lunedì 29 settembre 2008

I NERI SI RIBELLANO ALLA CAMORRA. A QUANDO I BIANCHI?

Prima volta
da "Catena di San Libero" (n. 370) di Riccardo Orioles

Per la prima volta in Campania c'è stato un movimento di massa contro la camorra. Non l'hanno fatto i campani, l'hanno fatto i negri. Hanno fatto casino, hanno sfilato, hanno gridato frasi contro i camorristi e i loro complici. Hanno fatto disordine, hanno dato fastidio alle vetrine. E cos'altro potevano fare? La legge non gli concede nessun altro modo di esprimersi. E lo stesso a Milano: i neri, i senzaviso, i pochi bianchi umani e timorati di Dio hanno finalmente trovato il coraggio di scendere nella strada a dire "basta".I grandi giornali democratici, che avrebbero avuto un titolo facile facile da sbattere in prima pagina - "La rabbia e l'orgoglio": se non qui, quando? - hanno preferito titolare sui "disordini al corteo" e roba del genere. I "disordini" consistevano in un paio di biscotti - non molotov, non pezzi di selciato: biscottini - lanciati contro il bar dei linciatori.Il movimento, in ogni caso, è partito. E' partito come partono sempre - spontaneamente, umanamente, fra dolore e collera - i movimenti dei poveri. E' successo una volta, dunque succederà ancora. Ne nasceranno cose, anche "politiche", le uniche veramente politiche del momento.Quanto alla camorra, finalmente hanno mandato i poliziotti (perché non prima? Perché col buffo contorno propagandistico dei "soldati"?) e questo grazie al martirio e alla lotta dei neri, non della popolazione "bianca" ormai asservita. Staremo a vedere se i nuovi poliziotti serviranno a "controllare" ancora di più i neri o, finalmente, a fare la lotta dura alla camorra. Certo con un governo del genere non sarà facile, coi sottosegretati citati come "interlocutori" dai camorristi (l'Espresso è stato minacciato dall'alto, mediante perquisizioni, per aver pubblicato questa storia) e con Bossi che dice "Hanno fatto bene" quando i camorristi assaltano a colpi di molotov i campi zingari. Ma polizia e carabinieri troveranno la forza per fare, governo o non governo, il loro dovere.Sul piano dell'informazione: perché i neri uccisi dovevano essere tutti camorristi? Nessuno di loro era nigeriano, dell'unica etnia che possiede clan mafiosi. E' come se la mafia, per controllare gl'immigranti del sud (poniamo, nella Torino anni '60) avesse fatto una strage di abruzzesi, lucani e pugliesi risparmiando accuratamente napoletani e siciliani. Terrorismo mafioso, non lotte fra clan, avrebbero scritto allora i giornalisti. Quelli di ora hanno preferito buttarsi sui "neri tutti delinquenti", favoreggiando oggettivamente la camorra assassina (e qualcuno, stando a Saviano, non solo oggettivamente).A proposito di Saviano: "L'Italia rappresentata da Gomorra" al festival di Cannes. Cazzate. Gomorra non rappresenta affatto l'Italia. Rappresenta i neri vittime e ribelli, rappresenta i ragazzi tipo "Napoli Monitor", rappresenta i bravi preti anticamorra della provincia di Caserta, rappresenta i pochi italiani che, in Campania e altrove, si battono per la dignità umana e dunque contro il governo e la camorra. Noi siamo una minoranza, e ne siamo orgogliosi. Un giorno, tornerà a non essere più così. Ma ora siamo come nel '36. A noi ci rappresenta Saviano. A loro, Lapo Elkann e Calderoli.

domenica 28 settembre 2008

L'IMBROGLIO DEI RIFIUTI

Rifiuti: ci stanno imbrogliando alla grande
di Marco Mascagna onlus


A credere ai mass media Berlusconi ha compiuto il miracolo risolvendo il problema rifiuti in Campania. La realtà è che ci stanno imbrogliando ancora una volta e che la pagheremo cara. Vediamo perché esaminando una serie di fatti.

- “A Parco Saurino ho trovato una discarica perfettamente attrezzata nel 2002, mai usata. Come è possibile che nessuno si sia posto il tema di utilizzare una discarica che da sola può contenere tutti i rifiuti prodotti dalla Campania in 6 mesi e, dunque, usandola non ci sarebbe mai stata l’emergenza?”. Questa è la denuncia che Walter Ganapini, Assessore all’Ambiente della Regione Campania dal febbraio 2008 nonché uno dei maggiori esperti di rifiuti italiani, ha fatto il primo giugno 2008. A questa precisa denuncia il Commissariato non ha mai risposto. Nei giorni successivi, anzi, il Commissario si è negato a incontri con i giornalisti e non ha rilasciato nessuna dichiarazione: una strategia ben nota in comunicazione quando si è nel torto. (L’intervista a Ganapini è su www.openpolis.it/dichiarazione/356713)

- “A Parco Saurino, in un campo, ho trovato abbandonati i vagli mobili acquistati nel 2002 e mai usati, del valore di qualche decina di milioni di euro”, queste macchine che non sono mai state usate avrebbero potuto far funzionare correttamente gli impianti CDR e impedire che venissero prodotte milioni di ecoballe. Questa è un’altra denuncia di Ganapini a cui il Commissariato non ha dato risposta (vedi la medesima intervista sul medesimo sito).

- Il Governo approva il decreto rifiuti che deroga a 47 leggi nazionali (molte di esse sono recepimenti di normative europee). Grazie all’emergenza verranno smaltiti rifiuti indifferenziati e anche pericolosi in discariche, verranno costruiti 4 inceneritori capaci di bruciare oltre il 60% dei rifiuti prodotti attualmente in Campania, sono definitivamente ripristinati i CIP6 per gli inceneritori Campani (cioè l’elargizione di circa 60 euro per ogni tonnellata di rifiuto bruciato, soldi presi tramite la tassa del 7% sulle bollette dell’energia elettrica, che dovrebbe invece finanziare le energie rinnovabili; finanziare l’incenerimento è contrario alla normativa europea e la UE ha più volte richiamato l’Italia).

- L’Unione Europea mette sull’avviso l’Italia: “Le autorità italiane devono rispettare la legislazione comunitaria in materia ambientale. La normativa comunitaria in materia ambientale stabilisce un quadro per la tutela della salute umana e dell'ambiente. Sarebbe paradossale se, per affrontare rischi di carattere sanitario a breve termine, fossero nuovamente messi in pericolo la salute umana e l'ambiente, ad esempio per la mancata applicazione di disposizioni chiave della direttiva sulle discariche, che prevedono obblighi sanitari di lungo periodo che dipendono dalla natura, pericolosa o non pericolosa, dei rifiuti destinati a discarica” (Commissione Europea 17/6/08).

- Un recente documento dell’ANIDA (le imprese che costruiscono inceneritori) dal titolo “Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani” propone di costruire nuovi inceneritori per una capacità complessiva di 17 milioni di tonnellate l’anno. In tale maniera si potrebbe bruciare il 65% dei rifiuti attualmente prodotti in Italia. L’inizio del documento è significativo: «Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione quale strumento decisivo per superare le emergenze ambientali attuali e future». I diversi partiti sono PdL, UDC, PD. La proposta di introdurre i CIP6 è del PD, la Lega è recalcitrante ma poi vota a favore insieme a PDL e UDC. Il documento propone anche di bruciare i rifiuti tal quali, senza più trattarli in impianti per separare dai rifiuti la parte bruciabile (il CDR che è circa il 30-40% dei rifiuti) e di ripristinare i CIP6 per tutti gli inceneritori presenti e futuri in Italia.

- Parte la raccolta differenziata a Napoli. Si inizia con 20.000 abitanti dei Colli Aminei. In soli 2 mesi si arriva ad una percentuale del 73% di raccolta differenziata. Ad ottobre la raccolta sarà estesa al Rione Alto, Chiaiano, Ponticelli, Bagnoli, Pianura: entro dicembre 2008 riguarderà 100.000 abitanti ed entro fine 2009 200.000 abitanti, entro il 2011 600.000 abitanti. Anche in moltissimi Comuni della Campania è partito il porta a porta con percentuali di raccolta intorno al 60-70%.

- Vista l’emergenza e visto che in Campania si producono 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno – come recita il cappello di tutti i recenti documenti, ordinanze e decreti sui rifiuti in Campania – saranno realizzati 4 inceneritori (uno dovrebbe entrare in funzione nel 2009, gli altri non prima del 2011), si sono aperte diverse discariche, altre sono in costruzione e altre ancora in progetto (Berlusconi e Bertolaso hanno dichiarato il 4/9/08 che “bisogna allestire altre discariche per una capacità complessiva di 3-4 milioni di tonnellate”). Quindi avremo tante discariche capaci di accogliere da sole tutti i rifiuti prodotti in Campania nei prossimi 24-30 mesi e tanti inceneritori capaci di smaltire il 60% dei rifiuti prodotti in Campania (il solo inceneritore di Acerra può smaltire il 25% dei rifiuti prodotti). E le politiche di riduzione dei rifiuti, il riciclaggio, il compostaggio, previsti dalla normativa europea e nazionale che fine faranno? E i rifiuti raccolti in maniera differenziata dai tanti Comuni della Campania?

- In Sicilia è stato siglato un accordo che introduce la regola del “deliver or pay”: in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un Comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso. La regola del “deliver or pay” è stata richiesta anche per gli inceneritori della Campania.

- Stante l’attuale normativa europea l’Italia riceverà salatissime multe per avere contravvenuto alle norme che vietano lo smaltimento di rifiuti indifferenziati e tossici in discarica, l’incenerimento di rifiuti indifferenziati, il finanziamento dell’incenerimento dei rifiuti (CIP6).

- I famigerati CIP6 non solo sono un enorme esborso di soldi per l’incenerimento ma distorcono anche l’economia di mercato, perché rendono non conveniente economicamente il riciclaggio della carta e di gran parte delle plastiche (polistirene, polipropilene, ecc.): conviene infatti più bruciarle e intascare i CIP6 che venderle a cartiere e industrie della plastica.

In conclusione l’emergenza rifiuti è stata determinata ad arte ed è stata risolta mettendo in piedi un sistema sovradimensionato ed estremamente dispendioso dal punto di vista economico: nell’immediato, quando sarà a regime e ancora più quando la UE ci comminerà le sue multe. Un sistema che non tutela la salute dei cittadini e dell’ambiente (per tale motivo smaltire rifiuti indifferenziati e pericolosi in discarica e bruciare rifiuti indifferenziati sono vietati dalla UE), ma che fa guadagnare cifre da capogiro a molti. Un “grande affare”, un mare di soldi, e, quando ci sono tanti soldi, in tanti ci si buttano per accaparrarsene una parte. Forse così si spiega il silenzio di voci critiche, l’afasia di gran parte degli “esperti” (troppe consulenze e finanziamenti hanno avuto grazie all’emergenza rifiuti!). Tutti in riga per non disturbare il grande affare, per non rischiare ritorsioni, per non esporsi. Perfino un istituto autorevole come l’Istituto Superiore della Sanità ha firmato un documento insieme all’Ordine dei Medici e al Commissariato nel quale si dice che “Gli impianti di incenerimento (quale quello che entrerà in funzione ad Acerra) non rappresentano un rischio aggiuntivo per la salute delle popolazioni residenti nelle aree circostanti. Il loro impatto ambientale è paragonabile a quello conseguente a normali situazioni di traffico urbano”. (www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/rifiuti_piano_salute/index.html).
Ora si stima che l’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico automobilistico (in particolare quello urbano) determina oltre 30.000 morti all’anno in Italia (Künzli Lancet 2000), per cui tale asserzione è una palese contraddizione, una mistificazione indegna.
Che possiamo fare di fronte a questo quadro desolante? Bisogna:
- smascherare questa mistificazione, informando quante più persone è possibile del grande imbroglio;
- fare in modo che la raccolta differenziata sia dappertutto un successo come ai Colli Aminei, per rendere evidente l’inutilità di 4 inceneritori e di altre discariche;
- impedire che la regola del “deliver or pay” sia adottata anche in Campania;
- rallentare il più possibile la costruzione degli inceneritori di S. Maria la Fossa, Salerno e Napoli (quello di Acerra basta e soverchia per bruciare il CDR che residua dalla raccolta differenziata). In questa maniera si può arrivare nel giro di un anno o poco più ad una situazione di fatto che faccia capire anche ai più distratti o ideologici l’assurdità del sistema messo in piedi dal Governo Berlusconi con l’appoggio dell’UDC e del PD.
Associazione Marco Mascagna onlus
www.giardinodimarco.it

mercoledì 3 settembre 2008

CRESCITA E SVILUPPO. UNA TESTIMONIANZA INCONTROVERTIBILE

Amazzonia: saccheggio e rivolta
Lettera aperta di alcuni missionari e della campagna “Sui Binari della Giustizia”

In tanti stanno parlando e scrivendo sull’Amazzonia. Eppure siamo convinti che quello che abbiamo da dirvi ha ancora sapore, perché scritto da una terra che era Amazzonia e non lo è piú.
Siamo una comunitá missionaria comboniana che è venuta a cercare questi posti, sfidata dalla violenza silenziosa della devastazione, che parla con spazi immensi di niente: solo terra, terra, terra… per chi? Per quale progetto di sviluppo?
Vi scriviamo da Açailândia, in Maranhão, Brasile. Il nome della nostra cittá significa ‘la terra dell’açaí’, un frutto rosso sangue che è stato risucchiato via dal disboscamento.
La regione della nostra comunitá si chiamava Piquiá, era il nome di un’altro frutto; pochi anni fa l’hanno ribattezzato Pequiá, acronimo che sta per ‘Polo Petrol-Químico de Açailândia’.
Nei nomi, i destini delle cose.
Ora l’Amazzonia è lontana, anche per noi. Qui siamo quello che un giorno altri, alcune centinaia di kilometri piú all’interno, potrebbero diventare: deserto.
Deserto verde, certo: monoculture di brachiaria, che è l’erba dei pascoli immensi nei latifondi.
O di eucalipto, la ‘tenda verde’ per nascondere i forni di produzione del carbone. Usavano eucalipto per bonificare le paludi del Lazio; oggi in Maranhão abbiamo piantagioni di questa specie con centinaia di milioni (!) di alberi, cresciuti in suoli diserbati dal concime chimico: a breve le falde acquifere rischiano di esaurirsi, facendoci passare dal deserto verde alla steppa.
Açailândia secondo noi è un paradigma, una strofa della storia dello sviluppo in Brasile che bisogna imparare tutti a memoria… per evitare di ripeterla in altri racconti.
Non è per questo, peró, che la nostra cittá ha scelto il monumento-simbolo al suo ingresso: due enormi tronchi di alberi nativi, uno incassato nell’altro a formare un ‘tau’ che inneggia al passato delle 60 grandi segherie della zona. Memoria che lo sviluppo è passato di qui, secondo alcuni; monumento ai caduti, secondo altri. Per entrambi i gruppi, resta il fatto che le segherie hanno mangiato legna fino a dieci anni fa senza lasciare nemmeno le briciole; poi si sono tutte trasferite in Pará, piú a nord, lasciandoci solo… la segatura!
Cosí siamo una cittá-simbolo: orgoglio del Maranhão, secondo municipio piú ricco nel nostro Stato, modello efficace della crescita… ma anche luogo del delitto in cui è ancora possibile scovare le tracce di tutti i responsabili della devastazione.
Andiamo a conoscerli.
La Estrada de Ferro Carajás é una delle maggiori ferrovie mai costruite: 892 kilometri per collegare il piú ricco giacimento di ferro del mondo (Carajás) a uno dei principali porti commerciali dell’America Latina: São Luís. Ci passano quotidianamente 12 treni di 330 vagoni e 4 locomotive, carichi di minerali: nel solo 2005 il guadagno netto della ferrovia è stato di piú di 200 milioni di dollari.
Senza calcolare che oggi il minerale di ferro imbarca a São Luís al prezzo di 50 dollari alla tonnellata e viene riscaricato in Cina a 140 dollari. La stessa impresa che estrae il minerale si occupa del suo trasporto, occasione per altri guadagni massicci: state conoscendo la seconda compagnia mineraria del mondo, Vale do Rio Doce.
È questo colosso il grande responsabile di molti movimenti economici qui in Maranhão e nel Pará: una compagnia con 35 mila impiegati, 10 mila domande di lavoro nella sola zona dei giacimenti e una esternalizzazione ad altre aziende del 90% della mano d’opera locale.
Fa capo alla compagnia Vale do Rio Doce lo sfruttamento complessivo di questa fonte di ricchezza, nei suoi diversi passaggi: il ciclo di estrazione del minerale di ferro, la fusione nelle industrie siderurgiche locali senza nessun tipo di filtro né controllo ambientale, il consumo di carbone per alimentare gli altiforni, la devastazione della foresta vergine (fino a qualche anno fa) per ottenere carbone vegetale e le piantagioni massicce di eucalipto (da pochi anni) per sostituire la foresta che c’era prima.
Il “Programma Grande Carajas”, che ha innestato la ferrovia in queste terre per ‘portarvi lo sviluppo’, è stato fin dall’inizio pilotato dall’esterno: le imprese multinazionali durante il regime militare erano le uniche ad avere accesso ad informazioni privilegiate sulla ricchezza di queste terre.
Grandi oligopoli giapponesi e statunitensi, alleati ai generali di fine dittatura, si sono spartiti nel lontano 1978 la terra e le opportunitá. La compagnia Vale do Rio Doce all’inizio è stata anche pubblica, ma dal 1997 è tornata privato bottino degli investitori internazionali.
Cosí, ogni giorno, il nostro popolo maranhense affacciato alla finestra della sua baracca vede passarsi sotto il naso ricchezze enormi a cui non potrá avere il minimo accesso.
Lo sfruttamento minerario è solo una tappa della grande sequenza dello sviluppo: un anello di cui non si riconosce piú l’inizio. Latifondo, disboscamento per produrre, allevare o ricavare carbone, incendi costanti per ripulire grandi aree improduttive da destinare a pascoli, monocultura della soia e dell’eucalipto, industrie siderurgiche, camion…
La violenza ambientale è evidente e innegabile, tanto che la compagnia si è subito prodigata in operazioni mediatiche: poca preservazione ambientale e molta divulgazione della sua preoccupazione per la natura. Nel linguaggio degli affari, si chiama ‘greenwashing’: Una sorta di lavaggio in verde della coscienza davanti all’opinione pubblica. La compagnia ha annunciato che solo nel 2008 investirá 260 milioni di dollari per la preservazione dell’ambiente… eppure continua ad essere il gruppo minerario con piú multe ambientali in Brasile!
Per due volte ufficialmente Vale do Rio Doce ha dichiarato di non rifornire minerale di ferro alle industrie siderurgiche che ancora stessero tagliando legna direttamente dalla foresta. Ottima intenzione, ma giá questo bisogno di rinnovare pubblicamente l’impegno fa sospettare che la prima volta non si sia riusciti a mantenerlo…
C’è poca trasparenza nelle operazioni ambientali della compagnia. Quello che si riesce a vedere, sempre e comunque, sono le 14 industrie siderurgiche lungo la ferrovia, costruite a ridosso delle case della nostra gente (che era lí da almeno 20 anni prima). Ne stiamo aspettando altre due qui vicino e una grande acciaieria ad Açailândia, cittá che non ha ancora imparato a tenersi in piedi sotto il peso della produzione del ferro.
Il sistema di produzione energetica è pericolosamente inquinante (come nel caso di Barcarena, Pará, con una futura centrale a carbone importata da oltreoceano!) o devastante (come nel caso della grande diga di Tucuruí, che -lunga 11 km- ha coperto 2.430 km² di foresta e terre indigene).
Il dolore che questo sistema provoca non è solo per la foresta, ma per tutta la vita che vi si incontra:
le popolazioni indigene, ad esempio, sono spesso vittime inconsapevoli del progresso. Quasi sempre in un silenzio collettivo di complicità.
Ogni tanto, come nel luglio scorso, appaiono piccoli segni di riscatto: il popolo indigeno Krenak, in Minas Gerais, ha ottenuto un’indennizzazione di quasi 8 milioni di dollari per danni morali collettivi, grazie ad un’azione sostenuta dal Ministero Pubblico Federale.
Ad Ourilândia (Pará), in una delle zone di assentamentos dove vivono i piccoli produttori rurali, lo Stato brasiliano ha avuto il coraggio di processare la compagnia Vale do Rio Doce per illegalità nell’estrazione del nichel.
In maggio 2008 il Tribunale Permanente dei Popoli ha condannato la compagnia per crimini ambientali e violazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani nella regione di Sepetiba (Rio de Janeiro).
È su queste sintonie che dobbiamo muoverci, per scrivere frammenti di storia che escano dagli spartiti di chi possiede gli strumenti di potere.
Oggi sembra che le uniche proposte redditizie siano il latifondo, la monocultura o l’agribusiness.
Ma chi conosce la ‘nostra’ gente crede ancora possibile, malgrado tutto, scommettere sulla produzione familiare, su progetti di piccole dimensioni: ben accompagnati, seguiti per un numero garantito di anni, magari finanziati proprio dalla multinazionale che qui in Brasile sta guadagnando di piú dalla terra e dalla foresta.
È con questo sogno che una rete di enti locali del nord del Brasile si sta stringendo sempre di piú: oltre a noi Missionari Comboniani, si sono riuniti Fórum Carajás, Sociedade Maranhense dos Direitos Humanos, Central Única dos Trabalhadores (Maranhão), Cáritas (Maranhão), Sindicato dos Ferroviários de Pará-Maranhão-Tocantins, Fórum Amazônia Oriental, Associação Juízes para a Democrazia e vari altri gruppi.
Da fine 2007 è nata una campagna, chiamata “Justiça nos Trilhos” (Sui binari della Giustizia) che sta articolando tutte le realtá coinvolte dalla compagnia Vale do Rio Doce nel corridoio di Carajás con altri gruppi di vari paesi del mondo che vivono le stesse contraddizioni.
Il primo appuntamento importante sará il Forum Sociale Mondiale (FSM), dove la campagna “Sui binari della Giustizia” presenterá un seminario internazionale con la partecipazione di Marina Silva, ex ministra dell’ambiente, vari attivisti locali della regione di Carajás e rappresentanti di movimenti di altre parti del mondo.
Fino al FSM (e molto oltre) la campagna continuerá a studiare l’impatto ambientale di Vale do Rio Doce e del modello di sviluppo oggi indiscusso qui in Brasile.
L’obiettivo della campagna è triplice: ottenere indennizzazioni per tutte le violazioni commesse da Vale do Rio Doce nel corridoio della ferrovia, forzare le operazioni di compensazione ambientale che sono state assunte come impegno, ristabilire un fondo di sviluppo della regione intera, a quota fissa annuale proporzionale ai guadagni della compagnia, gestito da un consorzio di municipi e movimenti sociali locali.
Il treno della campagna sta giá correndo, tanto lanciato quanto quelli della multinazionale.
Giá il fatto di essersi incontrati ‘sui binari’ in gruppi tanto diversi è un segno di speranza e organizzazione popolare, che forse puó ispirare anche altri movimenti, in altri luoghi.
A chi ci legge chiediamo solidarietà e collaborazione: abbiamo visto altre volte quanto le multinazionali siano sensibili all’opinione pubblica internazionale; saliamo insieme, dunque, sui binari della giustizia!
Per il coordinamento della campagna:
p. Dário Bossi,
Missionário Comboniano
Box:
Campagna “Sui binari della Giustizia”
www.justicanostrilhos.org
Contatti:
Italia: binaridigiustizia@gmail.com
Brasile: justicanostrilhos@gmail.com