ha fatta prosperare. Ci sarebbe bisogno di più fatti e meno parole. Invece la saga dei casalesi viene ormai trattata dai media come una soap opera, quando per combatterla servirebbe affrontare la questione del sottosviluppo napoletano.

Che non produce solo camorra, ma negli ultimi tempi ha alimentato anche più di un episodio di razzismo.
Ogni volta che avviene un caso come quelli di Pianura o Ponticelli in molti mi pongono la seguente domanda: com'è possibile che i napoletani, con la fama che hanno di popolo mite e tollerante, riconosciuta dal mondo intero, fanno questo? Io rifletto e mi dico che sono domande che non necessitano di una risposta rassicurante, del tipo «per carità, i napoletani sono brava gente». Al contrario, non esiste una bonomia innata, intangibile, a prova di bomba.

Cos'è dunque che sta intaccando questa bonomia?
La tolleranza è figlia di un clima sociale, politico, istituzionale. Così come la violenza e il razzismo sono figli di un clima imbarbarito. Per questo non bisogna meravigliarsi se accadono fatti come quelli di Ponticelli o Pianura. Eppure Napoli, pur nell'imbarbarimento generale, continua a rappresentare un'anomalia in Italia. Il degrado che c'è qui non esiste in nessun'altra parte del Paese. Nelle campagne del casertano c'è uno sfruttamento della manodopera immigrata che non credo ci fosse nemmeno negli Usa de «La capanna dello zio Tom». Altro che razzismo, questo è schiavismo. Ma attenzione: Saviano ha raccontato come la camorra si stia espandendo al nord,dunque l'infezione si può propagare. Se tutta l'Italia non capisce che bisogna intervenire, non ci sarà salvezza per nessuno. Napoli è una ferita nel corpo del Paese.

In realtà, Berlusconi sostiene che sta occupandosi di Napoli e di aver risolto il problema rifiuti.
Di Berlusconi non voglio parlare. Non riesce proprio a vedere la sostanza, si ferma alla superficie.
Eppure c'era stato un periodo in cui si era parlato di «rinascimento napoletano».
Possiamo anche dire che esiste una cultura napoletana di grande spessore e non solo cose «orrorose». Nella letteratura c'è un gran fervore, il «caso camorra» nasce da lì, ma è una letteratura dolente. Purtroppo oggi prevale lo sfarinamento. E una città che si sfarina non può pensare al futuro, vive l'esperienza del negativo. A ciò aggiungiamo che Napoli si trascina dietro un ceto premoderno, la vecchia plebe che oggi non saprei come definire e che può fare cose «orrorose». Certamente c'è una continuità nella storia.

Come mai?
Per via della classe dirigente napoletana e non solo. E' dal 1860 che Napoli viene sistematicamente espropriata delle sue energie produttive e intellettuali. E questo è un punto. Aggiungerei pure che oggi Napoli non conosce se stessa. Ci sarebbe stato bisogno di rivoltare la città come un guanto per conoscere tutto di lei. Invece nessuno l'ha fatto, anche per via dell'emigrazione e della scarsa lungimiranza dei politici. Con il risultato che ogni volta che accade qualcosa caschiamo dalle nuvole. Mi chiedo: come si può somministrare una medicina senza conoscere perfettamente la malattia? Ma la vera anomalia di Napoli è di natura socio-economica. La sua salvezza non può che passare attraverso il lavoro. Non si può pensare alla sopravvivenza di una città senza una sua economia legale. Mi chiedo che cosa accadrebbe se a Napoli fossero paralizzate tutte le attività illegali. Questa è una città che campa di nero. E di neri.

Quelli che lei definisce i «nuovi napoletani» e che vediamo nel suo ultimo romanzo, «Napoli ferrovia».
Sì i «nuovi napoletani» sono gli immigrati e il futuro di Napoli è quello di diventare una città meticcia. Una cosa che noi napoletani abbiamo nel sangue: il nostro dialetto è pieno di francesismi, spagnolismi, siamo un popolo cosmopolita per natura. Due anni fa promossi un decalogo che fu sottoscritto da più di un centinaio di intellettuali e politici napoletani. Oggi è attuale come non mai, si potrebbe rilanciarlo (parla di «Napoli città-mondo», aperta al Mediterraneo e meticcia, e propone la creazione di una Consulta sull'immigrazione composta da «vecchi» e «nuovi» napoletani. Forse il razzismo, e i «casalesi», si possono cominciare a combattere partendo da lì, ndr).

giovedì 9 ottobre 2008

RIFIUTI

Un paradosso nella gestione Bertolaso
di Ugo Leone


Chi decide, che cosa? È il quesito che da più tempo mi pongo quando rifletto sul problema dei rifiuti a Napoli e nel resto della regione. Può darsi che, come scrivevo in un precedente intervento (“il buio oltre il 23 luglio”11 luglio 2008) la gestione della soluzione del problema sia ancora schizofrenica. Ma la malattia appare in via di miglioramento, grazie al ciglio decisionista del presidente Berlusconi nella inedita veste di “operatore ecologico”. E sempre più chiara appare la strategia.
Il tutto viene chiarito dalla recentissima proposta/decisione di avviare la costruzione di un quinto impianto di incenerimento. Cerchiamo di ragionare con qualche numero: ogni anno in Campania si producono 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti. Se, nel parziale rispetto della legge (Ronchi) se ne volessero avviare a raccolta differenziata almeno il 30%, in questo modo si avvierebbero nelle filiere del riciclaggio 750.000 tonnellate. Ne resterebbero da smaltire le restanti 1.750.000 tonnellate.
Come? Una ragionevole integrazione delle varie fasi del ciclo dei rifiuti vorrebbe che, nel modo più virtuoso possibile, partendo dall’obiettivo di ridurre il più possibile (ed è realisticamente possibile) a monte la produzione di rifiuti, una volta prodotti, i rifiuti vengano, innanzitutto selezionati e separati nelle due frazioni umida e secca. L’umido dovrebbe andare negli impianti di compostaggio. Il secco dovrebbe essere smaltito il più possibile (sempre a termini di legge) in modo differenziato; la restante parte dovrebbe finire in discarica e negli inceneritori. In realtà le discariche hanno una funzione che è inversamente proporzionale al il numero di impianti di incenerimento: più sono questi ultimi, minore è la necessità di discariche. Ma poichè un inceneritore non si costruisce dall’oggi al domani, in assenza di un poderoso impulso al riciclaggio opportunamente incentivato, le discariche conservano il ruolo fondamentale di stivare rifiuti in attesa che gli impianti di incenerimento diventino funzionanti. A questo punto il problema è che più sono gli inceneritori, minore è la convenienza ad effettuare la raccolta differenziata. Con buona pace dei molti sindaci dei comuni virtuosi e ricicloni che si svenano e svenano le loro già povere finanze per mandare a chilometri fuori regione la frazione umida che non si può smaltire in Campania per mancanza di impianti.
Il tutto anche in contrasto con l’obbligo, a suo tempo indirizzato ai Comuni, di avviare la raccolta differenziata per lo smaltimento dei rifiuti pena il commissariamento dei Comuni stessi. Quei Comuni che hanno preso sul serio questa “minaccia” si sono attrezzati. Talora faticosamente e a costi economici elevati, come prima ricordavo. È quanto sta avvenendo, tra l’altro, in molti comuni del Parco Nazionale del Vesuvio. Ebbene proprio qui, come paventavo nell’articolo che citavo all’inizio, il sottosegretariato di Bertolaso sta procedendo a tappe forzate per rendere operativa una discarica esistente nel comune di Terzigno (ma soprattutto contigua ai comuni di Boscoreale, Trecase e Boscotrecase) nella quale ci si propone di sversare quotidianamente 1.000 tonnellate di rifiuti “tal quale”. Prescindo dalle valutazioni su tutto ciò che significa questa apertura in un Parco nazionale come il Vesuvio già massacrato da anni di abusivismo e di sversamenti in cave e discariche che hanno ingoiato rifiuti di ogni provenienza e della peggiore specie. Ne prescindo perché queste valutazioni sono valutazioni presentate dall’Ente Parco nelle sedi deputate. Ma una sola riflessione vorrei indurre a fare: per quale motivi i sindaci virtuosi dovrebbero continuare a raccogliere in modo differenziato i loro rifiuti per avviarli al riciclaggio? Perché dovrebbero far questo con costi elevati mentre a costo zero li potrebbero mandare “tal quale” a Terzigno?
da“la repubblica Napoli” 8 ottobre 2008

giovedì 2 ottobre 2008

S.O.S RAZZISMO

Scoppiano i tafferugli durante la manifestazione antirazzistura a Pianura
Napoli, scontri al corteo donne pestano immigrato

Alcuni residenti lanciano sassi e ribaltano i cassonetti.
Colpito anche il cronista di Polis ANSA Italia


Tratto dal quotidiano - Il Verona del 30 Settembre

■ Taniche di plastica e secchi di metallo usati come tamburi per scandire il ritmo afro della protesta. Cartelli e striscioni di denuncia contro i razzismi. È cominciata così la manifestazione degli immigrati di via Dell’Avvenire a Napoli. Un corteo colorato e pacifico che ha attraversato le strade di Pianura. Uomini e donne in fuga dai loro paesi in guerra, storie di sfruttamento, di povertà, di sopravvivenza, volti affaticati ma fieri e dignitosi. Lo slogan invocato dai 300 che diventa un martello : “Stop, stop, stop razzismi”.
Le associazioni, il sindacato Rdb, le reti degli immigrati riuniti per lanciare un appello alla stragrande maggioranza dei residenti onesti di Pianura insomma quelli che non vanno ad imbrattare i muri con le minacce: “Negri morte”, “Neri via”, “Neri m...”. Il clima è pesante.
A molti non è piaciuto il corteo. Poi le contraddizioni che esplodono in una guerra tra poveri. «Mia figlia è andata a Torino perché non trovava lavoro - dice Lucia , 60 anni - ora sopravvive. Io non sono razzista però gli immigrati non possono pretendere cose che non hanno neppure i nostri figli». E ancora:
«Abito in via Dell’Avvenire - dice Giusy appena 20 anni - e i neri ci danno fastidio sono sempre ubriachi». Intanto il corteo prosegue e arriva in una strada larga dove svetta l’edificio disabitato -T1-. Qui vi risiedevano fino due mesi fa immigrati e napoletani.
Soumahoro (Rdb) denuncia le violenze e aggressioni che nelle ultime settimane hanno come obiettivo gli immigrati. «Abbiamo paura - urla - ci sono esponenti politici della destra che fomentano la folla inneggiando all’odio razziale». «La voglia di mandare via noi neri - continua - è dovuta ai tanti interessi legati alla riqualificazione del centro antico di Pianura». Mentre la manifestazione giunge nel cuore del quartiere una pattuglia di donne trascina i cassonetti per bloccare il corteo. Tra loro c’è qualcuno come Assunta che cerca di ragionare, di discutere, di mediare. Ammettere anche che le scritte razziste vanno cancellate subito. Una voce non ascoltata. Compaiono strani personaggi che aizzati ad arte preparano la trappola. Cristian, 32 anni, della Romania stringe tra le mani un cartello:
“Ragazzi non buttate le pietre”. Un auspicio caduto nel vuoto. In via Dell’Avvenire si scatena la guerriglia. I residenti vogliono evitare che gli immigrati rioccupino le case. Sassi contro gli agenti e caccia al nero. Nella bolgia anche il cronista del quotidiano “Il Napoli” (gruppo E Polis) viene brutalmente malmenato. I militari riescono a fare un cordone per salvare gli immigrati, ma uno di loro resta indietro. Kasmir, doveva fare la dialisi, attende un trapianto di reni, è in Italia con regolare permesso di soggiorno ma vienebrutalmente malmenato. Un carabiniere lo salva dal linciaggio.

INTERROGATIVI SU NAPOLI


Sabato 18 OTTOBRE 2008 ore 18.30 presso la chiesa battista, via foria 93 - Napoli
Napoli, crocevia di culture, valori, paure e esperanze
SCUOLA DI PACE 2008/09
Napoli è ancora punto di incontro delle culture mediterranee?
relatore: Gerardo Marotta
introduce e modera: Francesco De Notaris